I cattolici democratici non devono rassegnarsi alla logica del muro contro muro

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È un errore la disarticolazione dei cattolici impegnati in politica – ma forse sarebbe meglio parlare di cattolici che vogliono fare politica – lungo l’asse della dialettica semplificata tra sostenitori e oppositori del ddl Zan.

 

Lorenzo Dellai

 

L’intervento diplomatico del Vaticano sul Disegno di Legge Zan – benché in via informale – assume una valenza politico-istituzionale inedita, rispetto alla quale sarebbe veramente pernicioso se la politica e la pubblica opinione reagissero dividendosi tra “papisti” e “anti papisti”.

 

Il Presidente Draghi ha fatto il suo dovere nel ribadire la laicità dello Stato e l’autonomia del Parlamento.  Ma, per il vero, la nota vaticana è stata inoltrata al Governo italiano quale sottoscrittore di un trattato che l’altra parte contraente ritiene possa essere non rispettato e dunque, sul piano formale, è difficile ritenerla una indebita ingerenza.

Può essere letta così solo in forza di una pulsione di riemergente anti clericalismo.

 

E ciò al di là della valutazione sulla opportunità che alla cosa sia stata data una tale pubblicità, pare non ricercata da parte vaticana (v. dichiarazione del Card. Parolin, ndr). Non è dunque su questo piano che la vicenda va inquadrata.

 

Questo intervento va interpretato e commentato piuttosto alla luce del contesto generale che lo ha prodotto. Esso è frutto, a mio parere, di due debolezze (come ben evidenziato sul Domaniditalia da Pio Cerocchi) e di una irrisolta questione di fondo.

 

La prima debolezza riguarda i laici cattolici impegnati in politica nelle varie e diverse formazioni partitiche. Nell’esercizio del loro mandato laico e dunque autonomo rispetto alla Chiesa, come in primis Degasperi ha testimoniato, essi dovrebbero operare sui temi eticamente sensibili con equilibrio e matura ragionevolezza, favorendo una efficace sintesi tra valori di riferimento, principio del bene comune e doveri di servizio ad uno Stato laico.

 

Nel caso in ispecie, con lodevoli ma esigue eccezioni, essi si sono invece disposti come militanti “senza se e senza ma” a favore oppure contro la proposta Zan così come approdata al voto finale. Da una parte dichiarando la assoluta indisponibilità a modifiche (anche difronte a dubbi e rilievi più che fondati); dall’altra negando in toto l’esigenza di un intervento legislativo su questa tematica. Tipico esempio della deriva “binaria” intrapresa dal dibattito politico.

 

Hanno così rinunciato al loro ruolo ed alla loro responsabilità di costruttori di soluzioni capaci di essere condivise e ragionevoli, pur nel rispetto delle diverse convinzioni etiche, culturali e religiose.

 

La seconda debolezza – espressa col dovuto rispetto – mi pare quella della Conferenza Episcopale Italiana. Ad essa, in prima battuta, sarebbe toccato il ruolo di stimolo, riflessione e dialogo con la politica del proprio Paese. Invece, la questione è stata ignorata per lunghi mesi, salvo sporadici interventi che non hanno fatto emergere una posizione chiara ed autorevole.

 

L’intervento della diplomazia vaticana, radicato sulla temuta possibile violazione delle clausole del Concordato, risulta perciò come una sorta di ultima istanza, con tutto ciò che questo comporta in termini di conflitto e di radicalizzazione dei rapporti.

 

La questione di fondo irrisolta, invece, riguarda il modo attraverso il quale la nostra società e le nostre Istituzioni affrontano i grandi e complessi temi delle trasformazioni antropologiche. Assistiamo ad una sorta di bipolarismo che alterna da un lato negazionismi arcaici e pregiudizi duri a morire e, dall’altro, fughe in avanti e strappi non supportati da una visione antropologica matura e condivisa.

 

Il Disegno di Legge Zan si colloca in questo contesto, con le sue buone ragioni e con le sue criticità. Le buone ragioni stanno nel suo obbiettivo dichiarato: rafforzare gli strumenti normativi contro gli atteggiamenti di pregiudizio e anche di violenza motivati dai comportamenti e dalle attitudini sessuali delle persone. Una questione di democrazia sostanziale e di civiltà, che va affrontata sul piano culturale ed educativo ma anche su quello delle norme giuridiche.

 

Le criticità stanno nell’introduzione (incongrua anche rispetto a tale dichiarata finalità) del diritto alla “percezione personale del genere a prescindere dal proprio sesso” (art.1); nel ruolo preminente assegnato allo strumento penale (in linea con la tendenza ad affidare ad esso funzioni strabordanti nella dinamica sociale); nella non adeguata definizione delle garanzie di libertà di espressione e testimonianza delle convinzioni etico-religiose, fatto salvo ovviamente il rispetto dell’ordinamento giuridico (punto al quale pare riferirsi la nota diplomatica vaticana).

 

Se i promotori del Disegno di Legge e le principali forze politiche (PD in primis) avessero preso in considerazione le obiezioni non pregiudiziali avanzate da più parti (anche da alcuni movimenti da sempre impegnati nel campo dei diritti civili) e se gli oppositori alla proposta non avessero praticato semplicemente la logica del “muro contro muro”, non si sarebbe arrivati a questo stallo. Che non aiuta i potenziali destinatari del provvedimento e neppure la maturazione culturale della società di fronte a queste sfide antropologiche inedite.

 

Anche in questo campo, la politica (e più in generale la classe dirigente, la stampa, gli intellettuali, gli artisti, gli influencer: tutti o quasi militanti e tifosi più che impegnati a ragionare con equilibrio) non è stata all’altezza dei propri compiti.

 

Speriamo in un sussulto di responsabilità e di maturità.