I COSTI DELLA BREXIT. I CONSERVATORI HANNO MESSO A RISCHIO, ADDIRITTURA, LA TENUTA DEL REGNO.

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In Gran Bretagna, a un certo punto, si è imposto un liberismo estremo, deregolamentato, a bassa tassazione: per il suo tramite Londra e la City sarebbero diventate una sorta di Singapore occidentale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le promesse sono state smentite, le scelte avventate hanno messo in gionocchio l’economia. Oggi la Brexit rivela quando fossero illusorie le aspettative che ne determinavano il fascino.

 

Il caos politico nel quale è sprofondato il Regno Unito non è certo tutto dovuto agli esiti nefasti della Brexit, ma di sicuro lo scellerato referendum del 2016 e il suo risultato sono parte, ampia, del problema. Accecato da una visione ideologica intrisa di liberismo radicale e da un approccio populista ai problemi posti dai fenomeni migratori, un Partito Conservatore sempre più estremizzato ha voluto far leva sulla nostalgia di un grande e lontano passato in realtà irripetibile nel mondo del nuovo millennio.

 

Con lo slogan Take back control, ovvero libertà dai vincoli normativi e dagli oneri burocratici imposti da Bruxelles, i Tories hanno condotto la Gran Bretagna alla condizione attuale, che pone in prospettiva a rischio persino la tenuta del Regno, per di più ora che non c’è più Elisabetta, la sovrana davvero amata da tutti i britannici. I più scatenati fra i brexiters, ai tempi guidati dall’inquietante Nigel Farage e dallo scapigliato Boris Johnson, con protervia dicevano “Londra non è mai stata comandata da nessuno e non può essere comandata da Bruxelles”. La “Global Britain” avrebbe garantito la possibilità più ampia di “liberalizzare, innovare, crescere”. Un liberismo estremo, deregolamentato, a bassa tassazione avrebbe fatto di Londra e della City una sorta di Singapore occidentale. E, per convincere i ceti popolari meno acculturati, venne altresì adottato un populismo da pub imperniato su requisitorie anti-migratorie e protezionistiche facilmente “vendibile” presso le popolazioni rurali dell’isola, sempre più ostili verso la capitale multietnica e globalizzata. Una miscela che favorì la vittoria ma che non sarebbe stata sufficiente, va detto, senza il colpevole euroscetticismo della leadership radicale del Labour di Jeremy Corbin.

 

Ed invece, ad appena due anni dall’uscita effettiva dalla UE, la situazione è ben diversa da quella stentoreamente promessa dai paladini della Brexit. La capitolazione di quattro premier in così poco tempo è la dimostrazione evidente, sul terreno politico, che l’abbandono dell’Unione non sta portando bene a Downing Street. David Cameron dovette ritirarsi dalla politica, ma il suo errore fu indire il referendum e non certo ciò che aveva realizzato prima, sulla base di una linea moderata che aveva consentito ai Tories di vincere due volte le elezioni dopo il lungo predominio del Labour di Tony Blair. Da parte sua Theresa May volle interpretare in modo netto (“Brexit means Brexit”) un risultato referendario al contrario tutt’altro che netto (52 a 48 per cento e con vittoria del Remain in Scozia e Irlanda del Nord, oltre che a Londra) e precipitò nel lungo e perdente negoziato con la UE per definire i dettagli tecnici della fuoriuscita. Boris Johnson ne approfittò per mandarla a casa e sostituirla, vinse nettamente le elezioni ma poi invece che della gestione di Brexit dovette occuparsi della pandemia (in maniera assai erratica, fra l’altro), che aggravò una situazione economica resa complicata dai primi effetti proprio della Brexit da lui fortemente voluta. È caduto per uno scandalo minore, da un certo punto di vista, ma grave da quello della credibilità personale e del rispetto nei confronti dei propri governati. Liz Truss invece ha stabilito un record negativo difficilmente battibile, disastrosa con la sua idea ultraradicale che l’ha portata a proporre una tassazione ancor più favorevole ai ricchissimi che neppure i mercati finanziari hanno accettato. Ora è il turno di Rishi Suniak, ma i sondaggi danno i Tories ai minimi storici e non sarà facile per il miliardario di origine indiana invertirne la tendenza avendo a che fare con una situazione economica assai pesante.

 

La crescita economica, ora bloccata anche a causa della crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina e appesantita da un’inflazione crescente, si era fermata in verità già da tempo, come tutti gli esperti avevano previsto all’indomani dell’esito referendario. Le esportazioni verso l’Unione Europea sono diminuite del 16%, colpendo in particolare i piccoli esportatori che devono ora subire controlli severi sulle proprie esportazioni in un contesto generale che ha visto la quota britannica sul commercio mondiale ridursi costantemente oltre ogni più fosca previsione dei Remainers, ai tempi giudicati uccelli del malaugurio. La produttività è diminuita in generale e in particolare hanno sofferto le piccole-medie imprese, che hanno patito aumenti dei costi e faticano a trovare lavoratori in taluni casi indispensabili (nel settore agricolo questa è divenuta un’emergenza) ma non più reperibili fra i non britannici. Imprese che devono altresì affrontare ostacoli burocratici che rallentano inevitabilmente i rapporti commerciali con gli altri paesi europei con ovvio impatto negativo. La carenza di lavoratori stranieri sta provocando grossi problemi al settore alberghiero e della ristorazione, a quello degli autotrasporti, allo stesso rinomato ed efficiente sistema sanitario. 

 

Da parte sua, la City ha sinora perduto “solo” 7400 addetti, un numero inferiore al previsto ma sono molti gli operatori in stand-by, che stanno studiando l’evoluzione della situazione prima di decidere se restare o abbandonare. Ed infine, i giovani: non possono più partecipare al Programma Erasmus (un grande successo dell’Unione) e per converso sono diminuiti e di molto gli studenti europei che si recano in Gran Bretagna per studiare la lingua inglese o per laurearsi nelle prestigiose università del Regno.

 

Da ultimo, ma non ultimo, anzi tema prioritario, c’è la questione irlandese, che lentamente si sta riaffacciando. Il traffico diretto fra Eire e UE a discapito della Gran Bretagna è cresciuto esponenzialmente, bypassando i porti britannici ovviamente. Il protocollo del 2019, che Johnson ha pure tentato di rinnegare, ha posto il confine doganale nel mare d’Irlanda: così l’Irlanda del Nord è rimasta nel mercato unico europeo, e questo naturalmente ha favorito l’aumento dello scambio import-export fra le due Irlanda, avvicinandole anche dal punto di vista politico. E questo è un ulteriore problema per Londra perché in filigrana si vedono nuove possibili tensioni nell’Ulster e pulsioni indipendentiste rinascenti.

 

E il Presidente statunitense è un cattolico di origini irlandesi. Quindi assai attento a quanto accade nell’isola verde. Un punto non secondario perché la famosa “special relationship” con Washington al momento non ha dato i frutti sperati e reclamizzati a suo tempo dai Brexiters, né con Trump né tanto meno ora con Biden.

Inoltre lo stesso Commonwealth creerà problemi: alla morte della Regina sono stati diversi i paesi membri ad aver dichiarato di non voler più rimanere monarchici. E soprattutto già ora i 55 paesi aderenti hanno più rapporti commerciali con la UE che con la madre patria britannica. Nulla, rispetto al vero incubo di Re Carlo III: un referendum secessionista, in Scozia prima, in Irlanda del Nord poi, in Galles infine. Che Brexit avrebbe comportato questo rischio era evidente: ma solo ai Remainers fedeli alla Regina, non agli ottusi Brexiters accecati da un estremismo ideologico completamente infondato.