I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini. Di Bert “legge” la mostra organizzata presso la Ex Cavallerizza di Lucca.

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Fino all’ottobre del prossimo anno, si tiene nella città tosca na questa ammirevole esposizione nella quale si colgono ovunque personaggi colmi di verità, di vita e di ardore. 

Fino al 2 ottobre 2022 nelle sale della Cavallerizza di Lucca si può visitare la mostra I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini: più di cento opere provenienti da musei italiani e esteri, dalle Diocesi, oltre che da prestigiose collezioni private e internazionali.

Una ricca ed approfondita selezione di pittori che hanno “ruotato” intorno alla mitica figura di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Alcuni di loro “lo hanno incontrato, qualcuno forse superato, o addirittura per certi aspetti anticipato”. Sono i luministi, chiamati qui “i Pittori della Luce”, perché in tutte le loro opere è la luce la vera protagonista. Viva, imprescindibile, innovativa.

“La mostra parte dalla rivoluzione di Caravaggio, indiziaria, con la presenza di un’opera assai notevole come il Cavadenti, sulla quale, per taglio e genere, sicuramente Paolini dovette riflettere, testimoniando la più integrale coerenza tra i pittori di luce”, osserva Vittorio Sgarbi, curatore dell’esposizione, che in merito all’iniziativa commenta: “dopo tutto questo buio a Lucca ritorna la luce”.

La rassegna si apre con un dipinto di Caravaggio, l’artista rivoluzionario della luce che si oppose ad ogni forma di idealizzazione e che rappresenta la natura ed il reale, costringendo i vari colori a convivere sulla tela con l’oscurità. Si tratta del “nero caravaggesco” che, similmente alle zone oscure della psiche, non manifesta pienamente le proprie pulsioni ed i profondi pensieri, ma riesce ad attirare l’attenzione ed a catapultarci in una sorte di vortice emozionale in cui cogliamo un’intensa trasformazione materica (energie cosmiche). Così i rossi si stagliano dallo scuro dello sfondo, luce ed ombra, vita e morte: la caducità della vita è al proscenio. 

Le narrazioni di Caravaggio spesso evocano il comportamento dell’uomo oscillante tra il bene ed il male, il tangibile e l’ignoto. La sua pittura, ammirata, studiata ed amata dagli artisti in esposizione, propone l’attimo “bloccato” di un’azione in corso e, come “frame” di un film, ci fa attraversare il tempo che sembra annullarsi con lo spazio, creando una dimensione diversa (sublime preannuncio alla quarta dimensione). 

Caravaggio ha sapientemente ed emozionalmente “giocato” con la luce che in una prima fase è naturale e, successivamente, “artificiale”, fissa o in movimento, usata per comporre visioni in cui gli oggetti si delineano grazie al modo di disporre volutamente fasci luminosi oltre la realtà delle cose. Il Canestro di frutta (c.1596) ad esempio, riflette una luce naturale ed è una delle prime nature morte dipinte in Italia. Alla seconda fase della sua sperimentazione appartengono opere come: Vocazione di San Matteo (1599), Crocefissione di San Pietro (1600), Morte della Vergine (1605-1606). Gli autori esposti, primo tra tutti Paolini, sono affascinati dal naturalismo sfrenato e possente dell’impeto caravaggesco, di quel Maestro “bravo egualmente a maneggiare il pennello e la spada”. Così, nei lavori di questa ammirevole esposizione, si colgono ovunque personaggi colmi di verità, di vita e di ardore. 

L’attenzione espositiva si sofferma su Pietro Paolini «pittore di gran bizzarria, e di nobile invenzione», protagonista lucchese della nuova scuola naturalistica al quale viene, giustamente, restituita “…la reputazione e la estrema centralità, nel novero dei caravaggisti, che gli era stata riconosciuta dalle fonti storiche, dai collezionisti e dagli antiquari, con una debole reazione degli storici e degli studiosi. Ma a questa non è seguita una rinnovata prospettiva storica, come è toccata, nella stessa stagione degli studi, a personalità come Serodine, Tanzio da Varallo, Guercino, Guido Cagnacci, Mattia Preti, Battistello Caracciolo. Forse anche per ragioni geografiche”.

Paolini a Roma scopre, intorno al 1620, le opere di Caravaggio e ritorna a Lucca, portando una serie di novità pittoriche. Si veda, ad esempio, Il cantore (c.1625) in cui il realismo e la presenza scenica del personaggio ci rimandano a scenografie cinematografiche alla Merisi con la luce proveniente da destra ed una bocca spalancata: chiudendo gli occhi (per non venir distratti dallo sfondo scuro) riecheggia un canto lontano. Sempre di Paolini: Le età della vita (c.1628-1629), in cui si coglie il superamento completo di un Cinquecento giorgionesco verso la ricerca di momenti realistici affini ad osservazioni “fotografiche” –  proposte in diverse sue opere come La bottega dell’artista (Ritratto di famiglia) del 1650c. –  che fanno trasparire riferimenti anche ad autori romani del periodo.

Altri pittori toscani selezionati si distinguono per l’utilizzo della luce in cupi notturni: Baccio Ciarpi, Paolo Biancucci, Orazio Riminaldi, Rutilio Manetti, Francesco Rustici detto il Rustichino, Simone del Tintore, Giovanni Coli e Filippo Gherardi, Girolamo Scaglia, Pietro Sigismondi, Paolo Guidotti detto il Cavalier Borghese, Antiveduto Gramatica, Giovan Domenico Lombardi e infine Pietro Ricchi detto il Lucchese. Tra gli autori presenti troviamo anche Orazio Gentileschi, considerato tra i più importanti caravaggeschi toscani, in mostra con una inedita e raffinata Madonna con bambino ai primi passi. E poi, tra tutti: Giovanni Baglione, Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino, Bartolomeo Manfredi e Giovanni Francesco Guerrieri. Insomma, una “gamma” di pittori che permette al fruitore di riflettere sulla contaminazione caravaggesca sin dai tempi passati e sulla continuazione di un lavoro già iniziato da altri (alla maniera di…). “Non conta dove prendete l’ispirazione ma dove la portate” afferma il regista Jean-Luc Godard secoli dopo. Grande verità!

La luce, ovviamente protagonista indiscussa della rassegna, porta ad immaginare gli autori alle prese con candele (luminosità vibrante e soffusa) o con torce (dalle fiamme intense e prepotenti nell’oscurità) nel perenne contrasto tra luce ed ombra… Un tema inizialmente suggerito da un Caravaggio irrequieto ed oltremodo geniale con l’opera Il seppellimento di Santa Lucia (1608). 

Lungo il percorso, ci imbattiamo in ambientazioni notturne come quelle di Pieter Paul Rubens, quando a Roma, nel 1609, dipinge l’Adorazione dei Pastori per la Chiesa dei Filippini di Fermo. Ed ancora: quadri dello spagnolo Jusepe de Ribera e del francese Valentin de Boulogne. In ognuno di essi il colore è ardito, a tratti fermo, le luci sono “rapide e rare”, (Caravaggio-Rembrandt) e celano un vago senso di angoscia. 

Tra i dipinti citiamo, tra gli altri: Amore vincente (c.1620) di Orazio Riminaldi (che riecheggia l’Amor vincit omnia di Caravaggio, sicuramente meno statico nella posa ma con simili effetti di luce, una sorta di faretto unidirezionale).

Da considerare con attenzione Pietro Ricchi “un fenomeno curioso di approfondimento teatrale e virtuosistico dei dipinti di genere – osserva Sgarbi – con l’insistente riferimento al lume artificiale come unica fonte di luce, in cupi notturni…Anche nel caso di Ricchi la lezione di Paolini, virata in effetti speciali, deriva da uno spunto caravaggesco riconosciuto dal Baldinucci, tutto giocato sulla luce di candele, a partire dalla fiaccola delle Sette Opere di Misericordia di Caravaggio, attraverso il modello di Trophime Bigot e appoggiandosi, infine, al maestro lucchese, come si vede nella Giuditta con la testa di Oloferne del Castello del Buonconsiglio di Trento. Con Ricchi, già verso il 1660, la pittura di luce si spegne, e la lunga notte densa, intensa e misteriosa di Paolini finisce nei fuochi d’artifici”.

In definitiva, può dirsi che gli artisti presentati hanno saputo seguire le tracce di Michelangelo Merisi, mantenendo un proprio stile, rendendo omaggio alla “nobilissima e compitissima virtù della pittura” senza sfociare in un manierismo esasperato e creando opere di intrinseco valore e contenuto estetico.