I segni del cattolicesimo democratico nel «secolo breve»: De Gasperi, 100 anni fa, entrava nel Parlamento italiano.

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L’anniversario della scomparsa dello statista trentino, avvenuta il 19 agosto del 1954, coincide quest’anno con il ricordo della sua elezione, giusto un secolo fa, a Deputato del Regno d’Italia. La ricognizione storica permette di «capire» il presente. De Gasperi, allora, può essere un riferimento per la politica d’oggi?

I cattolici, nel «secolo breve», con la loro politica hanno illuminato la scena. Non sono stati ai margini della storia. In effetti hanno vissuto la brevità del Novecento attraverso la brevità della loro stessa vicenda pubblica: il Ppi nasce nel 1919, la Dc finisce nel 1994. In mezzo, per giunta, c’è la cesura del Ventennio fascista. Tanti i volti di questa epopea cattolica, ma la figura più eminente, capace anche oggi di costituirsi ad esempio di intelligenza e senso di responsabilità, è lo statista per antonomasia della nostra Ricostruzione. 

Alcide De Gasperi, deputato dell’Impero Austro-Ungarico fino al termine della Grande Guerra, entrava nel 1921 a Montecitorio. Da Vienna passava a Roma, in continuità di  indirizzo politico, come rappresentante dei popolari del suo Trentino, ricongiunto dopo la Vittoria alla madrepatria. Di tale evento giova conservare opportuna memoria. Si era votato anticipatamente perché Giolitti, tornato nel 1920 alla guida del governo dopo il gracile esperimento di Nitti, voleva far tesoro dei risultati positivi da lui ottenuti: in primo luogo l’uscita dall’avventura di D’Annunzio a Fiume. Secondo Sturzo fu però una decisione che rispondeva non poco alla volontà dello statista piemontese di ridimensionare il Ppi. In realtà la manovra, una delle tante che questi mise in atto nella sua lunga vita politica, si rivelò un boomerang: i popolari tornavano alla Camera con un numero accresciuto di eletti. Il problema è che dopo quel voto la legislatura ripartiva con squilibri e incertezze maggiori, infarcita d’un drappello di camice nere messe in lista proprio da Giolitti.

De Gasperi era conosciuto e stimato, venne perciò sollecitato dai colleghi popolari ad assumere la guida del Gruppo parlamentare. Da quella posizione di responsabilità, vide consumarsi in fretta l’ancora debole fiammella della democrazia italiana. Finita la guerra, le tensioni sociali erano esplose: con il «biennio rosso» (1919-1920) tutto era diventato più complicato, per tutto c’era un carico di sospetti e paure. Così, mentre Sturzo metteva il veto a Giolitti, il cattolico Meda lasciava cadere l’ipotesi di un suo incarico per la formazione del governo. La rinuncia aggravò la situazione. Socialisti e popolari erano troppo distanti, come altrettanto lo erano, a seguito dello sgarbo subito con il ricorso anticipato alle urne, i popolari dai liberali. L’ingovernabilità, in conclusione, assumeva il volto dell’irresoluto Facta. 

Nel giro di un anno e mezzo tutto precipitò e Mussolini poté, con relativa facilità, impossessarsi del potere. Anche Vittorio Emanuele III dimostrò nella circostanza di essere a rimorchio degli avvertimenti, arrecando perciò con la sua condotta ambigua una ferita al prestigio della Corona. Il Ventennio cominciava in sordina con l’apparente regolarizzazione del fenomeno fascista, rimanendo lì per lì immutato il quadro di maggioranza alla Camera. L’equilibrio si fondava sulla illusione – non di Sturzo, in verità – che Mussolini fosse una meteora e il suo movimento il prodotto di una reazione salvifica, tanto per rimettere in sesto l’ordine liberale. 

Andò diversamente, come si sa, giacché la fiducia dei democratici si scontrò con la pervicacia e l’arbitrio di Mussolini. De Gasperi, che patì successivamente la condanna a un anno e mezzo di carcere per tentato espatrio clandestino, si accorse in ritardo del pericolo. Nel secondo dopoguerra fece ammenda della fiducia accordata all’Esecutivo di emergenza messo nelle mani del Duce sulla spinta eversiva della Marcia su Roma. Il suo antifascismo si consolidò nel corso degli anni e fece perno sulla tenuta dei popolari fedeli alla consegna della democrazia. Gli capitò di anticipare, ancora nel pieno fulgore del Regime, che i cattolici non avrebbero dovuto ripetere un altro errore, quello che Meda commise, appunto, con il suo atteggiamento rinunciatario dinanzi a possibili responsabilità di governo. Caduto il fascismo, bisognava essere pronti a compiere il proprio dovere. E si convinse, a tal fine, che andavano abbattuti gli «storici steccati» tra guelfi e ghibellini. Infatti la ripartenza dell’Italia – ai giorni nostri si direbbe così – avvenne sulla base di un pensiero che enucleava dal quadro emerso con la Resistenza e la Costituente il fattore di naturale aggregazione tra forze di ispirazione cristiana, liberale e socialdemocratica. 

Abbiamo bisogno di un analogo pensiero e quindi di un’analoga proposta. Per fortuna non si affaccia all’orizzonte un rischio autoritario, come all’epoca di De Gasperi nel Parlamento del Regno, ma la democrazia patisce egualmente un’usura, stavolta generata dall’antipolitica. Ne consegue un lento riflusso, di per sé positivo, che può tuttavia accompagnarsi alla degenerazione nel pragmatismo senza valori. Non aiuta, del resto, la semplificazione del discorso sulle alleanze. Sembra che l’attuale parentesi di un governo a base parlamentare larga, fuori dalla logica di schieramento che ha caratterizzato la fase susseguente alla fine della Prima Repubblica, debba quanto prima chiudersi a tutto beneficio di una restaurata dialettica tra destra e sinistra. Sicché a Draghi si attribuisce, specie tra i sostenitori del bipolarismo, l’onere di una  «eccezionalità di funzione» che può valere al più come salvacondotto occasionale e non come passaggio oltre il quale sarà giocoforza immaginare un assestamento del quadro politico.

Serve un messaggio con un suo substrato storico, in qualche modo connesso al successo di De Gasperi. Fu lui il principale interprete del desiderio di coesione nazionale, pur dentro lo spazio angusto della Guerra fredda, e quindi l’inventore di ciò che si dice coalizione, fecendone il parametro del suo «centrismo democratico». In effetti, il motore politico della Ricostruzione stava nella formula di stretta cooperazione tra quanti annettevano all’anticomunismo il significato di una scelta di campo per la libertà e il progresso, non per la conservazione di vecchi interessi. L’alleanza aveva nella Dc il suo pilastro, ma la Dc non era il totus dell’alleanza: i rapporti di forza, anzitutto nella visione degasperiana, non erano d’ostacolo alla  gestione di una comune politica di sviluppo.

Oggi la sfida si ripropone con qualche sostanziale similitudine rispetto al passato. Il problema è capire se in un Paese che sta uscendo da un’altra guerra, quella contro la pandemia, esistono le condizioni per dare all’esigenza di governabilità la forma di un rinnovato modello degasperiano. Si tratta di superare gradualmente l’odierno equilibrio precario, con una maggioranza disorganica che ruota attorno al riconoscimento di uno stato di necessità, sforzandosi tuttavia di preservare per l’immediato avvenire lo spirito giusto di questa politica di convergenza e solidarietà. E ciò nella consapevolezza di come tutte le forze sociali e politiche, di qui alle elezioni del 2023, ma già con la scelta del Presidente della Repubblica all’inizio del prossimo anno, siano obbligate a riprogettare il loro posizionamento.

In questa luce si fa più chiaro il profilo di una iniziativa che può arricchirsi, sulla scorta della lezione di De Gasperi, di un nuovo slancio del cattolicesimo democratico.  

 

Lucio D’Ubaldo ha scritto De Gasperi l’antipopulista. La democrazia come elevazione degli umili, Quaderni degli Accademici Incolti, Gaffi editore, 2018. ll presente articolo esce simultaneamente su “Il Domani d’Italia” e su “Orbisphera”.