I supermercati potrebbero diventare vuoti. È lecito non pensarci?

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È uno scenario da prendere in considerazione: dopo la pandemia potrebbe abbattersi su di noi il maglio della carestia mondiale. Allora bisognerà porre attenzione ai segnali che potranno metterci in allarme e correre ai ripari, nel caso in cui vorremmo evitare questa nuova (e ultima?) catastrofe.

 

Danilo Campanella

 

Subito dopo la parola “pandemia” quella che suscita più orrore è “carestia”. E in genere è proprio quell’evento che segue al primo. Nel corso della storia umana le carestie, la mancanza di generi di prima necessità, sono spesso seguite alle epidemie. Tuttavia, è difficile credere che nel mondo post-globale sia possibile una qualche forma di carestia diffusa. Abituati come siamo alla pianificazione, alla filiera programmata, all’autotrasporto, ben sapendo che i nostri magazzini possono contenere decine di tonnellate di scatolame, grano, legumi, pasta, insaccati, ma anche medicinali, carta igienica, detersivi, ed altro, siamo scettici sul fatto che, presto, i nostri supermercati possano soffrire di scaffali vuoti. Ne siamo proprio così sicuri?

 

Molti sono i Paesi che, come l’Italia, sono importatori “strutturali” (non possono farne a meno) di prodotti alimentari. Questo porta problemi di vario genere. Il primo riguarda il “made in…” di cui si pregiano determinate tradizioni gastronomico-culinarie nazionali; un prodotto la cui materia prima viene sì lavorata, ma non proviene dal medesimo territorio, ha lo stesso valore? Ad una questione di “marchio” legata alla qualità del prodotto ve n’è una più delicata legata alla sicurezza dello stesso. I controlli del Paese di provenienza sono adeguati a salvaguardare la genuinità della materia prima? Questioni legate ai concimi o alle medicine utilizzate per coltivare la frutta e la versura, oppure i vaccini e la qualità dei mangimi utilizzati per allevare gli animali sono gli elementi più evidenti di tale questione, su cui si ha uno scarso e non addirittura nessun controllo. Una cosa, ad esempio, per l’Italia, è vigilare sulla produzione delle arance italiane, un’altra, su quelle arance provenienti dal Marocco, riguardo i metodi utilizzati per concimare, coltivare e trasportare il prodotto oltremare.

 

Il rispetto o meno di questi due requisiti determina le scelte di consumo di tutti noi. Il terzo elemento importante, a mio avviso, è legato alla dipendenza di una comunità dalle materie prime prodotte al di fuori della stessa comunità. Se dovesse esserci un’annata cattiva per il grano, ad esempio, nei Paesi di maggior produzione, dovremmo puntare soltanto sulla produzione locale.

 

Grano: il grano (frumento) tenero italiano viene importato da: Francia (primo produttore europeo), Austria, Germania, Ungheria e Stati Uniti, per il 40 % del fabbisogno medio nazionale Il grano duro: Nord America, Australia, Francia, Spagna, Grecia, per il 55%. Secondo i calcoli degli esperti la produzione italiana di grano (coltivato prevalentemente nel Lazio, in Toscana e in Sardegna) sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale per soli quattro mesi. È chiaro che il grado ed i prodotti a questo annessi sarebbe introvabile e i prezzi di pane, pasta e farina salirebbero notevolmente. In Italia negli ultimi anni si sono consumate mediamente 5 milioni di tonnellate di frumento (grano) tenero e se ne producono mediamente 2 milioni di tonnellate, in alcuni casi si sono sfiorati i 3 milioni: eppure, con il massimo sforzo possibile, non è stata mai vinta la “battaglia del grano” di mussoliniana memoria.

 

Ogni progetto autarchico è ormai tramontato in favore di un mercato mondiale in cui le merci vengono prodotte, imballate e spedite in tutto il mondo. La produzione delle materie prime alimentari dipende molto dall’annata, determinata da innumerevoli fattori: economici, politici, dalla presenza o no di conflitti armati e naturalmente dai cambiamenti climatici. Per quanto riguarda il grano prodotto nell’Unione Europea dal 1996 al 2009 sono state prodotte dalle 110 alle 130 milioni di tonnellate (M.t.), con un picco di 149 milioni di tonnellate nel 2004. Tra i maggiori produttori mondiali seguono Cina e India. Globalmente, la Cina, con circa 130 M.t. (dati raccolto 2017) si è sempre attestata come il principale produttore di grano al mondo, seguita dall’India e dalla Russia. Nel 2020 abbiamo sofferto – ma non ce ne siamo accorti – di un leggero calo per la produzione globale di grano: 758 milioni di tonnellate (circa) rispetto alle 762 milioni di tonnellate del 2019. Il mais è di gran lunga il cereale più prodotto, con un raccolto di quasi 1.100 milioni di tonnellate nel 2018/2019, seguito dal grano (734 milioni di tonnellate) e dal riso (495 milioni di tonnellate). Questi 3 cereali messi insieme rappresentano circa il 90% della produzione mondiale di cereali. La produzione rimane infatti saldamente concentrata in 4 paesi: Stati Uniti, Cina, Brasile e Argentina, che da soli coprono oltre i 2 terzi della produzione globale.

 

La classifica dei primi 10 paesi produttori è nettamente dominata da 2 continenti: l’America e l’Asia. La classifica cambia leggermente quando si parla dell’export del mais: i paesi che esportano di più sono Stati Uniti, Argentina, Brasile e Ucraina. I paesi che acquistano più mais in assoluto sono Giappone, Messico, Corea, Vietnam e Iran, seguiti da Spagna, Egitto, Olanda, Italia e Colombia, sempre secondo i dati del 2018. La classifica dei maggiori consumatori di mais è guidata dai 2 principali produttori: Stati Uniti e Cina sono infatti tra i paesi in cui il cereale viene utilizzato di più. Nel caso della Cina anzi il consumo interno arriva a superare la produzione nazionale. Riso. Secondo le ultime stime della FAO, la produzione mondiale nel 2019 è stata di 754,3 milioni di tonnellate (500,8 milioni di tonnellate su base fresata), in calo dell’1,1% rispetto al 2018. Nel 2020 le proiezioni indicano un recupero dell’1,7% a 766,9 milioni di tonnellate (509,2 milioni di tonnellate su base fresata). Si prevedeva un aumento della produzione cinese e indiana, grazie alla crescita delle superfici coltivate e alle migliori condizioni climatiche: purtroppo l’economica post-Covid ha prodotto un cambio di rotta.

 

Dunque, cosa accadrebbe, in caso di carestia? Intanto bisogna dire che la carenza di prodotti alimentari post-Covid-19 può essere causata principalmente da due fattori: dall’interruzione dell’autotrasporto su gomma e dalla mancanza di materie prime. Nel primo caso, scioperi a oltranza o l’aumento del carburante, sono due fattori che incideranno su possibili rallentamenti o cessazioni del servizio. In pochi giorni gli scaffali di centinaia, migliaia di supermercati, resteranno vuoti. Non per molto, diciamo per alcune settimane. Tanto basterà per creare grandi disagi, anche di natura psicologica e forse anche di ordine pubblico. Nel secondo caso, il più grave a mio avviso, la mancanza di manodopera sufficiente nel settore dell’agricoltura potrebbe portare all’interruzione dell’irrigazione e della semina, nelle aree più arretrate del pianeta. Senza il foraggio, non sarà possibile dare da mangiare ai grandi bovini e agli altri animali per il consumo di carne. Sarà impossibile tanto distribuire una quantità sufficiente di frutta e verdura, granaglie e legumi, per gli esseri umani, tanto macellare le migliaia di tonnellate di carne sufficienti al consumo umano.

 

Diventeremo tutti più magri? Forse; ma soprattutto diventeremo tutti un po’ più nevrotici. Bisognerà porre attenzione ai segnali che, nei prossimi anni, potranno metterci in allarme e correre ai ripari, nel caso in cui vorremmo evitare questa nuova, speriamo ultima, catastrofe: la grande carestia mondiale.