I timori di Putin: cosa nasconde la sua manovra politico-militare?

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Putin ha bisogno di mettere letteralmente in ginocchio l’avversario, applicare cioè in Ucraina lo stesso metodo distruttivo adottato a Grozny (1999) e ad Aleppo (2016).  Non sembra prevedibile al momento alcuna forma di cedevolezza da parte dell’aspirante a nuovo zar

Giorgio Radicati

Da quando l’invasione russa in Ucraina ha avuto inizio, l’orologio della storia sembra correre sempre più rapidamente. Gli eventi si susseguono di ora in ora e la difficoltà di fissare in un fotogramma la situazione politica internazionale e quella militare sul campo è indubbiamente crescente.

Ciò detto, una cosa appare certa: la campagna militare russa ha trovato delle difficoltà inattese, ossia la resistenza ucraina si è dimostrata superiore a quanto gli alti comandi militari avevano preventivato. Ciò ha complicato non poco i piani di Putin, desideroso di annientare con una guerra lampo quel Paese per insediarvi un governo di comodo ed evitare così una eccessiva crescente proliferazione di dissenso internazionale, mettendo il mondo dinnanzi ad un ennesimo “fait accompli”.

Di conseguenza, si è per Putin reso necessario, da un lato, motivare ulteriormente l’esercito, promettendo ai legionari partecipanti alla spedizione (ed ai loro famigliari, in casi estremi) generose prebende e, dall’altro, tentare di spaventare i popoli europei, schieratisi compattamente contro la Russia, ventilando l’utilizzo di armi nucleari ossia stimolare “cum pecunia” l’“animus pugnandi” delle proprie forze armate e frenare le spinte solidali europee a favore del popolo ucraino.

Gli analisti valutano questi gesti come una prova della contingente debolezza russa, ma, al tempo stesso – si osserva – essa potrebbe essere foriera di pericolose forzature. Insomma, Putin potrebbe, ad un certo punto, essere tentato di mettere in pratica la proverbiale formuletta “a mali estremi, estremi rimedi”, con conseguenze difficili da prevedere, ma che non escluderebbero a priori l’uso (anche se per errore) dell’arma nucleare.

È una prospettiva inquietante, per l’Est come per l’Ovest, con la differenza che, mentre la pubblica opinione russa non è in grado di esercitare pienamente una funzione frenante per il ferreo e capillare controllo cui è sottoposta, quella occidentale (soprattutto europea) sembra in grado di influenzare (e non poco) l’azione dei governi e, di riflesso, della stessa NATO. In altri termini, mentre Putin appare in grado di pianificare al meglio un eventuale attacco nucleare, scegliendo cioè tempi, modalità ed obbiettivi, l’Occidente può soltanto prepararsi a rispondere e, al riguardo, è il caso di ricordare che, comunemente, chi colpisce per primo, colpisce due volte…

Ad aggravare il quadro prospettico per Putin, “rebus sic stantibus”, esisterebbe anche la concreta ipotesi di una prolungata presenza militare russa su territorio ucraino per la persistente campagna nazionale di resistenza alimentata da aiuti di ogni tipo, anche militari, inviati dall’Occidente e fatti passare attraverso i Paesi confinanti. Per evitare questo rischio, che potrebbe trasformare la conquista del Paese in una vittoria di Pirro, Putin ha bisogno di condurre con estrema determinazione la campagna militare in corso al fine di costringere alla fuga il maggior numero possibile di ucraini, neutralizzare i combattenti e distruggere le principali strutture locali. In pratica, mettere letteralmente in ginocchio l’avversario, applicare cioè in Ucraina lo stesso metodo distruttivo adottato a Grozny (1999) e ad Aleppo (2016).

Ecco perché non sembra prevedibile al momento alcuna forma di cedevolezza da parte dell’aspirante a nuovo zar, personalmente impegnato in una partita estrema destinata a rafforzare il suo potere ovvero ad indebolirlo, con notevoli conseguenze in ambedue i casi, seppur di segno opposto, anche per tutti i principali protagonisti dell’ennesima contesa Est-Ovest.