Il 9 maggio dell’Italia e quello dell’Europa.

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A Mosca si celebra la vittoria sul nazismo. L’Europa ricorda invece il “discorso fondativo” di Schuman. In Italia, dal 1978, la data ha significato la costante rievocazione di una politica di superamento dei muri e delle cortine di ferro. In ogni caso, la ricorrenza del martirio di Aldo Moro non deve essere inutile. Mario Draghi, nei colloqui americani, non deve avere incertezze a far valere il peso anche storico del grande Paese che siamo. Intanto c’è un messaggio che vale per Bruxelles: occorre cambiare i trattati europei.

 

Andrea Piraino

 

Improvvisamente il 9 maggio è diventato il giorno topico dell’Europa e del suo futuro! In questo giorno, la Russia celebra il ricordo del “Giorno della Vittoria” contro il nazifascismo dopo la resa tedesca del 1945, firmata a Berlino dal generale Wilhelm Keitel. Da quando Putin ha scatenato la guerra contro l’Ucraina, però, il ricordo della vittoria ha assunto un altro significato. Come recita infatti il coro che verrà intonato durante la grandiosa manifestazione di uomini e mezzi militari che si svolgerà oggi sulla piazza Rossa, il nuovo senso della celebrazione è che “(lo) possiamo fare ancora”. Vale a dire che i soldati ed, a milioni, i cittadini russi sono impegnati a ripetere quel passato glorioso nel presente e nel futuro, contro chiunque (oggi, Ucraina; domani, qualunque altro Paese europeo) si dovesse frapporre alle mire del neo zar Vladimir Putin di affermare il suo progetto imperiale di nuovo status di potenza mondiale della Russia. Insomma, siamo di fronte  alla sovrapposizione di un passato onorato ad un presente scellerato che si tenta di connotare, con ogni sorta di propaganda e di fake news, come opposto a quello che la dura realtà proclama.

 

Ma il 9 maggio è anche il giorno in cui si ricorda un altro momento storico. Per l’Unione Europea è, infatti, la data nella quale nel 1950 l’allora ministro degli esteri francese, Robert Schuman, nella Sala dell’Orologio del Quai d’Orsay pronunciava il famoso discorso con il quale prospettava per la prima volta la necessità che Francia e Germania si impegnassero a mettere in comune la produzione di carbone ed acciaio e quindi a costruire (assieme all’Italia) un’unione economica dell’Europa. Era il primo passo per la realizzazione della CECA. Il primo organismo comunitario che avrebbe reso la guerra “non solo impensabile ma materialmente impossibile”. Oggi, questa data la ricorderà e celebrerà (dal 1985 è la giornata della Festa dell’Europa) Emmanuel Macron con il suo primo discorso sulle quistioni europee da quando la Russia ha invaso l’Ucraina ed il presidente francese è stato riconfermato all’Eliseo. L’evento, che peraltro coincide con la chiusura della “Conferenza sul futuro dell’Europa”, ha finito così per assumere il significato di una sorte di contro-manifestazione da opporre alla celebrazione putiniana. Per fare emergere che il conflitto in atto è tra due modelli di società e due visioni del mondo. “La nostra ambizione è mostrare l’attualità della democrazia liberale, con ciò che può portare in termini di libertà ma anche di efficienza”.

 

In poche parole, due 9 maggio. In cui andranno sugli altari, come ha sottolineato un consigliere dell’Eliseo, a Mosca il revisionismo storico di Putin che oggi sta insanguinando e distruggendo il suolo ucraino ed a Strasburgo “la forza delle democrazie liberali e della libertà di espressione”.

 

Entrambi, però, narrazioni lontane anni-luce dal terzo 9 maggio. Quello italiano del 1978. Giorno in cui si celebra il  ritrovamento, a Roma in via Caetani vicino alle sedi del Pci e della Dc, del corpo senza vita del Presidente Aldo Moro trucidato dalle Brigate Rosse dopo l’agguato del 16 marzo in via Fani, che ne aveva reso possibile il sequestro. Si tratta – in questo caso, del brutale assassinio di Moro – come ha scritto proprio ieri su formiche.net Giuseppe Fioroni, presidente nella scorsa legislatura della specifica Commissione parlamentare d’indagine, dell’atto apicale di una strategia eversiva barbara e spietata. “Troppo potente e ramificata per essere solo domestica” e tale, quindi, da non poter non avere connessione con i riflessi di natura internazionale.

 

La politica di elaborazione della nuova forma di democrazia (“compiuta”), impostata da Moro dopo la vittoria dei sì al referendum sul divorzio del 1974, portava con sé imprescindibili  conseguenze riformistiche che si sarebbero rese necessarie sul piano interno degli equilibri politici dello Stato. Naturalmente, questo tragico evento  determinò nella coscienza comune del Paese un duro contraccolpo che si è riverberato immediatamente sull’evoluzione della politica di “solidarietà nazionale” e soprattutto ha posto fine al tentativo moroteo di fare evolvere la democrazia liberale verso forme di comunitarismo in grado di contenere anche il protagonismo del Pci in una normale dialettica di partiti politici legittimati dal reciproco riconoscimento.

 

Da quella data, allora, il 9 maggio in Italia ha significato – oltre il ricordo struggente per l’uomo, il cattolico, il giurista e teorico dello Stato, il politico Aldo Moro – anche la costante rievocazione di una politica di superamento dei muri e delle cortine di ferro coraggiosamente iniziata, ma presto  ferocemente stroncata e completamente abbandonata. Con l’aggiunta che la memoria di questa lungimirante iniziativa morotea ha carsicamente alimentato una coscienza popolare secondo cui il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo è soprattutto quello di costruire con pazienza il dialogo tra i popoli e le nazioni, soprattutto quando gli stati cui ci si riferisce sono europei o legati a noi da storiche amicizie o trattati e da comuni partecipazioni ad organizzazioni internazionali.

 

Ora, se questo è vero, lo spirito con il quale Russia ed Unione Europea stanno celebrando in queste ore le ricorrenze dei rispettivi 9 maggio non è assolutamente quello adeguato al drammatico momento storico che stiamo vivendo. Non si tratta, infatti, di cogliere l’occasione per cimentarsi in un algido e rancoroso confronto di civilizzazioni ma piuttosto di intuire l’opportunità per far qualche gesto di reciproca apertura che possa portare verso l’inizio di un nuovo dialogo in grado  di ripristinare, in prospettiva, rapporti di reciproca fiducia.

 

In ogni caso, la ricorrenza del martirio di Aldo Moro non deve essere inutile per noi italiani. A cominciare dal presidente del Consiglio che, nei prossimi incontri americani con il governo degli USA e all’interno del G7, non deve avere incertezze a far valere il peso anche storico del grande Paese che siamo e soprattutto della volontà e capacità di dialogo che caratterizzano il nostro Popolo. Successivamente e su queste basi, come proprio Mario Draghi ha detto parlando al Parlamento europeo, ci sarà spazio e tempo per lavorare ad un “federalismo pragmatico” e superare, finalmente, in seno al Consiglio Europeo il principio di unanimità. Non facendosi bloccare neppure dai Trattati il cui cambiamento è sicuramente indispensabile.