Il bisogno di buona politica 

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Riproponiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo che ieri è uscito su “L’Adige” di Trento. All’interesse per le argomentazioni proposte si unisce la curiosità e l’apprezzamento, dal punto di vista della redazione de “Il Domani d’Italia”, per la nuova formazione (Campobase) che in Trentino mira ad aggregare l’elettorato un tempo rappresentato dalla Margherita.

 

Lorenzo Dellai

 

Abbiamo bisogno di “buona politica”. Dopo la stagione dell’uno vale uno, forse lo stiamo intuendo. Lo ha fatto magistralmente capire il Presidente della Repubblica davanti alle Camere. Il merito principale del discorso di Mattarella – grazie a Dio confermato nelle sue funzioni – è quello di aver tolto la prospettiva delle “riforme” (potremmo dire, dell’Agenda Draghi) dall’ambito angusto della tecnica e dell’emergenza e di averla collocata sul terreno della “Politica”.

 

L’ha innestata sul ceppo dei valori comunitari e della democrazia. L’ha proiettata sullo scenario di una ineludibile nuova stagione di partecipazione e di responsabilità diffusa.

Non a caso, il Presidente ha molto insistito sul ruolo dei Partiti, intesi come strumento necessario per superare la “solitudine” delle persone e delle componenti sociali difronte alle difficoltà ed alle sfide imposte dal passaggio epocale che stiamo vivendo. Un passaggio che l’Italia non ha certo ancora superato, come le nubi economiche e sociali che si profilano all’orizzonte stanno a dimostrare.

 

C’è tutta la ricchezza della cultura cattolico-democratica in questo discorso. C’è una visione della democrazia che è riassunta da una parola (la più citata nel discorso): “dignità”. Parola che esprime molto di più di quella oggi maggiormente gettonata: “diritti”. Dignità è cifra insieme personale e comunitaria, non affare “individualista”. Incorpora diritti e doveri, come sempre è stato nei processi di riscatto del popolo contro ogni forma di sopraffazione. Indica una filosofia esattamente opposta a quella del populismo e del suo inscindibile corollario: il nazionalismo. È, invece, sintesi di primati plurimi ed intrecciati, non contrapposti: la persona, la comunità, i corpi intermedi, le Autonomie Locali, lo Stato, l’Europa.

 

Il Presidente ha indicato una prospettiva “erga omnes”, naturalmente. Ha parlato al Paese e a tutte le sue componenti umane, sociali, geografiche e politiche. Ma sarebbe esiziale se questo messaggio non fosse colto in particolare dal mondo popolare, democratico e riformista. Un mondo che negli ultimi anni ha incontrato serie difficoltà nel parlare con il popolo e nel capirne ansie, sofferenze, speranze, trasformazioni. Temi come sicurezza e identità sono stati semplicemente lasciati nelle mani di una destra sempre più radicale.

 

La bandiera dei diritti sociali è stata ammainata a favore di quella dei diritti civili individualistici. E, tutt’al più, sventolata per battaglie tardo ideologiche (non si è capita la trasformazione del lavoro e del suo rapporto con la tecnologia). Si è pensato che il superamento delle disuguaglianze fosse tema esclusivo di politiche di assistenza e non invece di governo dei processi di radicale cambiamento della società, oltre che di investimento sul capitale umano e sociale. La spinta della globalizzazione non è stata intesa come occasione per un “nuovo pensiero umanistico”, tema che ormai solo Papa Francesco ha il coraggio di mettere al centro. E neppure si sono colti gli scricchiolii che le trasformazioni sociali, tecnologiche e antropologiche provocavano nell’edificio della Democrazia rappresentativa.

 

Le periferie urbane, le aree interne, la montagna sono state di fatto cancellate dal radar degli interessi, della presenza, della condivisione. E con esse una intera parte di popolo. La crisi irreversibile del populismo (di ogni populismo: di destra, di sinistra e di centro) richiede oggi una rigenerazione della Buona Politica. E l’area plurale del “centro-sinistra” (il trattino non è casuale: ma non è questo il punto essenziale. Essenziale è immaginare un nuovo profilo della proposta, che sia all’altezza delle sfide poste dal mondo nuovo nel quale siamo arrivati) deve dare il proprio contributo innovativo, non nostalgico, non supponente. Senza guardarsi troppo l’ombelico; senza perdere i propri valori di fondo; senza però immaginare banali ritorni al passato.

 

Si discute, tra l’altro, di legge elettorale. Inevitabile dopo la dissennata decisione di “potare” semplicemente il numero dei Parlamentari, in omaggio al mantra della demagogia, senza alcuna altra benché minima riforma dei meccanismi istituzionali. Non so come finirà questa discussione. In linea generale, forse, un sistema più proporzionale che maggioritario, con una soglia di sbarramento significativa, potrebbe funzionare meglio del vigente Rosatellum. Ma nessun meccanismo elettorale risolve i problemi profondi e strutturali della Politica.

 

Dunque, non illudiamoci: ciò che serve è un percorso umile e non effimero di rigenerazione delle culture e di innovazione degli strumenti di rappresentanza politica. Che non potrà essere partorito attraverso alchimie di Palazzo o “transumanze” varie. Lo dico pensando anche al cosiddetto “centro”. Scomposizioni e ri-accorpamenti di spezzoni di nomenclatura non producono alcun fatto di vera novità strutturale per la politica italiana. Sopratutto se – dietro – si scorge l’antico vizio di chi pensa al “centro” come al luogo delle “mani libere”. Più che di “mani libere”, il Paese ha bisogno di “mani intrecciate”, solidali, operose, disposte a lavorare assieme.

 

Mani autonome e autorevoli; non satelliti di nessuno; che appartengono a comunità politiche le quali esistono in quanto tali, non perché alleate con altri. Ma intrinsecamente propense a fare assieme un nuovo cammino per affermare la “dignità” delle persone e del popolo in una prospettiva solidale, comunitaria, democratica, innovativa, aperta, europeista.

 

Non so che succederà nel resto d’Italia. Ma nella Comunità Autonoma del Trentino questo percorso può essere realizzato, in coerenza con la nostra peculiare storia recente, anche assieme alle altre forze autonomiste. E senza aspettare “direttive o formule da Roma”, ma assumendo con responsabilità e coraggio il dovere di considerare un territorio “Autonomo” come produttore e non come semplice consumatore di “politica”. Il progetto di “Campobase” mi pare che si collochi in tale virtuosa direzione. Di questa rigenerazione della Politica, del resto, la nostra Speciale Autonomia ha assoluto ed urgente bisogno. A Trento e forse – mi pare di cogliere – anche a Bolzano.