IL CARDINALE MARTINI PRECURSORE DI PAPA FRANCESCO 

2999

Per gentile concessione degli autori riproponiamo questo saggio che in origine è stato pubblicato da Adista, settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religiosa.

 

L’intervista rilasciata l’8 agosto 2012 dal cardinal Martini  – rivista e approvata dall’autore, che sarebbe morto di lì a qualche giorno, il 30 agosto 2012 – a Georg Sporschill, il confratello gesuita che lo aveva intervistato per le  Conversazioni notturne a Gerusalemme, e a Federica Radice, costituisce il testamento spirituale di questo grande intellettuale ed uomo di Chiesa. Rileggerla oggi è un’esperienza istruttiva, e anche emozionante. Martini si rende perfettamente conto del baratro in cui rischia di cadere la Chiesa cattolica, la sua Chiesa. E le sue affermazioni sono estremamente lucide, franche,  scabre ed essenziali. Nel momento finale, non è più tempo di perifrasi, di attenuazioni: rimane solo  la nuda verità. Cerchiamo  di mettere in risalto le caratteristiche fondamentali della sintesi finale del cardinal Martini, e poi cercheremo di vederne le analogie con il pensiero e la pratica di Papa Francesco.  

Il punto fondamentale, a nostro avviso, viene enunciato alla fine: “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio”. Il cardinal Martini era un uomo che pesava le parole che diceva. Cerchiamo allora di capire bene il significato della sua dichiarazione. Cominciamo dal negativo:  perché, in che senso  la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni? La risposta crediamo sia questa: perché, traumatizzata dagli effetti della rivoluzione francese, all’inizio dell’Ottocento pensò di contrapporsi frontalmente alla modernità in tutti i suoi aspetti – la scienza moderna, la libertà di coscienza, di opinione, di stampa, il pluralismo religioso,  la democrazia – e ritenne, a questo fine, di poter ritornare ai privilegi dell’ancien régime, idolatrato come presunto regime cristiano. Basta leggere il Sillabo, emanato dal Pio IX nel 1864, per capire a quali abissi di incomprensione potesse portare questo atteggiamento  culturalmente ottuso e politicamente reazionario. Esso continuò ben oltre Pio IX: basti ricordare la triste vicenda della condanna del cosiddetto modernismo, con l’Enciclica Pascendi dominici gregis firmata da Pio X nel 1907, che diede l’avvio a una vera e propria caccia al modernista che si trascinò per anni e anni nella Chiesa cattolica, con episodi particolarmente squallidi. 

Questo atteggiamento di chiusura continuò negli anni: basti ricordare  le persecuzioni contro i teologi aperti alla sfida della modernità – i Teilhard de Chardin, De Lubac, Chenu, Congar … Queste condanne furono rovesciate solo al tempo del Concilio, con il riconoscimento dell’apporto decisivo dato da questi teologi all’‘aggiornamento’ (Papa Giovanni XXIII) della dottrina della Chiesa. Insomma, per capire il ritardo plurisecolare della Chiesa di cui parla Martini siamo costretti a ricorrere all’evento capitale nella storia della Chiesa cattolica degli ultimi secoli, cioè al Concilio Vaticano II, che in linea di principio chiuse un’epoca  e aprì le porte della Chiesa al confronto con il mondo moderno – e ora postmoderno (il cardinal Martini, raffinato biblista, si rendeva ben conto di quanto provvidenziale fosse stata l’apertura alle scienze moderne anche nel campo della ricerca biblica). Dunque, nell’affermazione sui duecento anni di ritardo deve essere letta anche una istanza polemica nei confronti dei sostenitori della cosiddetta ‘ermeneutica della continuità’ che, contrastando i risultati  della più accreditata ricerca storiografica – pensiamo alla Storia del Concilio Vaticano II, curata da Giuseppe Alberigo – intendevano   appiattire il Concilio Vaticano II sul Concilio Vaticano I e, prima, sul Concilio di Trento, rimuovendo così la novità del Concilio in nome del richiamo al tradizionalismo, confuso con la tradizione. (Il tradizionalismo è cosa diversa dalla tradizione vivente: come diceva Mahler – ripreso da Karl Rahner – “tradizione è conservare il fuoco, non adorare le ceneri”). 

Si trattava di ‘normalizzare’ il Concilio Vaticano II sul modello del I, di contenerne,  ‘sopire e troncare’, le manifestazioni più rigorose ed autentiche, come purtroppo la Chiesa scelse di fare negli anni Settanta (si pensi, per fare un solo esempio, alla repressione dell’intelligenza di uno dei più brillanti teologi morali del secondo Novecento, Ambrogio Valsecchi). Invece – questo ci sembra il cuore del messaggio del cardinal Martini – occorreva e occorre dare pieno corso, in modo coraggioso e aperto, agli sviluppi che nascono dall’assunzione del paradigma del Concilio Vaticano II, cioè dal confronto obbligato con le scienze e le filosofie della modernità (e oggi della postmodernità). Ma ciò comporta la diversa risoluzione di un problema fondamentale: in che modo pensare l’inculturazione del cristianesimo? Come è noto, il primo cristianesimo venne pensato attraverso le categorie della filosofia greca, che costituiscono una meravigliosa espressione dell’intelligenza  umana e che anche noi amiamo. E tuttavia, il pensiero umano in Occidente non si  fermò ad essa. In campo scientifico e filosofico,  passando attraverso il Rinascimento, la nascita delle scienze naturali e sociali,  l’illuminismo, è sopravvenuto un altro modello di ragione, rispetto a quella greca classica: in esso la valenza teologico-metafisica non è per nulla data come un corollario indiscutibile delle proposizioni scientifiche ma viene problematizzata, se non messa tra parentesi o addirittura negata. Questa è l’aria del nostro tempo, questo  è il senso comune dell’Occidente, questa è la sfida che dobbiamo affrontare: e non possiamo farlo invocando il ritorno a un passato, anche se glorioso nei suoi momenti migliori (e orribile in quelli peggiori). 

La testimonianza cristiana deve sapersi confrontare con i livelli più alti raggiunti dal sapere contemporaneo.  Facciamo un esempio che un fine conoscitore di musica come Ratzinger potrebbe capire bene: tutte le persone con una cultura musicale ammirano la splendida polifonia di Palestrina. Ma forse ciò  impedisce  di apprezzare la Missa solemnis di Beethoven o le musiche sacre di Messiaen o di Pärt? La risposta che i tradizionalisti danno al problema dell’inculturazione della fede cristiana  – Papa Benedetto XVI nel Discorso di Ratisbona lo ha fatto in modo raffinato, i  seguaci lo fanno spesso in modo intellettualmente grossolano  – è in sostanza questa: l’inculturazione della fede cristiana  nella grecità è un evento provvidenziale, dunque noi dobbiamo assumerne gli esiti non soltanto come un dato storico, che come tale va sempre ripensato, ma come un dato metastorico, cioè un insieme di verità metafisico-teologiche che vanno custodite e tramandate come verità eterne, nella loro sostanza come nella loro forma. 

Dunque la fede cristiana equivale alla dottrina tradizionale cristiana. Stando così le cose, è evidente che risultano incomprensibili una serie di acquisizione della ricerca scientifica moderna, tanto nel campo delle scienze umane (per esempio l’ebraicità di Gesù, “un ebreo marginale”, per riferirci al titolo della grande ricerca in più volumi di padre Meier) quanto nell’ambito delle scienze naturali (p.es. la teoria dell’evoluzione, le ricerche intorno alla genesi e alla dinamica dell’universo ecc.). Senza il tomismo non c’è la fede cristiana? In generale:  la fede cristiana equivale alla sua inculturazione originaria? Secondo Ratzinger sì, secondo Martini no.  

Per Martini era ora di riprendere con lena e con coraggio il confronto con la (post)modernità, iniziato, ma non certo terminato, con il Concilio Vaticano II. Ma questo richiedeva due presupposti, uno intellettuale e uno morale. Sul piano intellettuale, occorreva uscire dalla ‘sindrome di onniscienza’ che aveva accompagnato la Chiesa cattolica nella sua battaglia contro la cultura scientifica e filosofica moderna. In questo senso egli assunse  alcune iniziative, che sicuramente suscitarono sconcerto, se non scandalo, nei settori più chiusi della Chiesa. Prendiamo per esempio la ‘cattedra dei non credenti’: di per sé costituiva uno schiaffo al tradizionalismo, perché ipotizzava che i non credenti, lungi dall’essere pecore smarrite da evangelizzare, potessero andare in cattedra e insegnare qualcosa, e talvolta molto, ai credenti!

A questo fine era necessario un supplemento di fede (il cardinal Martini era uomo di intensa, profonda fede: proprio questa gli consentiva l’apertura ai diversi e ai lontani). E l’apertura del cuore. Per questo Martini raccomandava tre rimedi alla  crisi della Chiesa. “Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a compiere un cammino di conversione. La domanda sulla sessualità e su tutti i temi che riguardano il corpo ne sono un esempio […] Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura nei media?”. “Il secondo è la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici (…) [Si pensi alla gravità di questa affermazione! E si consideri se, anche solo per questo, il Concilio Vaticano non debba essere considerato un evento rivoluzionario – nel senso della parola latina revolutio, ritorno al punto di partenza, alle origini]. Sulla Parola di Dio, il biblista Martini dice cose fondamentali: “Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (…). Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. [Quanto il clero ha capito, quanto pratica questa massima?]. Tutte le regole esterne, le leggi,  i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”. Terzo  rimedio, i sacramenti. È degno di nota il modo in cui Martini ne parla. “Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto agli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano di una  nuova forza?” E dal seguito del ragionamento si desume che la risposta è chiara: no, non li portiamo. “Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Queste hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l’indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e famiglia riescono (…) L’atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della comunione noi preghiamo: “Signore non sono degno” … Noi sappiamo di non essere degni (…) L’amore è grazia. L’amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?”.

Nascono da questo atteggiamento fondamentale una serie di posizioni di Martini – dall’atteggiamento rispettoso nei confronti dell’omosessualità (che invece il Catechismo, redatto sotto la direzione di Ratzinger, continua a considerare  ‘intrinsecamente disordinata, contraria alla legge naturale’, § 2537) alla critica nei confronti della Humanae vitae di Paolo VI, un Papa  che peraltro Martini stimava molto. Infine non possiamo dimenticare che la stessa apertura della mente e del cuore si manifestò nell’appoggio convinto di Martini all’ecumenismo e al dialogo interreligioso: una dimensione dell’esperienza religiosa che, nella crisi attuale dell’umanità al tempo della globalizzazione, è di importanza decisiva. Il fondamento teologico del dialogo interreligioso è una teologia apofatica [negativa] che non  toglie nulla alla peculiarità dell’essere cattolico, ma apre fino in fondo alle istanze positive presentate dalle altre religioni mondiali. In Conversazioni notturne a Gerusalemme Martini ne dà una formulazione particolarmente incisiva: “Dobbiamo imparare a vivere la vastità dell’«essere cattolici». E dobbiamo imparare a conoscere gli altri. Per esempio i musulmani …  Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio, il cui cuore è sempre più vasto. Egli non si lascia dominare o addomesticare. Per proteggere questa immensità non conosco modo migliore che continuare a leggere la Bibbia. Così facendo possiamo trasmettere ad altri il nostro entusiasmo e condividere con loro i tesori che vi troviamo”. La più netta antitesi a questa presa di posizione era stata costituita dalla «Dichiarazione ‘Dominus Iesus’ circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa», emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2000, a firma dell’allora prefetto della Congregazione, il cardinale Ratzinger. Seguendo la icastica espressione di Martini, si potrebbe dire che per Ratzinger “Dio è cattolico”.  Deriva logicamente da questo atteggiamento originario  il  sostanziale disinteresse di Ratzinger per il dialogo interreligioso, mostrato per esempio dal celebre Discorso di Ratisbona.  

Nella sua presentazione di Conversazioni notturne a Gerusalemme, intitolata significativamente Per una Chiesa coraggiosa, padre Sporschill osservava: “Per anni il cardinale Martini è stato da molti considerato papabilis, candidato alla successione del papa. Il fatto che soffra di Parkinson può avere rappresentato un impedimento. In Italia i mezzi di comunicazione tentano spesso di servirsi di questo coraggioso alto prelato come di un antiPapa a causa della sua mentalità aperta. Il cardinale si limita a sorridere e a dire: «Sono, semmai, un ante-papa, un precursore e preparatore per il Santo Padre»”. L’elezione al soglio pontificio di Papa Francesco, a nostro parere, conferma la veracità di questa previsione  – di questa profezia, verrebbe quasi voglia di dire: effettivamente, il cardinale Martini è stato “un precursore e preparatore” di Papa Francesco. 

Ciò non vuol dire che i due siano uguali. La loro storia è diversa – Martini era un raffinato intellettuale europeo, Bergoglio è un pastore sudamericano, popolare ma non populista, colto ma non specialista (anche se le sue radici culturali sono molto più profonde e ramificate di quanto normalmente si creda). È vero che sono   entrambi gesuiti, e questo fatto ha esercitato una grande e comune influenza sulla loro spiritualità. Ma non sono identici: per esempio, Papa Francesco dà una valutazione molto più positiva della Humanae vitae rispetto al cardinal Martini. E probabilmente Martini aveva un’attenzione più spiccata alla formazione intellettuale del clero rispetto a Papa Francesco, che forse è più interessato ai risvolti sociali, pratici dell’azione della Chiesa.  E poi, ci sono le particolarità individuali e i condizionamenti storici di questi  due grandi  uomini, che  vanno ammirati ma non idolatrati, come osserva Vittorio Bellavite (“Ora tocca a noi sopravvissuti ‘martiniani’ non fare errori, non farci trascinare dall’enfasi nei confronti  del personaggio fino a metterlo in pista per una carriera ecclesiastica postmortem”). Detto tutto questo, ci sembra che la grandezza del cardinal Martini emerga  in piena luce proprio considerando il complesso delle questioni storico-teologiche, filosofiche ed ermeneutiche a cui abbiamo fatto riferimento nel nostro intervento. Esse risaltano ancor di più considerando l’opera di rinnovamento della Chiesa, intrapresa da Papa Francesco alla luce del Concilio Vaticano II e certo non conclusa. Ricordiamo solo una questione fondamentale: il ruolo delle donne nella Chiesa, un tema assolutamente centrale su cui è veramente  indispensabile un cambio di paradigma – o, se si preferisce, una  rivoluzione culturale – la cui necessità è  avvertita anche da Papa Francesco, ma che è ben lungi dall’essere realizzata.

 

Note:

1 Carlo Maria Martini-Georg Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, tr. it.  Mondadori, Milano  2008.

2 Conversazioni notturne a Gerusalemme cit., pp. 20-21.

 Cfr. Massimo Borghesi, Jorge Maria Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book, 2017 Milano. In un nostro saggio di prossima pubblicazione sul pensiero di papa Bergoglio ci soffermiamo sulla caratteristica complessità strutturale della sua formazione culturale, tra America latina ed Europa. Del resto, basta ascoltare una delle omelie di papa Francesco per capire come questa apparente semplicità sia in realtà una straordinaria capacità di andare al nocciolo delle questioni, e dunque presupponga una complessa e nascosta attività di elaborazione, secondo  lo stile dell’anatra di cui parlava Raffaele La Capria – facile apparentemente, ma sorretto da un vorticoso movimento delle zampe sotto il pelo dell’acqua. 

4 Questa è l’opinione di Marinella Perroni: “Purtroppo sento la mancanza di un’esigenza di diventare cristiani adulti, critici, pensanti, non accademici. Anche Papa Francesco su questo punto non ci sente … per lui esiste solo il sociale, mentre l’aspetto intellettuale non lo vede proprio” (La Lettura, domenica 3 luglio 2022, p. 7).

5 Vittorio Bellavite,  Martini: una memoria non apologetica in Adista 23, 25 giugno 2022, pp. 1-3. 

 

Monsignor Gianfranco Poma, teologo. E’ stato assistente spirituale dell’Azione cattolica della diocesi di Pavia (1988-1995), docente in Seminario (1966-2000), direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi (1997-2005), delegato vescovile per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (2005 – 2016).

Prof. Walter Minella: saggista e filosofo. Ha tradotto il breve saggio di  Varlam Tichonovič Šalamov,Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Como – Pavia 2012). Ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini,  Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Caltanissetta – Roma 2015); sullo stesso autore ha scritto la monografia Pietro Prini (Città del Vaticano, 2016). Ha curato con altri studiosi il volume Credere oggi in Dio, ancora e nonostante: Pietro Prini filosofo del dialogo tra fede e scienza (Roma 2018).