Il “caso Casu” e la fragilità del PD

Ha fatto scalpore la notifica dei vigili urbani del Comune di Roma, che punisce con il Daspo il segretario cittadino del Pd per “comportamenti tumultuosi”

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Ha fatto scalpore la notifica dei vigili urbani del Comune di Roma, che punisce con il Daspo il segretario cittadino del Pd per “comportamenti tumultuosi” durante la seduta del consiglio comunale, tenuta lo scorso 17 maggio, con all’ordine del giorno la questione della Casa Internazionale della donna. In effetti, irrorare una sanzione così grave al Segretario di un partito appare altamente disdicevole. A riguardo, il Presidente dell’Aula Giulio Cesare, Marcello De Vito, poteva ottenere un risultato di maggiore efficacia limitandosi ad esprimere una censura per la condotta disdicevole di Andrea Casu. Invece sì è fatto ricorso allo strumento della legge per irrorare un divieto che sa di censura politica, tanto appare enorme la novità di questo atto disciplinare del Presidente grillino ai danni dell’opposizione.

In realtà, la protesta in Aula consiliare richiede sempre un certo grado di misura e autocontrollo. Di solito, specie negli ultimi anni, sembra diventato un diritto trasformare in gazzarra la partecipazione “critica” del pubblico durante le sedute consiliari. D’altronde, come De Vito dovrebbe riconoscere, il “Vaffa day” costituisce ormai un modello che tutti – populisti e antipopulisti – sfruttano a mani basse. Anche il Pd cede purtroppo a questa logica deteriore, fatalmente destinata a indebolire lo spirito democratico e la cultura della tolleranza.

La difesa della Casa internazionale delle donne è stata una battaglia che il Pd ha condotto in maniera pasticciata, se non addirittura equivoca. Non si capisce infatti quale diritto sia compromesso o ferito con l’apertura di una procedura idonea a identificare i titolari di una nuova concessione. È parso, alla fine, che il problema stesse tutto nella salvaguardia della storica gestione dell’immobile che ospita la Casa delle donne. Forse il Pd, in nome di una visione riformista, avrebbe dovuto affinare la linea politica, adottando un criterio più razionale e dunque più responsabile, invece di ridursi a megafono delle contumelie e del malcontento.

La vittoria all’VIII e l’ottimo risultato al III Municipio non devono produrre un effetto sbagliato sul gruppo dirigente del partito. Vale la pena ricordare che i consensi raccolti scontano il dato di una partecipazione esigua degli iscritti alle liste elettorali. Non è difficile ipotizzare che la massa ingente di astensionisti sia da collegare alla delusione di quanti nel M5S avevano riposto fiducia, sia nel 2016 (comunali) che nel 2018 (politiche). Questi elettori, ingoiato il boccone amaro della delusione per la cattiva amministrazione della Raggi, dopo questa fase astensionista possono facilmente orientarsi a favore del Pd? Non è affatto certo. Anzi, potrebbe darsi benissimo che la vacuità di un’opposizione un po’ “tumultuosa” precluda la possibilità di ripresa di contatto con la parte più viva ed esigente della città.

Di questo rischio neppure si avvede una persona intelligente come Zingaretti.