IL “CASO RUBERTI” È SOLO AGLI INIZI. L’OPINIONE PUBBLICA APPARE DISORIENTATA, MA GUARDA ALL’ALTERNATIVA CALENDA.

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Il Terzo Polo opera sul terreno come la sfida più insidiosa per un centro-sinistra logorato dalla caduta di moralità del partito che ne sorregge l’impalcatura politica e organizzativa. Il Pd è sotto attacco per lo spettacolo che offre senza pudore.

 

Cristian Coriolano

 

Non ci sono prospettive serene per il Pd del Lazio. La vicenda di Albino Ruberti, fino a ieri potente capo di gabinetto prima di Zingaretti in Regione e poi di Gualtieri al Comune, incombe sulla campagna elettorale. I tentativi di minimizzare l’accaduto, ormai passato alle cronache come un disadorno quadretto di zuffe verbali a suon di minacce e contro minacce durante una cena in un ristorante di Frosinone, sono evidentemente sovrastati dall’incontenibile curiosità della pubblica opinione, interessata a capire cosa abbia generato quella lite e come si rapporti alle questioni di partito o, peggio ancora, alle dinamiche di governo a livello regionale e romano.

 

Gli inquirenti sono al lavoro per fare luce su questa storia dai risvolti ancora ignoti. Anche se le indagini dovessero andare a rilento, per non interferire sulla battaglia elettorale, il senso di sgomento per un episodio così grave per i toni (“ti ammazzo” o “mi ti compro”) e i possibili contenuti. creerà – anzi lo ho ha già creato – il massimo disagio nei Dem, specie tra i candidati.

 

L’insidia maggiore, sul piano politico, viene dal Terzo Polo. L’impostazione della propaganda del Nazareno fa perno sul presupposto che nulla vada concesso a Calenda, nemmeno quell’attenzione di facciata che deriva dal galateo minimo delle elezioni. Tra Letta e la Meloni non può esserci che il deserto, giacché un voto attribuito ai “neo-centristi” sarebbe di fatto un favore elargito allo schieramento di destra. Sicché, anche a Roma e nel Lazio, il Pd dovrebbe attestarsi su questa linea di rifiuto a qualsiasi interlocuzione, diretta o indiretta.

 

Ma come può reggere questo schema? Il Terzo Polo opera sul terreno come la sfida più insidiosa per un centro-sinistra logorato dalla caduta di moralità del partito che ne sorregge l’impalcatura politica e organizzativa. Il Pd è sotto attacco per lo spettacolo che offre senza pudore. Quando si entra nel cuore della struttura, si deve prendere atto della sclerosi che ne ha aggredito le fibra: le correnti sono ridotte ad accumuli di solidarietà che si nutre di potere e serve ad alimentare potere. Nelle province il consigliere regionale è l’imbuto di ogni processo di partecipazione, svolgendo un compito di regolazione e controllo, senza un’ effettiva dialettica democratica. Tutta l’organizzazione ha subìto, in pratica, una lenta ma inesorabile torsione oligarchica.

 

Siamo solo all’inizio di una campagna elettorale difficile. Un certo scoraggiamento si avverte e a farne le spese, come sopra si rilevava, sono principalmente i candidati. Del resto, nei collegi uninominali l’alternativa al Pd si chiama molto spesso Pd, nel senso che la ‘concorrenza’ del Terzo Polo significa il più delle volte un confronto a dir poco antipatico con chi militava fino a ieri nello stesso partito. Evocare pertanto il voto utile è solo un modo per aggirare l’ostacolo, illudendosi; un modo per ignorare l’esigenza, anche nel vivo della battaglia democratica, di un profondo riesame della propria condotta; un modo per far finta di niente, voltandosi da un’altra parte, mentre la casa brucia. In questo contesto, non è un azzardo scorgere le avvisaglie di una ritorsione dell’elettorato deluso (dal Pd). In ultima istanza, a Roma e di riflesso anche altrove, potrebbe essere davvero Calenda la risposta a questa delusione.