Il Censis racconta l’Italia fragile del rancore e della irrazionalità. Il commento di Provinciali.

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C’è un diffuso senso di insoddisfazione, come se si fosse chiuso un ciclo di aspettative inevase: quel “presentismo asfissiante” già denunciato in altre occasioni oscilla tra attesa e ripresa, tra latenza e incerto futuro.

 

Francesco Provinciali

 

Giunto alla sua 55esima redazione, l’annuale Rapporto Censis sullo stato del Paese non tradisce le aspettative e presenta una situazione complessa e ricca di dettagli connotativi che – per fermo immagini, analisi documentate da dati e percentuali, interpretazioni sempre originali e penetranti – offre spunti di conoscenza e riflessione non limitate ai soli addetti ai lavori, economisti o ricercatori sociali che siano.

 

L’approccio descrive un quadro d’insieme che spiega gli approfondimenti tematici, le considerazioni generali come sempre sono suffragate da evidenze significative, lo stesso incipit è a dir poco folgorante. “L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale. Per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E poi: il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone. Perchè sta succedendo? E’ la spia di qualcosa di più profondo: le aspettative soggettive tradite provocano la fuga nel pensiero magico. Siamo nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Per l’81% degli italiani oggi è molto difficile per un giovane ottenere il riconoscimento delle risorse profuse nello studio.

 

Il rischio di un rimbalzo nella scarsità: ecco i fattori di freno alla ripresa economica e le incognite che pesano sul risveglio dei consumi”. La società irrazionale che si va manifestando nelle dissolvenze incrociate di molteplici contraddizioni non è solo la conseguenza della lunga crisi pandemica che sta scompaginando la vita nella sua dimensione planetaria: essa si accompagna e si spiega attraverso altre emergenze che la sostengono e la qualificano. Ci sono le teorie cospirazionistiche, il negazionismo aprioristico che cancella il vaglio critico, i complotti delle sostituzioni etniche provocate da èlite globalistiche, il reset mondiale, il sovranismo psichico, la lunga deriva mai conclusa della stagione del rancore individuale e collettivo, il rifiuto della ragione e degli strumenti con cui abbiamo finora costruito il progresso e il benessere: la scienza, la medicina, i farmaci, le innovazioni tecnologiche. Per il 12,7% degli italiani la scienza produce più danni che soluzioni e per un buon 31,4 % il vaccino è un trabocchetto sperimentale per cavie disponibili a farsi convincere ad inocularlo.

 

C’è un diffuso senso di insoddisfazione, come se si fosse chiuso un ciclo di aspettative inevase: quel “presentismo asfissiante” già denunciato in altre occasioni oscilla tra attesa e ripresa, tra latenza e incerto futuro. “E’ un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà”. Il binomio attesa/ripresa è un leit motiv del Rapporto.

 

L’incertezza è una categoria dominante di questo tempo, lo vediamo con il protrarsi della pandemia, lo riscontriamo nell’emergenza dei problemi ambientali posti in termini ultimativi, con la sostenibilità di una visione antropocentrica che confligge con la natura che si ribella e impone la sua forza ma anche con un allargamento del gap delle disuguaglianze. Forse è per questo che il 69% degli italiani si dichiara molto incerto sul futuro, che l’82% crede di meritare di più sul lavoro e il 62% pensa di valere di più in assoluto. D’altra parte manca un modello economico sostenibile, una rappresentazione di società che premi la dimensione collettiva dello sviluppo. Gli investimenti pubblici sono scesi del 27% negli ultimi dieci anni, la crescita dei consumi è stimata al 5% e comunque inferiore al PIL atteso, permane il problema della disoccupazione giovanile (la generazione NEET) una vera fragilità per un Paese che ambisce a crescere: si stimano 2,7 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, il 29,3% del totale, oltre il 40% al sud, la condizione del lavoro femminile esprime un tasso di occupazione intorno al 54%, il più basso in Europa, il livello medio delle retribuzioni è calato del 2,9% nel periodo sopra considerato, unico Paese dell’area OCSE (in Lituania è aumentato del 200%, nell’U.E. in una media a due cifre), il piano di digitalizzazione della P.A. e dei servizi stenta a decollare poiché non riesce a scindersi da una burocrazia latente, pervasiva ed opprimente. La diffusione delle tecnologie favorisce paradossalmente le disuguaglianze (anche in ambito scolastico, si pensi alla Dad mai decollata in pieno al sud dove il 30% delle famiglie non possiede un PC) ma anche nuove forme di difficoltà relazionali, di rapporti di prossimità e persino nuovi tipi di reati.

 

Sul piano sociale il Rapporto evidenzia l’emergenza di un processo di verticalizzazione (non solo a livello politico ma del sistema-Paese, di quello scolastico, dell’economia dove preoccupa una ripresa dell’inflazione: ci sono dinamiche innescate a livello planetario ma è oggettivamente riscontrato ad ottobre 2021 il rialzo dei prezzi del 20,4% su base annua, e nei dettagli, dell’80,5% per l’energia, del 13,3% per la chimica, del 10,1% per il manifatturiero e del 4,5% per le costruzioni – fonte il Sole 24ore) con una rottura dei meccanismi orizzontali a livello di famiglia, di impresa, di prossimità. Tuttavia si tratta di tensioni verticali presenti in una società che cerca di crescere più per progetti enunciati che per naturale evoluzione: la stessa conclamata “fase di transizione ecologica e digitale” richiede investimenti ma anche risorse umane, preparazione, competenza, pensiero, capacità immaginativa non disgiunta da una prospettiva etica e di maturazione della coscienza collettiva. Ove ciò non avviene si verifica un ripiegamento verso l’economia dello “zero virgola”: si pensi alle dinamiche di rimescolamento sul piano geoeconomico mondiale ad es. attraverso le politiche espansive della Cina, l’assenza di una strategia condivisa dai Paesi dell’U.E., le incertezze a livello di Pnrr e di Recovery plan. Parole ricorrenti nel linguaggio dei soli iniziati.

 

Più volte lo stesso Presidente del Censis Giuseppe De Rita ha evidenziato il solco che separa la teoria delle enunciazioni di principi trionfalistici e delle previsioni quasi palingenetiche, rispetto alla loro concreta attuazione. Affermazioni come “transizione ecologica” e “riconversione digitale” sono generiche e difficilmente metabolizzabili in una società che tradizionalmente necessita di evoluzioni lente e partecipate.

 

Con apprezzabile discernimento il Rapporto stima quattro livelli di transizione praticabili: la transizione green, ossia la necessità di ridurre il danno ecologico delle attività umane, per salvaguardare l’ambiente delle generazioni future, la transizione digitale che è il simbolo della sfida tecnologica e dell’innovazione delle grandi società globali,  la transizione demografica per rimettere al centro dell’iniziativa politica il lavoro giovanile, il ruolo delle donne, il potenziamento dei servizi di assistenza e di protezione sociale, la transizione del lavoro che oggi è al centro di un rinnovato bisogno collettivo. Ma c’è un aspetto – quello demografico – cui il Censis, sull’onda di dati recentemente stimati dall’ISTAT (cfr. il Rapporto sulle cd. “culle vuote”), dedica nel Rapporto particolare attenzione, evidenziando un “rischio di rimbalzo” nelle risorse umane. Dal 2015 al 2020 c’è stato un calo di 906.146  persone nella popolazione del Paese, per la prima volta si prevede- dal 1861 – un numero di nati nel 2021 inferiore alle 400 mila unità, così come – sempre per la prima volta – nel 2020 le nascite ogni 1000 abitanti sono scese al 6,8% contro una media UE del 9,1%. In questa situazione demografica combinata con le incertezze economiche,  il 55,3% delle coppie in età fertile accantona il progetto di avere un figlio mentre l’11,1% vi rinuncia. E in tema di passaggio dalla fase di attesa a quella della ripresa il Rapporto del Censis rimarca la necessità di possedere una misurata coscienza delle leve che producono crescita dal basso: la ricerca di nuove filiere e l’economia del corto raggio.  Secondo il Censis occorre dunque riconsiderare una dimensione economica spazio-temporale di “corto raggio”, che tenga conto delle filiere preesistenti all’impazzimento della globalizzazione e alle spinte espansive a livello geoeconomico. In questa linea di indirizzo vanno viste le tematiche “della sostenibilità, della riconversione ecologica, della qualità dei servizi di vita collettiva, del fisco come strumento di lotta alle diseguaglianze sociali, fino alla esaltazione della economia circolare. Insomma il genius loci – che è valorizzazione del “qui ed ora”, la riscoperta del territorio, la peculiarità delle risorse – troppo frettolosamente espunto dai processi di mondializzazione, ritrova senso e prospettiva in un disegno di crescita, con misurati e diffusi investimenti sociali e recuperando forti motivazioni individuali.

 

Per l’Italia la stagione delle filiere lunghe (“il made in Italy, quella enogastronomica, quella del primato nella produzione dei macchinari, quella del turismo”) necessita di una riconversione sul “corto raggio” gestibile e riprogrammato. Il Censis teme al riguardo che una rimodulazione dei modelli di sviluppo economico e sociale resti prigioniera del quotidiano dibattito d’opinione, del ‘cortissimo’ raggio della cronaca che si focalizza sul presente e non preme il tasto dell’ascensore sempre fermo da tempo al piano terra e racchiuda in un perimetro autoreferenziale ogni progetto di crescita che peraltro va cercato e sollecitato. L’emergenza sanitaria e le sue conseguenze, l’attenzione alle variazioni del clima, lo sviluppo dirompente della tecnologia, l’indebitamento pubblico inarrestabile, il gap digitale: sono tutti esempi di come la società italiana sia messa alla prova, chiamata a un lavoro di autocoscienza, individuale e collettiva.

 

Che cosa serve, allora, per raggiungere questi obiettivi? Serve coscienza, pensiero, servono competenze. “Parlare con parole nuove e affrontare con serietà le fragilità del nostro tessuto sociale è quello che serve nell’attuale dialettica socio-politica. Nell’orizzonte della ripresa si nota un’inquietudine politica, timida e incerta. Ben vengano paura e incertezza del futuro, se aiuteranno nuovi modi di pensare e costruire società e istituzioni, di riconnettere tra loro tecnica e politica, vita sociale e attività statale. Solo che il sistema politico non si annidi in un acquietamento di pensiero, maschera di ogni poco curata transizione”.