Il centro fra Panebianco e Cacciari

Le culture politiche popolari e liberal democratiche di ispirazione cattolica e laica hanno avuto sempre il ruolo di barriera invalicabile a destra (Degasperi docet)

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Angelo Panebianco sul Corriere della Sera e Massimo Cacciari su L’Espresso, da par loro, hanno scritto di politica ed in particolare di “centro”.
Due riflessioni franche e nette, molto intriganti, che solo apparentemente divergono nella sostanza.

Panebianco riconosce la necessità di un “centro politico”, visto che il sistema elettorale – pur confusamente – è diventato e resterà prevalentemente proporzionale, anche se mette in evidenza gli ostacoli che si frappongono su tale strada e ricorda che si tratta semmai di una operazione da costruire nel medio periodo.

Cacciari afferma che lo scenario europeo ed italiano del prossimo futuro sarà strutturato sul conflitto radicale tra due prospettive antagoniste, difronte alle quali non esistono “vie di mezzo”: quella della destra sovranista e quella di un europeismo democratico, aperto e progressivo.
A mio parere hanno ragione entrambi.

Il punto di contatto tra le due analisi sta nel fatto che il “centro politico che non c’è” non deve essere inteso come una “via di mezzo” tra le due prospettive irriducibilmente antagoniste di cui parla Cacciari, ma come un pilastro culturale e politico di uno dei due campi: quello democratico ed europeista.

Le culture politiche popolari e liberal democratiche di ispirazione cattolica e laica hanno avuto sempre il ruolo di barriera invalicabile a destra (Degasperi docet) ed hanno offerto un contributo essenziale e peculiare alla costruzione di scenari orientati all’inclusione sociale e alla qualità della democrazia, sul fronte interno e su quello internazionale.
Questo contributo è stato assicurato con gli strumenti di rappresentanza del momento e attraverso gli assetti che la Politica si è via via data.

Negli ultimi tre decenni, si è faticosamente ricercato il modo di continuare questa storia, ma con una diaspora che è stata in parte un segno dei tempi (conseguente al radicale mutamento della base sociale del tradizionale centro) ed in parte frutto di errori di valutazione politica.
Il futuro non si costruisce con i “se” e i “ma” postumi.

Guardiamo piuttosto alla evidenza di fatto oggi sotto i nostri occhi: né la convergenza in un unico partito “a vocazione maggioritaria” del centrosinistra, né la proliferazione di mille rivoli spesso autoreferenziali hanno consentito alle culture politiche del centro popolare e liberal democratico di continuare a dare un contributo visibile alla politica italiana.
Men che meno questo contributo lo può assicurare l’esperienza di Forza Italia e delle formazioni cosiddette “centriste” del centrodestra, oggi di fatto politicamente succubi della strategia sovranista di Salvini, nonostante le apprezzabili posizioni espresse da Mara Carfagna e da altri esponenti di quel partito.

Prendiamo atto della realtà e mettiamoci in cammino.
Dopo le elezioni europee – nelle quali occorrerà far di necessità virtù, visto che non è stato possibile presentare una lista espressione di questa idea di “centro” – va ripreso un percorso difficile ma necessario.

Il campo democratico ed europeista si deve organizzare in modo nuovo.
E dentro questo campo le nostre culture politiche devono essere riproposte con idee, linguaggi, classe dirigente e spirito unitario all’altezza dei rischi che il Paese, purtroppo, è destinato a correre e che la maggioranza giallo-verde sta irresponsabilmente rendendo ancora più drammatici.