Il conflitto si aggrava e una soluzione negoziale appare lontana. Sull’Europa incombe una nuova cortina di ferro.

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Se alla fine si arriverà al tavolo negoziale, le posizioni delle due delegazioni saranno condizionate dai risultati ottenuti dai rispettivi eserciti e dall’impatto delle sanzioni imposte alla Russia. Indipendentemente dalla direzione che prenderà il corso degli eventi, si ha la netta sensazione che il mondo stia per voltare pagina.

In Ucraina, il cammino verso la pace si fa sempre più lungo, problematico e insidioso, tra rari momenti di cauto ottimismo per un negoziato che resta ipotetico e frammentario, frequenti accelerate di brutale violenza sul campo di battaglia ed un linguaggio a distanza tra le parti in causa fortemente minaccioso.

L’eccidio di civili a Bucha (cittadina a pochi chilometri da Kiev) ha occupato molto spazio nella cronaca quotidiana della guerra in corso, dando l’avvio ad una sequela di segnalazioni di altre stragi, compiute o presunte, ad opera dell’esercito russo. Ciò ha indotto Zelensky (rivelatosi ancora una volta molto abile sul piano della propaganda)  e i suoi alleati occidentali (in primis, gli Stati Uniti) a portare la questione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’opinione pubblica mondiale nonché di sollecitare una inchiesta presso le competenti organizzazioni internazionali per sottoporre Putin al giudizio della Corte Penale di Giustizia de L’Aja, pur conoscendo bene l’impossibilità pratica, per motivi formali e sostanziali, di avviare e, soprattutto, portare a termine con successo tale procedura.

Comunque, da questa corale energica denuncia è derivata la decisione di infliggere a Mosca nuovi pacchetti di sanzioni economiche e, nel contempo, prevederne altri nonché decretare l’espulsione dai paesi di rispettivo accreditamento (fra cui l’Italia) di una lunga lista di diplomatici russi (cui ha fatto riscontro analoga annunciata misura del Cremlino) con conseguente aumento della già alta tensione esistente.

Altri eventi significativi si sono susseguiti senza sosta. Dalla sospensione della Federazione russa dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani (votata a larga maggioranza dall’Assemblea, ma con il voto negativo della Cina…) al blocco di nuovi investimenti in Russia e dell’importazione di petrolio approvati a stragrande maggioranza dal Congresso americano. Dalla dichiarazione del Segretario Generale della NATO, Stoltemberg, di aumentare il sostegno militare a Kiev per la seconda fase del conflitto al pessimismo circa la possibilità di un prossimo “cessate il fuoco” manifestato dal Sottosegretario delle Nazioni Unite dopo una serie di colloqui ad alto livello a Mosca. Dal ritorno a Kiev di alcuni rappresentanti diplomatici (Turchia, Lituania, Slovenia) al viaggio verso la capitale ucraina di Elizabeth von der Leyen per incontrare Zelensky e consegnargli il documento di richiesta di ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea (avvenimenti ambedue incoraggianti per il governo locale).

Un missile sulla stazione di Kramatorsk (dove diverse centinaia di civili attendevano di evacuare dal Donbass per sfuggire ai bombardamenti) ha provocato la morte di cinquanta persone, oltre al ferimento di altre cento, per il cui lancio ucraini e russi si rimpallano la responsabilità. Infine, la dichiarazione dell’Ambasciatore russo a Washington secondo cui l’invio di armi occidentali in Ucraina potrebbe determinare uno scontro tra Stati Uniti e Federazione Russa. Nel frattempo, mentre le truppe russe installate nell’area di Kiev continuano il ripiegamento (in parte verso la Bielorussia e in parte verso il sud-est del paese), l’esercito invasore continua a bombardare varie città meridionali, seminando morte e distruzione e terrorizzando le decine di migliaia di civili (tra cui donne, bambini ed anziani) ridotti allo stremo, che ancora non sono riusciti a fuggire per il mancato doveroso rispetto russo dei corridoi umanitari.

A Washington e nelle principali capitali europee si darebbe ormai per scontato che Putin non abbia alcuna intenzione di avviare un serio negoziato prima di avere messo il governo ucraino definitivamente in ginocchio sul piano militare. Il menzionato ritiro delle truppe dall’area settentrionale del paese – secondo vari analisti indipendenti – potrebbe, infatti, non essere definitivo e, soprattutto, costituirebbe il preludio di una gigantesca mossa militare a tenaglia volta a neutralizzare totalmente l’esercito ucraino, dopo averlo circondato, mediante l’impiego di un formidabile dispiegamento di forze aeree e terrestri. Anche i massimi responsabili della NATO avallerebbero tale ipotesi.

Di fronte alla prospettiva di una capitolazione di Zelensky, considerata destabilizzante per l’intero fronte occidentale, Biden, secondo quanto filtra dagli ambienti governativi americani, sarebbe incline a rivedere il divieto di fornirgli armi di offesa (come da lui incessantemente richiesto) nel tentativo di costringere Putin ad accettare serie conversazioni di pace. Il sempre maggiore (seppur indiretto) coinvolgimento americano ed europeo nel conflitto rischia però non soltanto di aggravare ulteriormente le relazioni (già, di fatto, ai minimi termini) tra Mosca, da un lato, e Washington e i suoi alleati, dall’altro, ma di prolungare indefinitamente il confronto armato sul terreno.

Al riguardo, alcuni osservatori tornano periodicamente a menzionare il rischio che Putin, intenzionato a neutralizzare militarmente l’avversario, temendo di non riuscire ad ottenere i risultati sperati e sentendosi minacciato da un Occidente sempre più determinato e aggressivo, possa decidere di utilizzare l’arma nucleare seppur in ambito circoscritto (c.d. impiego tattico).  Sarebbe una mossa estrema e azzardosa, volta a sfidare apertamente gli avversari, puntando sulla nota riluttanza dell’opinione pubblica occidentale a dare il proprio assenso ad una guerra nucleare. Tale scelta avrebbe conseguenze imprevedibili, ma sicuramente, per certi versi, devastanti.

È uno scenario inquietante, seppur ancora (altamente?) improbabile. Più facile prevedere il prolungamento di uno scontro armato convenzionale, caratterizzato da una serie di “stop and go”, la cui durata sarebbe strettamente dipendente dalla capacità dell’esercito ucraino (grazie anche all’assistenza d’oltre confine) di contenere la massiccia offensiva russa.

Comunque, se alla fine si arriverà al tavolo negoziale, le posizioni delle due delegazioni saranno condizionate dai risultati ottenuti dai rispettivi eserciti e dall’impatto delle sanzioni imposte alla Russia. A quel punto, non può escludersi che la materia del contendere – oltre a vertere su un nuovo confine territoriale tra Russia e Ucraina – potrebbe allargarsi, riguardando, in qualche modo, anche la regolamentazione dei logorati rapporti Est–Ovest nonché una nuova mappa del potere politico ed economico delle parti. In tal caso, dall’esito delle conversazioni potrebbe emergere un Occidente indebolito per la perdita di una primazia politica ed economica ed una Federazione russa molto più sbilanciata verso Oriente per favorire la nascita di un nuovo ordine internazionale (più volte in questi giorni auspicato da Mosca) calibrato sulla Cina e sull’India che, con le recenti votazioni all’ONU, hanno dimostrato di non essere del tutto insensibili ai richiami di Putin.

In conclusione, indipendentemente dalla direzione che prenderà il corso degli eventi, si ha la netta sensazione che il mondo stia per voltare pagina e che l’attuale vicenda bellica rischi di concludersi con un brusco ritorno a un lontano passato ossia con il sostanziale deprecabile ripristino in Europa della “cortina di ferro”.

Giorgio Radicati, Ambasciatore.