Il desiderio del centro politico

Il centro politico è, in realtà, solo una grande finzione spaziale, geometrica e lessicale.

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Dopo aver letto l’intervista di Lucio D’Ubaldo  a Guido Bodrato su Il Domani d’Italia  : “Il centro ha bisogno di cultura politica…” ; dopo i vari interventi seguiti: Prodi  “…Anche Prodi auspica la nascita di un partito più al centro ” ; Dellai : “Un nuovo centro” ; Di Giovan Paolo : “Centro, …solo un ‘nome nudo’ ; Capozza: “Essere al centro” ; ma anche Cacciari, Monaco, Fioroni,  in questi giorni, Panebianco e altri, che ruotono attorno allo stessa tema del centro politico moderato e dei cattolici in politica, mi sono sentito in disagio. Un disagio scaturito dal disaccordo su questo “Desiderio di Centro” e, nello stesso tempo, dalla stima che porto a Lucio D’Ubaldo, per il suo  tenace impegno prima culturale e solo dopo politico, che meriterebbe un riconoscimento. D’Ubaldo, non da oggi, rivolge il suo sguardo al ritorno dei cattolici sulla scena politica, facendomi vivere una profonda  contraddizione, dal momento che comprendo e condivido questo suo desidero. Di cui ne riconosco tuttavia le difficoltà storiche e sociali. E’ tempo , il nostro, di auspicare il ritorno del c.d. Centro politico connotato dal cattolicesimo democratico e dal popolarismo, con i ceti medi e i moderati  protagonisti ? E’ tempo il nostro della ricerca di una casa e di una collocazione spaziale di questo elettorato ? E’ tempo il nostro di desiderare la “ri-composizione ” – direbbe Padre Sorge – di un’ area cattolico- democratica e popolare oggi completamente assente dal dibattito politico ?  Tutte domande e aspirazioni interessanti di cui si è fatto interprete il tenace D’Ubaldo con molto coraggio. Ma che, pur riconoscendone  la legittimità e il nocciolo culturale nascosto, mi hanno tuttavia reso un poco critico. Consapevole che i desideri e le aspirazioni sono sentimenti umani fisiologici e condizioni mentali che nascondono spesso nostalgia e mancanza, o ricerca,  di qualcosa. E che, anche se validi , sono sentimenti che spesso non si misurano con la realtà e con le ragioni della storia nei suoi veloci e futuristici cambiamenti.

E’ vero. Col sistema elettorale proporzionale, con cui verosimilmente andremo di nuovo a votare, siamo tornati indietro nella storia della democrazia italiana. Il pluralismo connesso ai sistemi proporzionali, può però portare a sviste se collocato in epoche storiche diverse. Ed è vero che il cattolicesimo sociale e democratico, il popolarismo, sono scomparsi dalla scena politica. Ma rispetto al passato ci sono almeno quattro novità: l’emergere di una drammatica pulsione irrazionale sovranista ed antieuropeista pericolosa per il futuro dell’Italia; il proliferare di partiti, partitini e liste, che si dichiarano  di sinistra , centrosinistra, centro, centrodestra e destra, tali da spingere tutti alla illusoria ricerca di un elettorato c.d. di centro moderato vecchi tempi; la scomparsa delle classi sociali, e della vecchia distinzione marxista unita alla crisi dei “ceti centristi”; la ormai irreversibile personalizzazione leaderistica della competizione che, amplificata dai media e dai social, ci fa vivere nel presente e ci spinge a votare una persona al posto di un partito con la sua storia, i suoi valori da difendere, il suo programma elettorale. .                                                                         

Se non vogliamo risalire a Cavour e a Giolitti, molti sono partiti, partitini e liste che una volta autodichiaratisi di centro moderato, avrebbero forse potuto avere un senso solo ai tempi di De Gasperi, messo di fronte ad un robusto ceto medio consegnatogli dal fascismo, e a una buona borghesia che De Rita e Bonomi, “La fine della borghesia “,  Cacciari “ La borghesia ? Uccisa dal capitalismo “  e altri diversi studiosi, hanno tentato di scovare ai nostri giorni, senza riuscirci. Partiti, partitini e liste, che oggi rappresentano la presa in giro di autentico pluralismo politico e culturale, pur rispondendo ad un sistema proporzionale che spinge alla frantumazione verso lo zero virgola .

Il centro politico “orizzontale” del secolo passato

Se stiamo dunque rispolverando il centro politico nella sua valenza moderata e cattolica, non è solo colpa del proporzionale. Ma anche desiderio di alcuni  uomini politici, un poco frettolosi nell’identificare il “centro” politico dei nostri tempi – specie se cattolico – con il ceto medio, con la seppellita borghesia, o con i c.d. moderati .  Questi ultimi pensati  come tranquilli e pacati conservatori contrari  ad ogni cambiamento, che amano lo status quo, e l’etablishement . La faccenda confonde di più le acque, quando compaiono ancora oggi sigle doppie che , grazie agli esistenti  sistemi maggioritari comunali e regionali, si dichiarano di centrodestra, centrosinistra, se non di sinistra centro e di destra centro. Ma tant’è.                                                                                     

Il centro politico è, in realtà, solo una grande finzione spaziale, geometrica e lessicale. Identificabile solo negli emicicli dei parlamenti. In questo senso ben presente nella storia delle democrazie moderne a partire dalla rivoluzione francese. Ma oggi addirittura inesistente in alcuni paesi di democrazia  “bipolare” anche in virtù dei loro sistemi elettorali e delle tavole rettangolari attorno a cui sono seduti i parlamentari. Così come è inesistente la nozione dei moderati nei dizionari di politica seri pur incontrando partiti e liste che si richiamano al centrismo moderato: nella scienza politica, il moderato non è previsto !  Tutto allora sta a capire cosa intendiamo nei nostri tempi con centro moderato, ceto moderato, cattolico moderato, ecc. Ma anche ceto medio e classe media. Chiarendo sin d’ora che dal punto di vita sociologico è eventualmente meglio descrivibile un centro di natura sociale, al posto di un centro politico, di un ceto moderato, di una classe media, di un cattolico –democratico di centro,ecc.     

Il centro politico “verticale”dei  nostri giorni

Dobbiamo riconoscerlo: oggi il dibattito tra liberali e illiberali, tra classe operaia e middle class, tra conservatori e innamorati del cambiamento,  tra capitalismo e democrazia , tra rivoluzionari e tradizionalisti, si è fortemente alleggerito dei contenuti ideologici novecenteschi. Peccato, però, che abbia rimosso gli “ Ultimi”, nuovi e vecchi. Il “Disordine globale  con i suoi  “Scenari di un mondo in trasformazione”  come titola la rivista “ Humanitas”  della Morcelliana, galoppa ormai indisturbato verso un futuro sconosciuto.  Di fronte all’emergere impetuoso degli “alti” poteri finanziari , e dei super-ricchi con le loro multinazionali globali, la società si è appiattita verso il basso. E   tutto quello che sta al di sotto di una sottilissima punta di un iceberg , si dovrebbe completamente ripensare . E’ dunque un errore definire la classe media di centro con una fascia di reddito ( da tot euro a tot euro)  e con la professione lavorativa supposta sicura ( impiegati , insegnanti, medici, commercialisti, ingegneri, quadri aziendali, piccoli imprenditori, piccoli proprietari terrieri, ecc,). Oppure con chi diserta le urne. Oppure, ancora peggio, con chi va a Messa la domenica . Non sono parametri che oggi spiegano bene. Se così,  dobbiamo allora fare un piccolo sforzo linguistico e d’immaginazione per trasferirci dalla posizione orizzontale di un centro equidistante da destra e sinistra, a quella verticale di un centro equidistante da alti e bassi, ricchi e poveri, primi e ultimi, eguali e diversi. Credo che così facendo possiamo comprendere bene sia la realtà nuova che ci sta attorno, sia le nuove sfide che ci attendono, e trarne le conseguenze. 

Con dei particolari che potrebbero forse  aiutarci. Per esempio, che in basso troviamo ben  il 70 % della popolazione con una pensione al di sotto di 1000 euro al mese. Che il 33% dei giovani 15-34 anni è senza lavoro. Che robuste quote di (ex) classe operaia vota M5s e Lega.   Fabrizio Barca nel suo scandaloso Forum “Disuguaglianze e Diversità” , parla ormai di ceti forti e di ceti deboli, trascurando i ceti medi che colloca tra i ceti deboli. Alcuni dati Oxfam 2016, gli danno pure  ragione: c’è un 1 % più ricco che accumula una ricchezza del 25 % di tutta la ricchezza nazionale, mentre una quota più ampia di ricchi, (il 10%)  arriva ad accumulare sino al 62 % lasciando il restante 38% da distribuire al 90 % di popolazione. Infine , e ricorrendo ad un dato controverso, solo il 5% dei contribuenti italiani dichiara più di 50 mila euro di reddito.                                                                                                     

Insomma se non crediamo più alla “Fine della Storia”, con la ricomparsa delle diseguaglianze non siamo più neanche nella “società dei 2/3”  immaginata da Peter Glotz che prevedeva ben 2/3 di popolazione inclusi nel benessere e nei suoi benefici, e solo 1/3 di esclusi .  Siamo invece sicuramente con i 2/3 di esclusi e in difficoltà, e solo di 1/3 di inclusi, dal momento che quel terzo che stava nel centro, chiamato classe media, ceto medio , moderati di centro, ecc. sta velocemente scomparendo  scendendo verso il basso. Con una aggravante di disattenzione verso questi fenomeni dal momento che oggi un 40- 45%, a volte 60 %, degli aventi diritto al voto diserta le urne. Ora, se noi desideriamo identificare il centro politico con il 70 % degli italiani che prendono una pensione al di sotto di mille euro al mese, con il 33 % dei giovani disoccupati, oppure con l’1% dei ricchissimi o con il 20% di popolazione benestante e ricca senza grossi problemi economici e incertezze sul futuro proprio e dei figli, oppure con quel 40-50% di assenti al voto, siamo liberi di farlo. Ma così facendo, compiamo una operazione culturale, sociale e politica totalmente  sbagliata. In particolare oggi quando robuste quote di popolazione hanno preso il discensore sociale facendo squagliare il ceto medio. Una operazione che tende, oggi, ad imbrogliare e a fare confondere gli elettori evocando una terra di mezzo inesistente nella realtà sociale e antropologica e nella domanda politica, mentre è presente nell’offerta. E che risulta molto vaga in assenza di chiare definizioni di centro moderato. Se invece vogliamo rivolgere lo sguardo alla popolazione italiana e ai suoi ultimi comportamenti elettorali, tutto possiamo fare tranne che evocare un partito di centro e un elettorato centrista, se non moderato e conservatore. Quel lontano centrismo dell’Italia cattolica di De Gasperi ad ispirazione sturziana e popolare, che nel 1951, oltre ad avere da fare con la Cortina di ferro e la ricostruzione, tra tutti i lavoratori italiani, registrava ben un 63% fra  coltivatori diretti e salariati agricoli contadini (fonte Sylos Labini).

Sarebbe  corretto aggiungere che quando si rimuove la linea verticale (alti e bassi, ricchi e poveri,) e si ritorna alla linea orizzontale (destra e sinistra, o, peggio, centrodestra e centrosinistra) il discorso, dal punto di vista della  storia politica della nostra democrazia italiana si fa certamente più pertinente. Ma solo, appunto, per la storia politica del secolo scorso. Si possono infatti riscontrare riferimenti storici notevoli per spiegare e capire bene il termine centro nel gioco della competizione elettorale proporzionale  dei nostri parlamenti nazionali. Così come si possono trovare definizioni convincenti che spiegano cosa significhi  destra e cosa sinistra una volta divisi – come ha sostenuto Norberto Bobbio – tra idee di uguaglianza e idee di libertà  e disuguaglianza.

Ridefinire l’offerta politica alla luce della rivoluzione antropologica e sociale in atto.

Qual è, allora, il problema di oggi? A mio avviso risiede nel fatto che continuiamo ad utilizzare categorie politiche che spiegavano solo per il passato alcuni fenomeni della democrazia e della società del nostro paese. Del suo livello economico e del suo sviluppo tecnologico.  Ma che ai nostri giorni e sotto la cappa di una irreversibile globalizzazione con i suoi centri finanziari di immenso potere, dovrebbero far riflettere, spingendoci a urgenti rivisitazioni e ridefinizioni con categorie fortemente creative, pensando al futuro che ci attende.

Non credo che di fronte al seppellimento  del partito politico solido di massa, un partito che dava speranze e suggeriva valori e principi, un partito, quello di oggi, del tutto mutevole e liquido nella raccolta del voto, e trovandoci di fronte alla personalizzazione del partito con il suo leader in diretto rapporto con l’elettore , non credo dicevo che  utilizzando la nozione di centro si riesca a spiegare e capire qualcosa dei nostri tempi. Voglio ricordare che il più coraggioso europeista dei nostri giorni è il presidente senza partito di un paese, la Francia, dove la classe operaia vota per la Le Pen.

Così come non credo che, di fronte all’avanzata dei nuovi populismi  con la passionale ricerca di capri espiatori, e di fronte ai pericolosi nazionalismi e localismi emergenti ,antieuropei,  con la terra, il sangue, la lingua, e le tradizioni …e perfino la razza – una presa in giro dell’autentico comunitarismo -, messi nei loro programmi romantici e sbandierati nelle loro manifestazioni, la riposta sia quella di un partito di centro che comunica attraverso  twitter e social.media

Credo di più, invece, che, di fronte ai rivolgimenti sociali, antropologici e culturali inimmaginabili per tutto il Novecento,  di fronte alla seria crisi dei ceti medi saliti come dicevo sul “discensore”, ma che bene o male componevano il centro c.d. moderato nel secolo passato -, non bisogna stare immobili sulla riva del fiume richiamandoci a interpretazioni e paradigmi superati dalla storia. Forse è bene cominciare a pensare che i moderati, quelli senza problemi economici, educati e per bene, tranquilli e fiduciosi sul futuro loro e dei figli, nemici delle grandi “rivoluzioni”, hanno oggi ceduto il posto all’intemperante odioso, al nervoso preoccupato, alle famiglie benestanti con i figli disoccupati e senza molte speranze di trovare lavoro Al pauroso dello straniero altro e diverso. Al  razzismo strisciante odioso di tutti quegli “stranieri” che tolgono il lavoro e il pane agli italiani.

Il nuovo centro … in  basso ?

Penso , allora, che sia indispensabile declinare valori e principi del vivere insieme e della democrazia costituzionale nello “spirito dei tempi” che viviamo. Interpretando bene i rivolgimenti sociali sopraggiunti. Scoprendo categorie esplicative e definizioni completamente inedite, in grado di farci capire la storia che viviamo e le novità che ci attendono. Il che ci potrà aiutare nel confezionare programmi e offerte di politica realistica, una volta che facciamo lo sforzo –imprescindibile– di sovrapporle alle novità antropologiche, culturali e sociali  causate dalla inarrestabile globalizzazione in atto . In questo senso, rivolgersi agli elettori moderati di centro, specie quando si comprendono i “cattolici democratici moderati” che per definizione non sono mai stati moderati, è un grosso abbaglio . Il moderato, lo possiamo trovare  sia nella vecchia destra che nella vecchia sinistra,e perfino nei nuovi partiti sopraggiunti. E non solo nel mezzo della vecchia dimensione spaziale e politica orizzontale. Attrarlo oggi in un luogo di centro, anche ricorrendo a spezzatini irrilevanti di programmi  simili , è operazione inutile e culturalmente sbagliata. Il fatto è che siamo di fronte ad un elettorato antisistema e arrabbiato, incerto sul suo futuro che , grazie a Dio – dico io – ha trovato il suo sfogo senza scendere in Piazza con gilet neri,  e la sua rappresentanza addirittura parlamentare, in un Movimento fondato da un comico che lo dichiara né di centro, né di sinistra, né di destra.  Almeno nel significato spaziale che noi davamo a questa orizzontalità politica nel secolo passato. L’elettorato del  M5s che ha vinto il 4 marzo, ma che ha iniziato a riversare i suoi voti alla Lega, come dicono i sondaggi, è un elettorato presente tanto al Nord sviluppato quanto al Sud sottosviluppato. Trasversale e in parte simile a quello della Lega dal punto di vista socio demografico. La cui composizione presenta alcune caratteristiche che dovrebbero preoccupare i sostenitori di un “Nuovo Centro” : elettorato formato da un  picco di giovani, donne e uomini, 30-44 anni; con il 41% di giovani 18-24 anni; con il 43% di operai, il 27% di impiegati, il 20% di casalinghe , il 13% di disoccupati . Con il 36% di diplomati di scuola superiore e il 29% di laureati . La Lega invece ha un 11% laureati ,14% diplomati, 20% licenza elementare. C’è infine un 20% (media tra M5s e Lega), che dichiara di andare a Messa tutte le domeniche , e che ci fa capire che il voto c.d. cattolico , non da oggi è disperso e frammentato : sondaggio CISE – Sole 24 ore. E’ stato  l’Ipsos infine a suggerire che la classe operaia,la classe media e medio bassa non votano Pd, e che i voti il Pd li prende dalla classe medio alta

Oggi in conclusione c’è da chiedersi perché la Lega – contro il sistema e le istituzioni ma oggi facente parte del sistema e delle istituzioni, contro l’Europa e  sovranista, a favore dell’éstablishment o contro l’éstablishment, a favore delle competenze o contro le competenze, con la tuta della Croce rossa, o con il Vangelo o Rosario in mano, a Verona con le famiglie, a Torino con la Tav  , ecc. – cresca sempre di più e non dia cenni di esaurimento. Noi, invocando il centro, non diamo nessuna risposta. Evitando di riflettere sui motivi di fondo che hanno radicato nella società un Movimento come quello di Grillo e una Lega come quella di Salvini.  Che sono stati capaci di fare sparire , nel migliore dei casi assorbiti, il centro, i moderati di Centro, i cattolici moderati di centro, vecchia sinistra e vecchia destra. Se proprio vogliamo mantenere le categorie del secolo passato, seppure un ceto medio di centro misurato col reddito esiste, non è un ceto medio che guarda al centro moderato, perché senza speranze per il futuro,  e perché pieno di incertezze e paure . Ricorrendo alle obsolete definizioni spaziali, siamo di fronte ad una nuova destra senza che ci sia segno di una nuova sinistra. Basta solo evocare un centro per risolvere la questione ? Se così , torno in conclusione a chiedermi:  ma quando parliamo di centro a chi ci riferiamo, e di che cosa vogliamo parlare? Se è legittimo invocare un ritorno del cattolicesimo democratico sulla scena pubblica, esso non si può giustificare con la presenza di un sistema proporzionale. Ne delegare ad un partito di centro moderato senza riscontri sociali. Ritornare al prepolitico si può. Ritornare a studiare i cambiamenti si può. Ritornare all’associazionismo di base per la formazione di classe politica, si può. Pensare ad una Fondazione culturale e a scuole di formazione per non mettere in cantina il cattolicesimo democratico, la Dottrina Sociale della Chiesa, si può. Quello che non si può fare è evocare  categorie politiche scomparse.