Il disobbediente alle leggi del branco

Generazioni di italiani sono cresciute cantando le sue canzoni diventate molto più che canzoni.

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Articolo già apparso sull’Osservatore Romano a firma di Giampaolo Mattei

«Nella mia vita non posso prescindere da Cristo». Un lungo silenzio, avvolto dal fumo della sigaretta, aveva come “preparato” le parole che Fabrizio De André con schiettezza ci aveva confidato, un anno prima di morire, durante un vivace colloquio sulla fede.

Non aveva «il dono della fede» (parole sue) ma possedeva certamente — lo ha detto di lui anche il poeta Mario Luzi — una visione religiosa della vita. «Quale sarà la mano che illumina le stelle» ha scritto nella canzone Ho visto Nina volare («un’estatica contemplazione del mistero della creazione, in quella solitudine che ti mette a contatto con l’Assoluto»), pubblicata in quel suo ultimo disco (Anime salve, 1996) che si conclude con il brano Smisurata preghiera: «Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti alle leggi del branco».

De André ha saputo scrivere poesie e vestirle di musica. Ha tentato, riuscendoci, di schierare i suoi versi dalla parte degli emarginati, dei poveri, dei perdenti agli occhi del mondo. «L’insegnamento di Cristo — ci disse in quell’intervista pubblicata poi nel libro Anima mia — mi ha spinto a scegliere di cantare la storia degli uomini perdenti. Amo parlare di chi è pronto a pagare per difendere la propria dignità: Dio non si scorderà di loro».

I perdenti, era il suo pensiero, «sono le persone che più mi affascinano. Resto convinto che dietro ogni emarginato si nasconda un vero eroe. Solo queste persone dimenticate riescono, come ci ricorda lo scrittore Álvaro Mutis, a “consegnare alla morte una goccia di splendore”».

In questi vent’anni De André è stato ricordato con analisi di ogni genere, alcune opportune e altre, forse, meno. Il suo ricordo ci consegna alcune considerazioni. È stato un uomo che ha scelto di fare della discrezione e del silenzio il suo modo di vivere. Una scelta paradossale per un cantante. E persino “provocatoria” mentre si sta andando, e non solo nella musica leggera, verso forme di comunicazione sempre più commerciali e rumorose. Ci sono suoi colleghi che avvertono le agenzie promozionali anche quando aprono e chiudono la finestra e pur di comparire non rispettano più nulla. De André ha badato a raccontare storie, provando a suscitare emozioni. Non il solo, ma non in numerosa compagnia.

Un’altra considerazione riguarda le tante lacrime versate in sua memoria. Sarebbe opportuno — e utile — trasformarle finalmente in un impegno a raccogliere l’eredità artistica di un autore come De André. Vent’anni fa è come se il “mosaico” della canzone avesse perduto una “tessera” della poesia, del poco rumore, della musica scritta senza svilirla con la moda. Quella “tessera” andrebbe sempre riempita con la stessa voglia di fare musica, di fare poesia, di non essere cialtroni, di usare linguaggi non da “audience” o da conto in banca.

I tanti discorsi sulla dignità culturale della canzone — ma perché avvitarsi in puntualizzazioni se alcuni autori che cantano sono chiamati poeti? — si rincorrono stancamente. Anche perché, quasi certamente, quella “tessera” finirà per riempirla chi avrà più capacità pubblicitaria. L’arte, purtroppo, non c’entra niente. E la questione delle logiche promozionali coinvolgeva e, forse, irritava De André.

Tanto che, proprio a proposito di “uffici stampa”, aveva un pensiero provocatorio: «Nessuno mi toglie dalla testa che Cristo ha salvato tutti e due i ladroni che stavano sulla croce accanto a lui, sì, anche quello cattivo. Ma forse il suo “ufficio stampa”, gli evangelisti, non ha voluto che si sapesse. Ecco così ribadita anche l’attualità della mia vecchia canzone Il testamento di Tito».

È un pezzo contenuto nel disco La buona novella (1970) ispirato ai Vangeli apocrifi. E De André lo raccontava così: «La buona novella cerca di raccontare l’uomo. Ho scritto quelle canzoni in pieno sessantotto e resto convinto che abbiano una carica rivoluzionaria. Ho voluto dire ai miei coetanei che le stesse nostre lotte le aveva sostenute Cristo, il più grande rivoluzionario della storia. Mi accusarono di essere anacronistico perché parlavo di Gesù nel mezzo della rivoluzione studentesca i cui obiettivi, per certi versi, non erano così lontani dal Vangelo: abolizione della classe sociale e dell’autoritarismo, creazione di un sistema egualitario. In più Lui ha combattuto per una libertà integrale, piena di perdono. Sì, perdono e non potere».

De André ci ha lasciato canzoni sulle quali si può discutere e anche non essere d’accordo. Ha scritto provocazioni con ironia e schiettezza, intelligenza e cultura. Non ha avuto remore a parlare di morte, dolore, emarginazione. Non ha fatto calcoli di vendite quando ha scritto in dialetto genovese. Generazioni di italiani sono cresciute cantando le sue canzoni diventate molto più che canzoni. La guerra di Piero, ad esempio, è ormai un inno contro ogni violenza.

E anche generazioni di cristiani hanno cantato, e continuano a farlo, alcune sue splendide intuizioni. Come l’Ave Maria. Quando glielo ricordammo ci parve di scoprire un’emozione dietro un sorriso e un filo di voce rauca, avvolto sempre nella nuvola del fumo di sigaretta: «Non ho il dono della fede ma nella mia vita non posso prescindere da Cristo».