Il Financial Times riconosce che l’Italia ha scelto la stabilità, ma circonda l’analisi di moralismo.

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La rielezione di Mattarella dimostra che esiste una classe dirigente consapevole dei grandi problemi del Paese. Non è stato un rocambolesco gioco di incapaci, ma la faticosa composizione di un equilibrio non facile da raggiungere.

 

Cristian Coriolano

 

Il commento di Tony Barber, pubblicato ieri sul Financial Times, ha un sapore agrodolce. Nel suo editoriale, dedicato alla situazione italiana, descrive il passaggio sulla Presidenza della Repubblica come un processo involontario e insieme salutare. Infatti, si può tranquillamente asserire che “il fallito tentativo dei partiti politici italiani di nominare un nuovo presidente [sia stata] una benedizione sotto mentite spoglie”.

 

Dunque, il premier Mario Draghi è “di nuovo in soccorso” nel caos della politica italiana. Per Barber “i partiti politici del paese sono stati lacerati da litigi e lotte intestine durante i sei giorni di voto” dimostrando così di essere “incapaci di unirsi per qualcosa di diverso dallo status quo – timorosi come erano della prospettiva di elezioni anticipate”.

 

Pertanto, i mercati accolgono con favore il fatto che Draghi rimanga il premier ma “i partiti sembrano indeboliti e le battaglie interne stanno peggiorando” e ciò, secondo il commentatore del Financial Times, “potrebbe renderli meno disposti e capaci di opporsi seriamente al programma di Draghi”.

 

In realtà, “una delle poche cose che hanno in comune sarà il desiderio di mantenere in vita l’attuale governo ed evitare le elezioni prima della scadenza nella prima metà del 2023. Questo potrebbe accentuare le possibilità dell’Italia di rimanere in linea con i suoi impegni di riduzione del deficit e gli impegni di riforma nell’ambito del piano di ripresa e resilienza di Roma da 191 miliardi di euro”.

 

L’analisi di Barber, lucidamente esposta, ha una indubbia consistenza. Riflette, ancora una volta, la preoccupazione della comunità finanziaria transnazionale di leggere la realtà politica del nostro Paese alla luce dell’affidabilità della sua classe dirigente. Non convince, però, il riverbero di un certo moralismo con il quale l’autorevole firma del quotidiano della City circonda la soluzione che ha portato alla stabilizzazione del quadro politico e istituzionale grazie alla scelta di un Parlamento di tutto questo consapevole. Non è stato un rocambolesco gioco di incapaci, ma la faticosa composizione di un equilibrio non facile da raggiungere. Ed è andata bene.