Il futuro di Trump

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Finalmente Trump ha consentito l’avvio della transizione. Quasi contemporaneamente, Biden ha presentato al Paese alcuni importanti membri della futura amministrazione da lui nominati. Tutto sembra quindi rientrare nell’alveo della normale successione presidenziale a seguito – a quanto pare – della pressione congiunta su “the Donald” dei membri più realisti del suo “staff” e della sua famiglia. 

Eppure, egli non ha ancora ammesso la sconfitta, continuando le battaglie legali in vari Stati (la più parte delle quali già perse) e/o esigendo il riconteggio delle schede in altri. Del resto, il sistema americano del collegio elettorale lo consente. Però mai in precedenza nessun altro candidato sconfitto alle urne aveva mobilitato schiere di avvocati e cariche pubbliche statuali per rigettare il verdetto popolare. 

Nel 2000, quando la contesa tra Bush jr e Gore era rimasta in bilico per un tribolato conteggio di voti in Florida, “il repubblicano di ferro” Antonino Scalia, Presidente della Suprema Corte (investita della questione), determinò con il suo voto la vittoria di Bush per un pugno di schede (peraltro contestate). Gore, un po’ per decisione propria e molto per l’azione del Partito Democratico, pose poi fine alla disputa, telefonando al rivale per congratularsi e consegnargli così la Casa Bianca.

Oggi, questo comportamento non sembra, almeno per il momento, praticabile, perché Trump fa dell’innata prepotenza l’arma migliore, anche nei confronti del suo stesso partito. Come del resto fece fin dal momento della sua candidatura, cinque anni orsono, non curandosi dell’aperto ostracismo dei vertici. Da allora nessuno è stato in grado di opporsi ai suoi diktat, soprattutto dopo alcuni successi in politica interna (economia) ed internazionale (Nord Corea, Cina e Medio Oriente). Oggi, peraltro, appoggiare Trump, seppur sconfitto, o non contrariarlo più del necessario, sembra opportuno al Partito in vista del prossimo ballottaggio elettorale in Georgia, dal cui esito dipenderà il controllo del Senato.

Il suo slogan “America first” ha fatto presa su una vasta platea di cittadini, soprattutto bianchi, benpensanti, accesi nazionalisti, residenti nelle aree rurali, in gran parte poco istruiti, delusi a vario titolo, ostili al governo centrale, generalmente fuori dal quotidiano dibattito politico nonché cronicamente sensibili al suono dell’inno nazionale ed allo sventolio della bandiera a stelle e strisce, che immancabilmente spicca sul tetto delle loro case. Insomma, tutti coloro che Hillary Clinton definiva (con una sintesi estremamente parziale ed infelice, che le costò la presidenza) “una massa di qualunquisti, razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi…”.

Questa è l’onda popolare che Trump non ha mai cessato di cavalcare e che gli ha consentito di ottenere un numero di voti superiore a quello da lui incassato quattro anni orsono, numero che anche i più avveduti sondaggisti non avevano previsto. Un suo grande errore (forse fatale) si è rivelato avere gestito male la pandemia, oscillando tra negazionismo assoluto e fallaci prove di forza, dimostrando di non sapere dialogare con l’intero corpo elettorale per non avere neppure tentato di conquistare almeno una parte di cittadini indecisi, fluttuanti cioè nell’area grigia dei votanti.

La perdurante, ostinata ed insolita ritrosia ad accettare la sconfitta potrebbe essere interpretata come la volontà di far credere che soltanto i brogli elettorali lo hanno sconfitto per ottenere da subito un “bonus” da spendere nella prossima competizione presidenziale, quando potrà presentarsi come candidato in cerca di compensazioni poiché già una volta defraudato ingiustamente della vittoria.

C’è però anche chi sostiene che lo sforzo di Trump per mantenere in piedi la figura di imprenditore di successo sceso in campo per dare voce ad una massa di cittadini insoddisfatti nasconda la volontà di difendersi con maggiore autorevolezza, una volta fuori dalla prestigiosa palazzina in Pennsylvania Avenue, dalle accuse che pendono su di lui e che transitano dalla frode bancaria, assicurativa e fiscale allo sfruttamento della posizione di Presidente per favorire le proprie finanze, accettando contributi da parte di governi stranieri.

Sia come sia, contrariamente ai suoi predecessori, Trump non sembra, almeno a questo stadio, coltivare l’intenzione di farsi da parte, trasformandosi in conferenziere dal gettone di platino, scrittore di best-sellers autobiografici e/o applaudito “testimonial”. Infatti, tutto fa ritenere che egli intenda restare ancora alla ribalta della politica almeno fino alla prossima elezione, soprattutto se alcuni giovani parlamentari repubblicani emergenti (in prima fila, i senatori Cotton e Hawley) non riusciranno ad impedirglielo.