Il governo Draghi, la democrazia, il compromesso. Sul “Mulino” una lettura critica dell’attuale situazione politica.

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Questa stagione politica sta mettendo in luce molte cose non buone per la nostra democrazia. L’attuale esecutivo ci sta permettendo di uscire dall’emergenza, in un modo o nell’altro. Ma il dopo dovrà necessariamente essere diverso. Pubblichiamo di seguito la seconda parte dell’articolo di Mastropaolo per la rivista bolognese.

 

(Alfio Mastropaolo)

 

La politica è un fatto relazionale e i fatti lo dimostrano. Se cambiano il contesto, gli alleati e gli avversari, le forze politiche si adattano. La Lega, alla prova del governo, si è divisa. Manca, per contro, all’appello la fondamentale forza di centrosinistra, consegnata a una leadership ectoplasmatica, che anziché dedicarsi alla questione chiave per qualsiasi sinistra che si rispetti, cioè l’occupazione, e magari guardare avanti sui temi dell’ambiente dell’energia e del Mezzogiorno, si limita a esibire i suoi meriti di partito responsabile, il più draghiano di tutti. In compenso, la riflessione sul partito langue, la Calabria è abbandonata alle destre e a Torino delle primarie a dir poco esangui hanno partorito un candidato sindaco manchevole d’idee per una città in crisi e di un minimo di appeal. L’alleanza coi 5 Stelle, plausibile anzitutto per ragioni di forza, non è la panacea per tutti i mali. È innegabile, il Pd proviene da un periodo difficile. Probabilmente, era sbagliato il progetto, sempre che un progetto ci fosse, su cui è stato costruito. Ma la sua persistente inconsistenza è un problema gravissimo.

 

Questa complicata vicenda mostra però qualcos’altro. La democrazia non è il regno delle fate. Vive in un mondo contraddittorio e non può coltivare l’illusione che basti incoronare qualcuno perché governi.

 

Questa complicata vicenda mostra però qualcos’altro. La democrazia non è il regno delle fate. Vive in un mondo contraddittorio e non può coltivare l’illusione che basti incoronare qualcuno perché governi. Quella che è definita la democrazia maggioritaria (oggi fondata sul principio per cui the winner take all) si è dimostrata un’invenzione che sta dividendo le società democratiche e il loro governo. In passato, la democrazia maggioritaria induceva le maggioranze a rispettare le opposizioni e il loro elettorato. L’interpretazione estrema che ne viene data ultimamente è tutt’altra. L’unico grande paese in Europa che se la passi un po’ meglio è la Germania, dove si è sedimentata da più di mezzo secolo una robusta cultura dell’accordo, della continuità, della stabilità. Nessuno si scandalizza per i governi di grande coalizione. Ma la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna conoscono tutte gravi incertezze. Ora, presto o tardi, il governo Draghi finirà. È ingiusto, e persino offensivo, chiedere a un presidente esemplare come Mattarella di accettare una riconferma per metterci una toppa: sarebbe solo un’altra prova dell’inadeguatezza del nostro regime democratico. È ora piuttosto che le forze politiche accettino l’idea che è ora di finirla coi personalismi e le guerre per bande e che s’inventino forme di collaborazione permanenti, pur nel rispetto della loro diversità. Saranno governi di compromesso, molto imperfetti, ma proprio alla prova delle misure da prendere è possibile che i partiti imparino a ragionare con più realismo e meno pregiudizi.

 

La politica democratica vive nei tempi brevi delle scadenze elettorali. Li ha drammaticamente raccorciati la smaterializzazione dei partiti e la labilità degli elettorati, nonché l’assedio dei media alle dirigenze elettive: contare sulla loro autodisciplina è un’illusione.

 

La democrazia rappresentativa è stata inventata per smussare i conflitti, non per acuirli. La lezione del passato è che i partiti intrattenevano tra loro rapporti più civili. L’opposizione di Sua Maestà era leale perché era leale verso di essa la maggioranza. La politica democratica vive nei tempi brevi delle scadenze elettorali. Li ha drammaticamente raccorciati la smaterializzazione dei partiti e la labilità degli elettorati, nonché l’assedio dei media alle dirigenze elettive: contare sulla loro autodisciplina è un’illusione. Lo Stato liberale ottocentesco si era difeso dall’elettoralismo professionalizzando gli apparati burocratici. Per Weber, ossessionato dalla razionalità burocratica, la politica elettiva era un antidoto contro questi ultimi. Non si accorse che i due principi si potevano utilmente bilanciare: se ne accorse invece Schumpeter. È alfine sopraggiunto il New public management con la promessa di sostituire alla razionalità burocratica la più efficiente e meno costosa razionalità del mercato. O la sua simulazione. Non sarà stato un terribile errore? Il gioco delle interdipendenze e dei bilanciamenti è delicato: lo Stato democratico, fatto di burocrazie razionali e di dirigenze elettive che si bilanciavano tra loro, bilanciava a sua volta il mercato. Era un motivo di bilanciamento anche il mondo del lavoro organizzato. Tutti questi bilanciamenti si sono ora dissolti squassando un equilibrio senza ricostituirne un altro. È ora di ricostituirlo in qualche modo.

 

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