Il grande peccatore

Come si può capire, romanzo e vita si sovrappongono: spesso prevale la disillusione, la miseria che può colpire ogni individuo, anche il più grande;

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Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Righetto

C’era anche Vladimir Solov’ev, il filosofo amico e discepolo del grande scrittore, a dare l’ultimo saluto a Fëdor Dostoevskij, quel giorno di febbraio del 1881, al monastero Alexander Nevskij a San Pietroburgo. Solov’ev fu anche il pensatore e critico che più di ogni altro diede una lettura squisitamente religiosa dell’opera di Dostoevskij, che vide in lui un “sacerdote dell’arte”, il profeta di un cristianesimo fondato sulla misericordia, colui che più di ogni altro scrittore ha indagato la profondità dell’animo umano, gli abissi del male in cui può cadere ma al tempo stesso ha spalancato le porte alla redenzione.

Si sa che Dostoevskij, pur essendo profondamente credente, andava poco in chiesa e non amava i preti: tutta la sua attenzione religiosa era focalizzata sulla figura di Cristo. Un’icona era appesa negli studi in cui lavorava, che si trovasse a Pietroburgo o a Semipalatinsk, in Siberia, dove fu mandato nel 1854 dopo quattro anni trascorsi nella fortezza di Omsk in seguito alla condanna subita per cospirazione, preceduta dal famoso episodio della falsa fucilazione. Una situazione che torna spesso nel romanzo di Ferruccio Parazzoli Il grande peccatore, pubblicato da Bompiani (pagine 240, euro 17), tutto incentrato sulla figura di Razumichin, l’amico di Raskolnikov nel romanzo Delitto e castigo, e sul suo rapporto immaginario con l’autore russo.

Ecco cosa dice a metà libro Dostoevskij, che si rivolge al seguace ma a suo modo traditore: «E tu cosa credi, che dopo quattro anni di lavori forzati, io, FM Dostoevskij, il più potente scrittore di storie quali nessuno scrittore ha mai immaginato, io, figlio della santa madre Russia, sotto lo sguardo di quel Cristo che tengo lì, inchiodato al muro, mi lascerò scoraggiare, abbattere, naufragare? Nulla potrà fermarmi, la miseria, i debiti, la famiglia, neppure lo zar. Lavorerò con fervore, con furore, sarò il più grande scrittore che la Russia abbia avuto dopo Puskin».

Il volume di Parazzoli è un omaggio al suo autore prediletto, ma al tempo stesso si fa ritratto irriverente di Dostoevskij e insieme uno scavo del tutto originale in quel sottosuolo che da sempre ha affascinato entrambi. Indagato da Parazzoli in tutta la sua opera, dai romanzi più religiosi alla trilogia su Milano, con quel viaggio nel mondo oscuro della metropolitana che fa ricordare l’apologo di Buzzati Viaggio agli inferni del secolo, in cui in una contemporanea discesa agli inferi s’immagina il regno di Satana come una metropoli bloccata dal traffico: la porta dell’Ade è l’ingresso della metro.

L’invenzione di Parazzoli consiste nel ridare vita a un personaggio minore, Razumichin appunto (o Vrazumichin), che dopo aver assistito ai funerali di Dostoevskij si reca da un editore per proporgli la sua versione della vita dello scrittore, che egli stesso ha affiancato nelle varie fasi, viaggio in Europa e in Italia compreso. Cercando di farsi suo discepolo e di imparare da lui (invano) le arti della narrativa ma contemporaneamente denunciandone le bassezze. Si viene così a sapere che Dostoevskij avrebbe conosciuto Raskolnikov a Wiesbaden, dove come al solito si era fermato per giocare al casinò, e avrebbe convinto il giovane studente universitario a commettere quel crimine efferato ma perfetto cui poi si sarebbe ispirato per scrivere Delitto e castigo. FM — come spesso lo chiama Parazzoli — aveva infatti bisogno di un fatto di cronaca nera per trovare il puntello per dare vita alle sue storie. E, in questo caso, si trattava di dimostrare che «si può commettere un’azione riprovevole conservando la propria integrità morale, toccare la lordura senza restarne contaminato».

Come si può capire, romanzo e vita si sovrappongono: spesso prevale la disillusione, la miseria che può colpire ogni individuo, anche il più grande; altrove si afferma la pietà, come quando nel finale Dostoevskij torna dalla moglie Maria Dmitrievna, che aveva abbandonato per seguire altre avventure, per accompagnarla alla morte. O quando si richiama l’anelito nichilista della gioventù rivoluzionaria. Molti critici del resto, come noto, hanno visto nell’opera dello scrittore russo il presentimento della rivoluzione d’Ottobre, con i suoi demoni e i suoi orrori. Tutto questo c’è nel romanzo Il grande peccatore, che più che le anti-memorie di Dostoevskij definirei uno scavo singolare ma autentico nel sottosuolo mai del tutto esplorato di quello che ritengo il più grande scrittore mai esistito.