IL LABURISMO NELL’0RIZZONTE DEL CRISTIANESIMO DEMOCRATICO. FELICE E ROSSINI NE PROPONGONO LA RISCOPERTA.

16537

 

Non si tratta di una semplice ricognizione storica. Scrive infatti Acocella che “in anni come i nostri resta la inestinguibile eredità del principio, pronunciato da [Achille] Grandi, della preminenza morale del lavoro, a cui in momenti critici il mai sviluppato laburismo cattolico ha potuto appellarsi”.

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore un estratto dalla Prefazione” al volume, presentato ieri all’Istituto Sturzo, di Flavio Felice e Roberto Rossini, Per un laburismo cattolico. Idee per le riforme, Scholé, pp. 240, € 18,00.

 

Giuseppe Acocella

 

[…] Il primo ad ipotizzare la consistenza di un laburismo cattolico fu, nel medesimo anno della promulgazione della Rerum novarum, il ventitreenne Francesco Saverio Nitti, che pubblicò l’ampio saggio Il socialismo cattolico, che – improntato alle tesi del germanesimo economico – esaminava le varianti ormai numerose della galassia socialista, dedicando speciale ed acuta attenzione alle formazioni sociali (ma anche politiche) pro-labour del mondo cattolico. Nasce in quegli anni e nel contesto leoniano la vocazione sociale di Luigi Sturzo, la cui posizione nei confronti del sindacalismo di ispirazione cattolica è complessa e dinamica. Felice e Rossini – come sottolineano la rilevanza della conoscenza diretta da parte di Sturzo della vita pubblica nella esperienza dell’esilio londinese – così scrivono che le «categorie di libertà, intesa come rule of law, di inclusione, intesa come democrazia competitiva, e di pluralismo sociale, inteso come irriducibile pluralità delle forme sociali potrebbero non essere estranee ai socialisti italiani, nella misura in cui si adoperino pere dar vita ad un “laburismo italiano” che assuma una posizione non classista e non marxista».

 

[…] Un elemento di grande novità è costituito dall’itinerario tracciato dagli autori attraverso Camaldoli, Friburgo e Londra per delineare consonanze e risonanze tra Il Manifesto della Scuola di Friburgo del 1936, il Piano Beveridge del 1942 ed il Codice di Camaldoli del 1943, che si sforza di rintracciare audacemente una linea di continuità la quale possa decisamente collocare le fonti dirette ed indirette del laburismo cristiano al di fuori delle aree politicamente antagoniste al libero mercato, sottraendole decisamente alle suggestioni marxistiche. Il Piano Beveridge è costantemente presente (insieme a Keynes) alle elaborazioni sviluppatesi nella prima metà del Novecento nell’area cristiano-sociale di tutta Europa, alla ricerca di una strategia politico-sociale di valorizzazione del lavoro e della sua centralità che risultasse compatibile con le esigenze economiche del mondo libero e con gli orizzonti solidali che si profilavano dopo la fine della seconda guerra mondiale, il crollo del nazifascismo e l’avvento delle democrazie costituzionali. In questa prospettiva La Pira è sicuramente più propenso a confidare nell’azione dello Stato, in decisa contrapposizione a Sturzo (a sua volta distante dalle inclinazioni degasperiane).

 

La chiave di volta per intendere dunque e giungere a definire la riconoscibilità del laburismo cristiano sta nella affermazione del principio della preminenza morale del lavoro, espressione che un fondamentale esponente di questa tendenza affermò in una sede alta come l’Assemblea Costituente, di cui era Vice Presidente, Achille Grandi, mentre erano appena iniziati i lavori dell’Assemblea che configurava la nuova Costituzione ed in essa i caratteri fondativi del nuovo Stato.

 

[…] Il Capitolo terzo del volume ricostruisce con grande acribia le esili tracce che, convergendo idealmente, contribuiscono a delineare un quadro consistente del percorso di questa sorta di laburismo cristiano che non vuole essere né una dilatazione della specificità del sindacalismo bianco di ispirazione cattolica, né una corrente di sinistra del complesso movimento politico dei cattolici, ma – pur attingendo dall’una e dall’altra esperienza – di fatto si presenta come un filone politicamente rilevante e socialmente nutrito di principi di dottrina sociale cristiana.

 

[…] Contribuiscono a spiegarlo bene gli autori del volume con i larghi riferimenti del capitolo terzo al dossettismo e con lo scavo delle fonti culturali cui una generazione si è abbeverata. In anni come i nostri resta la inestinguibile eredità del principio, pronunciato da Grandi, della preminenza morale del lavoro, a cui in momenti critici il mai sviluppato laburismo cattolico ha potuto appellarsi. Se un’età nuova si sta profilando, con tutte le novità che il volume annuncia e descrive, la questione sociale si presenta con nuovi profili: l’accesso delle masse popolari alla fruizione di diritti e di servizi vien ostacolato e suscita la preoccupazione delle èlites che considerano proprio dominio l’esercizio della cosa pubblica e il godimento di beni e servizi.

 

[…] Nel capitolo quarto gli autori portano a conclusione la ricostruzione, indicando gli elementi insopprimibili per un laburismo cristiano: «Il laburismo non è un cartello politico-elettorale per la maggiore dignità dei lavoratori. È semmai la convinzione che la maggiore dignità dei lavoratori derivi, più che da un atto potestativo, da un’attenta costruzione sociale dove i corpi intermedi esistono, collaborano e concorrono con lo Stato – pur nella inevitabile conflittualità – nella costruzione del bene comune».

 

Il video del dibattito organizzato all’Istituto Sturzo

https://www.facebook.com/istitutoluigisturzo/videos/414054467581783/