Il maestro, il professore e il fedele allievo. La formazione di Luigi Sturzo.

Riportiamo un ampio stralcio dell’articolo che Giovanni Palladino ha scritto per la sua Newsletter (n. 556 - 22 maggio 2021). Il testo ha il merito di rinverdire l’immagine di un giovane Sturzo alla ricerca di soluzione nuove, specialmente nel campo dell’economia.

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Riportiamo un ampio stralcio dell’articolo che Giovanni Palladino ha scritto per la sua Newsletter (n. 556 – 22 maggio 2021). Il testo ha il merito di rinverdire l’immagine di un giovane Sturzo alla ricerca di soluzione nuove, specialmente nel campo dell’economia. Sembra tuttavia che l’autore individui nel pensiero del prete calatino la vocazione alla ricerca della pace sociale, a tutti i costi, quando viceversa l’apporto sturziano agli studi sociologici e al dibattito politico dei cattolici non ha mancato di valorizzare il significato e il valore del conflitto come mezzo, seppur armonizzato entro una cornice di solidarietà civile, per l’affermazione di una società più dinamica e tendenzialmente più giusta.

 

Don Sturzo ebbe la fortuna di avere un grande Maestro, Gesù, e un grande Professore, Giuseppe Toniolo. Gesù diede al sacerdote di Caltagirone una straordinaria forza morale e spirituale. Toniolo – durante le sue lezioni alla Università Gregoriana di Roma – gli diede le basi per acquisire una straordinaria lucidità economica e politica nell’affrontare i problemi della società. Pochi sanno che il vero padre della famosa Enciclica “Rerum novarum” fu il Prof. Toniolo, oggi Beato. Egli formò il suo pensiero in una delle regioni più povere d’Italia: il Veneto. Ed ebbe la fortuna di assistere allo sviluppo del nascente fenomeno cooperativo tra le vigne e le latterie nell’area di Treviso e di Castelfranco Veneto, la famosa “marca trevigiana”.

Come mai verso la metà del 19° secolo il Veneto – primo fra le regioni italiane – iniziò a utilizzare questo nuovo sistema produttivo? Aveva la fortuna di essere situato vicino all’Austria, dove i cattolici locali inventarono il sistema delle Casse Rurali e delle Imprese Cooperative, un sistema tipicamente cristiano, che favoriva la pace sociale e lo spirito di solidarietà. Molti cattolici veneti seguirono l’esempio dei cattolici austriaci. Toniolo, nel toccare con mano la validità di questa nuova cultura produttiva e solidale, ne rimase talmente affascinato che decise di parlarne con Leone XIII, essendo divenuto nel frattempo suo consulente economico. Il Papa capì che la soluzione migliore per opporsi al nascente marxismo e per eliminare l’ingiustizia sociale era la stretta alleanza tra capitale e lavoro, fornita appunto dalla formula delle cooperative.

 

Don Sturzo fu subito “infiammato” da questa soluzione e ne divenne il più convinto e concreto promotore, dapprima a Caltagirone e in Sicilia, poi a livello nazionale. Decenni dopo egli era solito dire: devo tutto al Vangelo e alla “Rerum novarum”. E nel famoso Appello ai liberi e forti del 1919 egli mise in risalto l’importanza dell’iniziativa privata in un clima di grande collaborazione tra le classi sociali. Bisognava incentivare e responsabilizzare gli uomini forti, capaci di iniziativa e “corazzati” dalle verità evangeliche, per rafforzare i deboli. Portare l’uomo da persona sfruttata a persona creativa e responsabile nella società.

Da sempre la società era divisa tra una minoranza di privilegiati che se la godevano e una maggioranza di uomini utili al sistema economico solo per sfruttare la forza del loro muscolo del braccio; una forza molto debole, purtroppo, incapace di produrre uno sviluppo economico-sociale diffuso.

 

Con la “Rerum novarum” la Chiesa si ribellò a questa realtà secolare, opponendosi alla falsa soluzione proposta da Marx. Tutte le Encicliche Sociali successive hanno sempre confermato l’impostazione originale data da Leone XIII e la sua validità, avendo le sue radici ben piantate nelle verità del Cristianesimo. Il Papa scrisse: “La concordia sociale fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto fra capitale e lavoro non può che creare confusione e barbarie. A pacificare il conflitto, anzi a svellerne le stesse radici, il Cristianesimo ha dovizia di forza meravigliosa”. Una forza di cui innanzitutto la Chiesa doveva essere orgogliosa, una forza mai usata nei secoli precedenti per l’evidente ambiente storico sfavorevole (guerre continue e necessità dell’uso quasi esclusivo del “braccio”).

 

 

 

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