Il “momento zero” della politica italiana

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Esiste il rischio di commissariamento della politica italiana? È un’ipotesi azzardata. Avrebbe invece un suo particolare significato una sorta di patto pre-elettorale tra le principali forze politiche sulla condivisione delle regole del gioco, a cominciare dalla nuova legge elettorale, sulla conferma del percorso di risanamento e delle riforme richieste dal PNRR.

Gabriele Papini

In poco più di otto mesi, il governo Draghi ha dimostrato una particolare vitalità, operando “presto e bene” per il rilancio del Paese. Molti indicatori sono oggettivamente migliorati. Ma rimane assai arduo dimostrare a un ipotetico osservatore straniero quale sia il vero volto dell’Italia: la serietà e la trasparenza oppure lo sperpero e la corruzione? Noi siamo convinti che il primo aspetto sia prevalente sul secondo, residuo di abitudini datate, purtroppo trasversali e non solo nel mondo della politica. Tuttavia il nostro amico straniero non capirebbe perché, ad esempio, una seria legge contro l’evasione e l’elusione fiscale (prevista anche dal PNRR) tardi ad essere approvata, rafforzando il sospetto che passata la fase più critica della pandemia possano tornare alla ribalta vecchie e inconfessabili abitudini. Inoltre, il nostro amico straniero ci ricorderebbe che non abbiamo ancora una normativa moderna per la trasparenza degli affari e, in tal senso, l’Ocse ci ha recentemente richiamato a intervenire al più presto.

Eppure la tela delle riforme intessuta con pazienza dal Governo Draghi, rischia di essere rallentata dall’irresistibile demagogia di ogni campagna elettorale che si rispetti. In questo caso, è alle porte la corsa per il Colle. I principali leader politici continuano a ripetere pubblicamente che “di Quirinale si parlerà dopo Natale”. Ma sarà vero? Intanto il “momento zero” della politica italiana non è la migliore risposta che si possa dare adesso, a noi stessi e ai mercati. Perché dà l’impressione che l’enorme sforzo di risanamento fin qui compiuto sia frutto di estemporanee ed episodiche virtù. Dà anche l’impressione che l’eccezionale crescita del Pil prevista nel 2021 (+6%) sia più il frutto di una situazione congiunturale favorevole che un punto di partenza stabile per la ripresa duratura dell’economia (e la riduzione del debito pubblico).

E avvalora – soprattutto – la convinzione che dopo le elezioni politiche (quando saranno) tutto possa tornare magicamente come prima. È comprensibile che i partiti rivendichino con forza il proprio ruolo di indirizzo politico, essenziale in una democrazia compiuta, e si ribellino a un’ipotesi di commissariamento. Lo spazio per evitare lo scenario del “commissariamento” della politica, considerato inevitabile da molti, che svilirebbe ancor più il voto popolare e darebbe nuova linfa al qualunquismo, è assai limitato. Avrebbe invece un suo particolare significato – specie in caso di disponibilità da parte dei principali leader – una sorta di patto pre-elettorale tra le principali forze politiche (che non significa precostituire alcuna “Grande coalizione”), sulla condivisione delle regole del gioco, a cominciare dalla nuova legge elettorale, sulla conferma del percorso di risanamento e delle riforme richieste dal PNRR, sulla transizione ecologica, sulla semplificazione e riduzione dei costi della burocrazia.

Tutte questioni che – stiamone pur certi – riempiranno l’agenda politica e mediatica nei prossimi mesi. Di qui la necessità, a nostro modo di vedere urgente, di un Patto politico. A condizione che non resti, come altri solenni impegni del passato, una desolante lettera morta.