Il monito autorevole del Presidente della Repubblica sull’aggressione all’Ucraina.

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Fare appello alla cultura come motore di pace e di concordia tra i popoli vuol dire ripercorrere la storia dell’umanità nei suoi corsi e ricorsi: in particolare questo richiamo così appropriato, pertinente ed autorevole aderisce al presente dell’Europa, ai suoi travagli, ai distinguo che ancora impediscono di realizzare quella compattezza di intenti e di visione che è l’ineludibile premessa per ogni scenario futuro.

 

Francesco Provinciali

 

L’aggressione compiuta contro l’Ucraina, contro la libertà e la stessa vita dei suoi cittadini, da parte della Federazione Russa, costituisce una ferita che colpisce la coscienza di ciascuno”. Non sono le parole dell’opinionista di turno, ascoltate nel caravanserraglio televisivo che vede contrapposti coloro che accusano Putin di realizzare veri e propri crimini di guerra e altri che esprimono posizioni dubitative o apertamente negazioniste, incolpando Zelensky di aver inscenato una fiction dell’orrore.

 

Si tratta infatti di un’affermazione netta e inconfutabile del Presidente Sergio Mattarella, pronunciata in occasione della cerimonia di inaugurazione che ha dato il via all’evento “Procida, Capitale italiana della cultura 2022”. Non è retorica di Stato ma avvertita consapevolezza di un’aggressione crudele e sanguinaria perpetrata contro la popolazione civile ucraina, in particolare le donne, i bambini e gli anziani.

 

Un orrore inimmaginabile dopo le pessime lezioni subite dalla scelleratezza e dal delirio di onnipotenza che erano emerse nel 900: nessuno avrebbe immaginato che certi eventi si ripetessero in crudeltà ed efferatezza, a margine di sacrifici umani che hanno lasciato segni indelebili nella storia e nella memoria che dobbiamo conservare come monito affinchè ragione e coscienza abbiano sempre a prevalere.

 

Si coglie in queste parole lo sdegno di un Capo di Stato che rappresenta il popolo italiano: ad esse va attribuito il peso che meritano sia sulla ribalta internazionale sia rispetto alle istituzioni del nostro Paese, nel pieno rispetto delle loro autonomie ma facendo sintesi di un sentimento che deve accomunare l’intera Nazione. Oltre tutte le parole e spesso degli sproloqui che ci tocca di ascoltare dai mass media, quanto espresso con forza e chiarezza dal Presidente Mattarella dovrebbe indurre coloro che azzardano interpretazioni dubitative che generano sconcerto ad osservare la realtà dei fatti e degli eventi.

Viviamo giorni terribili. Siamo travolti da immagini che pensavamo aver consegnato per sempre all’archivio degli orrori non ripetibili nel nostro continente. Invece altro sangue innocente, altre vite spezzate, altri crimini spietati stanno nuovamente popolando gli abissi della disumanità […] È in gioco il destino dell’intera Europa, che si trova a un bivio tra una regressione della sua storia e la sua capacità di sopravvivere ai mali del proprio passato, e di superarli definitivamente […] I popoli europei sono intimamente legati da fili che la storia ha reso forti, preziosi, insostituibili: non possono e non devono essere lacerati per colpa di chi ha fatto ricorso alla brutalità della violenza e della guerra”.

 

Ed affida proprio alla cultura, che significa ‘radici’, tradizioni’, ‘valori’, ‘civiltà’, il compito di inondare di luce e di ricerca del vero, del bello e del giusto i tempi angoscianti che stiamo vivendo: “Anche l’energia della cultura deve soccorrerci per fermare la guerra. Costruire la pace è un impegno che richiama i valori più profondi, a partire dal diritto di ciascuno a vivere in libertà, a scegliere il proprio destino – prosegue il Capo dello Stato -. Il patrimonio culturale genera patrimonio morale su cui risiede la civiltà di un popolo. Genera umanesimo. Sono le risorse che permettono ai popoli di ripartire, di rialzarsi, di ricostruire sulle macerie. Di riprendere a dialogare, di costruire su orizzonti comuni. La cultura respinge la pretesa di chi vuole trascinarla nel vortice della guerra. Ribadisce, al contrario, la sua limpida vocazione al dialogo e alla pace”.

 

Fare appello alla cultura come motore di pace e di concordia tra i popoli vuol dire ripercorrere la storia dell’umanità, nei suoi corsi e ricorsi: in particolare questo richiamo così appropriato, pertinente ed autorevole aderisce al presente dell’Europa, ai suoi travagli, ai distinguo che ancora impediscono di realizzare quella compattezza di intenti e di visione che è l’ineludibile premessa per ogni scenario futuro che attende tra mille incognite i destini del vecchio continente.

 

Un compendio di saggezza e di lungimiranza che le folate del negazionismo preconcetto e acritico si rifiutano di ascoltare, trincerandosi nella dietrologia delle nostalgie di un passato doloroso che non deve tornare e nel limbo dell’indeterminato di cui si colgono segnali allarmanti nel montante pregiudizio ideologico, nell’indifferenza acritica, nel nichilismo acefalo di chi si ostina a mettere tutto in perenne discussione, sostituendo valori e ideali con opinioni effimere, transeunti, legate a doppio filo ai luoghi comuni della globalizzazione e delle sue derive irrazionali e dense di pericoli per tutti.

 

Il discorso pronunciato da Mattarella è un forte richiamo alla lettura delle evidenze: non credo sia sfuggita al Capo dello Stato la nebulosità che avvolge una certa informazione. Come recentemente ribadito dal Fondatore del Censis De Rita la cultura dell’“uno vale uno” non è un presidio culturale del concetto di democrazia che ha infatti un significato valoriale, non sommativo. Riaffiorano invece in certi discorsi negazionisti i fantasmi e gli spettri di un passato che non può e non deve ritornare.