Il moralismo e la superiorità morale

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Ormai, esaurita la funzione di filtro assicurata dai grandi partiti popolari, la degenerazione del lessico della politica manifesta tutta la sua gravità. Il discorso sulla moralità politica si trasforma in impetuoso torrente di pregiudizi e arroganza, che scorre come un fiume carsico e periodicamente riemerge in tutta la sua virulenza. Soprattutto con lavvicinarsi delle competizioni elettorali.

 

Giorgio Merlo

 

Tra i tanti vizi che accompagnano e caratterizzano la politica italiana ce n’è uno che persiste da decenni e che stenta a scomparire. Anzi, è più presente che mai ed è uno degli elementi più insopportabili e nocivi nella concreta dialettica politica nostrana. È quella che va sotto il nome di moralismo e che, tradotto nell’atteggiamento politico quotidiano, si trasforma nella cosiddetta “superiorità morale” di una parte politica sull’altra. Al riguardo, ci sono tonnellate di atteggiamenti, di pubblicistica varia, di dichiarazioni e di comportamenti concreti e tangibili che comprovano quella deriva e quel malcostume.

 

È una deriva che alligna storicamente a sinistra, nella sinistra aristocratica, intellettuale, alto borghese e salottiera. Ma che poi, progressivamente, si è estesa a quasi tutto il campo della sinistra. Salvo di quella sinistra popolare e autenticamente rappresentativa di interessi sociali e popolari che, al contrario, punta a privilegiare la dimensione appunto popolare e autenticamente democratica nella fisiologica competizione politica. Ma questa esisteva quando i partiti erano strumenti democratici, popolari, collegiali e che sfornavano politica e cultura politica e non cartelli elettorali nelle mani del capo di turno.

 

Ma, per fermarsi all’oggi, è indubbio che il tarlo del moralismo e della cosiddetta “superiorità morale” continua a scorrere come un fiume carsico nella concreta dialettica politica – a livello locale come a livello nazionale – e periodicamente riemerge in tutta la sua virulenza. Soprattutto con l’avvicinarsi delle competizioni elettorali. Una deriva e un malcostume che non hanno mai avuto cittadinanza, ad esempio, nella storia e nella tradizione del cattolicesimo politico italiano nelle sue varie e multiformi espressioni. E questo perchè le radici del moralismo e della superiorità morale sono insite e strettamente intrecciate con la storia e la tradizione della sinistra italiana. Per molteplici e variegate motivazioni che non si possono riassumere e ricordare in questa breve nota politica.

 

Una ragione su tutte, però, si può ricordare ad alta voce. Ed è quella che risiede nella tentazione egemonica che ha sempre caratterizzato il pensiero e la prassi della sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni. Dal rapporto con gli altri partiti al giudizio concreto sulle persone, dalla convinzione di possedere la “verità” politica alla delegittimazione moralistica degli avversari. È appena sufficiente scorrere le valutazioni su singoli esponenti politici del passato o del presente e, soprattutto, sulle scelte politiche concrete che vengono compiute dagli avversari/nemici per rendersene conto.

 

Certo, il moralismo, la violenza verbale, il giustizialismo manettaro e la secca e perentoria delegittimazione moralistica degli avversari – se non una vera e propria criminalizzazione politica degli avversari – appartengono di diritto alla cultura grillina come si è concretamente manifestata in questi ultimi lustri nel dibattito politico italiano. E cioè, una estremizzazione e una deriva massimalistica di ciò che storicamente ha rappresentato la sinistra italiana. Ed è anche coerente, nonchè giustificato, che su questo versante ci sia una sostanziale convergenza di sensibilità culturale, e quindi di scelte politiche, tra questi due mondi che si sono contrapposti per qualche tempo ma che poi hanno ritrovato le ragioni di una unità politica, culturale e progettuale. Come hanno confermato a più riprese i rispettivi gruppi dirigenti a livello nazionale.

 

Ecco perchè, anche su questo versante, c’è il dovere politico e culturale di reagire e di contrastare questa deriva moralistica e oligarchica che resta all’origine di un indebolimento della stessa qualità della nostra democrazia. Una reazione che non dev’essere, però, speculare ad un malcostume che ha caratterizzato, e che caratterizza tutt’ora, il naturale e quotidiano confronto politico nel nostro paese. Perchè il confronto tra persone, tra partiti e tra rappresentanze sociali ha un vero senso democratico e liberale solo se tutti riconoscono una vera parità di partenza. Senza nessun privilegio e senza nessuna presunta o maldestra superiorità culturale o, peggio ancora, morale. O meglio, moralistica.

 

Una deriva che, basti citare l’esperienza concreta di alcuni grandi statisti democratici cristiani del passato – da Carlo Donat-Cattin in poi – non ha certamente giovato al consolidamento e alla qualità democratica del paese. Per non parlare degli avversari politica della sinistra contemporanea. Un tema, questo, che forse merita una forte attenzione politica e culturale e che non può essere affrontata, e possibilmente risolta, con una semplice alzata di spalle.