Il moralismo populista

218

L’autore giunge a un’amara e tuttavia realistica conclusione. Se pensiamo il futuro della politica italiana debba continuare a ruotare attorno al populismo antipolitico e giustizialista e al bieco moralismo non lamentiamoci, poi, se la tenuta democratica del nostro paese correrà seri rischi.

 

(Giorgio Merlo)

 

Ci sono due categorie che, storicamente, hanno inquinato e che continuano a inquinare la politica. O meglio, la squalificano e che contribuiscono, oltretutto, a ridurre la qualità della nostra democrazia. Due categorie che possono essere riassunte con due parole: il populismo e il moralismo.

 

Ora, il moralismo è, da sempre, una categoria e un modo d’essere che alligna prevalentemente a sinistra e, nello specifico, in tutti coloro che pensano, o sperano, di possedere – o di avere – una superiorità morale nei confronti degli avversari politici. Che poi vengono definiti e percepiti come autentici nemici. Un vizio e una deriva che non scompaiono malgrado il tramonto dei partiti, il cambiamento dei sistemi elettorali, lo scorrere delle stagioni politiche e via discorrendo. C’è poco da fare, il moralismo non demorde e, al momento opportuno, risorge dalle ceneri. Così è stato per quasi 50 anni il giudizio della sinistra italiana, in particolare quella salottiera, aristocratica ed alto borghese nei confronti della Democrazia Cristiana, della sua classe dirigente e anche del suo elettorato. Un vizio e una deriva che una parte della sinistra ha conservato anche nella cosiddetta seconda repubblica e che stenta ad uscire dal vocabolario di questa corrente politica e culturale nel nostro paese. Una presunta e maldestra superiorità morale che, come ovvio, non ha alcuna ragione di esistere ma che, comunque sia, è ancora fresca e vivace nella dialettica politica italiana.

 

Il populismo, invece, è una sub cultura che è nata recentemente. Certo, il qualunquismo nella politica italiana è sempre esistito sin dai tempi dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini all’albore della democrazia dopo la tragedia fascista. Ma, fortunatamente, durò per un breve periodo. Il populismo, invece, ha radici più profonde e molto più pericolose. Un populismo creato ed alimentato ad arte a metà degli anni duemila da uno stuolo di giornalisti, commentatori ed editorialisti che hanno individuato nella “casta politica” da abbattere lo strumento concreto e decisivo per eliminare definitivamente il nemico numero uno. Senza accorgersi, com’è altrettanto ovvio e scontato, che esistono altre decine di caste – potenti e milionarie – che non sono state neanche scalfite da questo furore ideologico.

 

Che poi il populismo si è declinato anche come giustizialismo manettaro non è che una logica conseguenza. Perchè quando si criminalizza politicamente e culturalmente una categoria è del tutto ovvio che scatti quel giustizialismo da retata a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni contro quel nemico. Inutile aggiungere che l’interprete ufficiale ed esclusivo di questa deriva è rappresentata dal partito dei 5 stelle. Salvo il recentissimo, e un po’ comico e grottesco, ravvedimento che, come molti sanno, è legato solo ed esclusivamente a ragioni tattiche e contingenti.

 

Ecco perchè, se si vuole oggi rinobilitare la politica, rilanciare il ruolo dei partiti come strumenti politici e di elaborazione programmatica, ridare qualità alla nostra democrazia e, non ultimo, la credibilità delle nostre istituzioni, occorre lavorare affinchè questi disvalori e queste derive vengano affrontate di petto e, possibilmente, sconfitte ed emarginate. Se pensiamo, invece, che il futuro della politica italiana debba continuare a ruotare attorno al populismo antipolitico e giustizialista e al bieco moralismo non lamentiamoci, poi, se la tenuta democratica del nostro paese correrà seri rischi. È bene pensarci prima che sia troppo tardi.