Il mundus furiosus e la politica energetica.

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Alla fine, dopo anni di relativa bonaccia, è arrivata la tempesta perfetta e ci sono almeno due minacce che ci troviamo ad affrontare, due nemici che marciano divisi ma colpiscono uniti: il problema energetico e quello economico. Servono allora capacità di discernimento, coraggio e tempestività da parte dei policy makers.

 

Gabriele Papini

 

La lunga coda per accaparrarsi l’ultimo hamburger di una nota catena di fast food (in fuga da Mosca come altre multinazionali) dà la misura di un popolo come quello russo che – nonostante restrizioni e censure – stava “votando con i propri piedi”. D’altra parte, giunti ormai al ventesimo

giorno di guerra si capisce come il conflitto in corso (senza voler trascurare le questioni di carattere umanitario) sia diverso da quelli tradizionali e più simile alla battaglia di Pavia del 1525 che, non a caso, viene studiata ancora oggi nelle Accademie militari di tutto il mondo. Quello scontro tra Francia e Spagna segnò il primato delle armi da fuoco su quelle “bianche” e registrò l’affermazione dei popoli sui nobili.

 

Una battaglia che ruppe gli schemi, ponendo ai governanti di allora il dilemma di disporre di una coerente politica di approvvigionamento. Oggi il continente europeo sta vivendo una crisi energetica simile a quella di mezzo millennio fa. Alla fine, dopo anni di relativa bonaccia, è arrivata la tempesta perfetta e ci sono almeno due minacce che ci troviamo ad affrontare, due nemici che marciano divisi ma colpiscono uniti: il problema energetico e quello economico. E’ una congiuntura inimmaginabile solo fino a pochi mesi fa. Oggi siamo messi nelle condizioni peggiori e ci troviamo davanti a uno snodo drammatico: forse è tardi per correggere la rotta ma c’è la necessità ineludibile di calmierare i rincari per non giocarci una parte significativa della crescita del Pil e del nostro sistema produttivo.

 

Si può sicuramente migliorare, ad esempio, la qualità estrattiva del gas italiano pur sapendo che ci vorranno diversi anni per arrivare a regime e che comunque tale intervento coprirà una parte minima delle nostre bollette. Come direbbe Keynes, “nel lungo periodo saremo tutti morti”.

 

Cosa è possibile fare allora? Anzitutto, in una realistica analisi costi-benefici, occorre valutare quale capitolo di spesa pubblica sia “sacrificabile” per evitare la contrazione del sistema produttivo. L’intervento va fatto andando ad aiutare soprattutto le imprese “energivore” cioè quelle per le quali l’incidenza dell’energia ha un impatto più che proporzionale sui costi. Inoltre, per quanto riguarda le scelte strategiche delle nostre aziende di punta nel settore energetico (Eni, Enel) queste ultime dovrebbero rientrare nel solco delle scelte geopolitiche del loro azionista di riferimento, come avviene nella maggior parte dei Paesi.

 

Invece, negli ultimi anni siamo riusciti a perdere la nostra storica influenza in Libia e in Arabia Saudita (nonostante il “nuovo Rinascimento”) inoltre siamo in conflitto diplomatico con l’Egitto (almeno dal 2016) e di recente anche con la Nigeria. Servono dunque capacità di discernimento, coraggio e tempestività da parte dei policy makers ma servirebbe anche capire che una lunga fase di stabilità si è conclusa e il “mundus furiosus” è ancora tutto da decifrare.