Il paesaggio della memoria. La storia di una comunità  attraverso la politica, la sua dignità, le sue liturgie.

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La storia di un comizio, quello del sindaco di Mottafollone,  paesino della Calabria, che ci riporta al clima della politica degli anni ‘80. L’autore rievoca l’episodio con leggerezza e profondità, rendendo omaggio ai democratici cristiani che vissero quella stagione da protagonisti nel loro territorio.

E l’omaggio, in questo caso, si carica di attenzione e rispetto, in realtà anche di affetto, come può fare chi torna con la mente alle immagini e alle impressioni di giovane “apprendista politico” di fronte alla battaglia del sindaco a lui…molto caro: il sindaco, infatti, è il suo papà.

In fondo alla pagina riportiamo il link per leggere il pdf della storia completa. 

 

Giovanni Iannuzzi

 

«Questa sera in Piazza Indipendenza, per le elezioni europee, parlerà il Sindaco di Mottafollone, Vincenzo Salvatore Iannuzzi. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare. Il 17 giugno vota e fai votare Democrazia Cristiana». Correva l’anno 1984. L’Autobianchi 112 celeste, inghirlandata di manifesti e bandiere con il simbolo dello scudo crociato, percorreva le strade del paese annunciando dal megafono il comizio serale. E poi seguiva a tutto volume una strofa di «Bianco fiore», l’inno ufficiale di partito. La mobilitazione vedeva impegnati gli opposti schieramenti. Di solito erano i comunisti a contendere lo spazio, con la Renault 4 rossa che diffondeva le note di «Avanti popolo, alla riscossa…». Un’altra Italia, un’altra politica: oggi ne conserviamo l’eco, come fosse il ritorno in cuffia delle sonorità di un’antica propaganda. Attraverso i luoghi e il vissuto di una comunità è possibile parlare di una pedagogia civile e urbana che aiuta a ritrovarsi al di là delle differenze.

 

Si trascinavano gli ultimi scampoli della primavera e incombevano giornate calde, non solo per l’imminenza della stagione assolata. Il 17 giugno si votava per i rappresentanti al Parlamento europeo, il cuore democratico dell’Europa unita. Lo si era votato a suffragio universale per la prima volta nel 1979 e ora, con il nuovo ricorso alle urne, si avvertiva l’impegno a consolidare il grande esperimento comunitario.

 

La tesi più condivisa dagli analisti classifica le europee come elezioni di secondo ordine rispetto a quelle per i parlamenti nazionali. Ciò in virtù, innanzitutto, di un più basso livello di partecipazione e un predominio di «tematiche domestiche», con la complicità anche dei media che sottovalutano, e non da oggi, le grandi questioni europee. Con il progressivo venir meno della novità rappresentata dall’elezione diretta, il disimpegno nei confronti dell’Europarlamento si è accentuato, non solo nel nostro paese. La lettura dei quotidiani riproduce molto bene il clima politico delle prime consultazioni. Nel 1979 il voto seguì di una settimana quello politico, con un inevitabile calo di tensione e di interesse, a cui fece riscontro una minore mobilitazione dei partiti; nel 1984 l’attenzione dell’elettorato venne polarizzata attorno a questioni molto rilevanti ma tutte interne, quali lo scontro politico tra governo e opposizione sul decreto sulla «scala mobile» e lo spauracchio del «sorpasso» agitato dalla DC contro il PCI, sicché l’impegno delle forze politiche fu decisamente più intenso.

 

In ogni caso, se a livello nazionale poteva oscillare il pendolo della partecipazione all’evento elettorale europeo, certamente sul piano locale si avvertiva meno tale andamento altalenante. Soprattutto nei piccoli centri, qualsiasi occasione di confronto riattivava il senso di appartenenza, dando modo alle diverse «fazioni democratiche» – in particolare a democristiani e comunisti – di verificare il loro grado di tenuta sul territorio. Non erano concesse distrazioni. Non si poteva mollare la presa, né da una parte né dall’altra.

 

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