IL PARTITO DEMOCRATICO RISCHIA L’IMPLOSIONE.

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La presa d’atto della crisi politico-identitaria del Partito democratico è ormali generale e fa intravedere il rischio di implosione totale sotto la spinta della politica di aggressione del Terzo Polo liberal-democratico di Calenda e Renzi e, sull’altro versante, del Movimento 5 Stelle, ormai indirizzato verso altre posizioni più radicali.

 

Alberto Tanzilli

 

La Roma calcistica, ormai dall’inizio del campionato e malgrado risultati piuttosto altalenanti, fa registrare sistematicamente il “sold out” allo Stadio Olimpico a testimonianza della passione dei suoi tifosi e della loro vicinanza alla squadra ed alla Società. La Roma politica, in particolare quella vicina al Partito democratico, ha voluto uniformarsi e nei giorni scorsi ha visto replicato il fenomeno di partecipazione pubblica prima al Teatro Brancaccio, in occasione della ufficializzazione della candidatura dell’attuale Assessore Regionale alla Sanità Alessio D’Amato alle prossime Elezioni Regionali, e il giorno dopo, all’Auditorium della Musica, per la presentazione dell’ultimo libro di Goffredo Bettini. In entrambe le circostanze l’affluenza dei militanti e dei dirigenti del Partito democratico, e magari anche di semplici cittadini attenti alla presente condizione del partito che governa la Capitale e curiosi della sua evoluzione a livello regionale e nazionale, è stata massiccia ed interessata a cercare di cogliere evidentemente i particolari delle posizioni e delle prospettive del partito stesso che, è pubblica convinzione, vive il momento più difficile della sua quasi ventennale storia.

 

La consapevolezza delle difficoltà nelle quali si trova il partito non manca di certo ai suoi dirigenti, ai suoi iscritti e ai suoi militanti che si trovano a scontare le incertezze politiche e culturali provocate da un paio di decenni vissuti senza identità e, di conseguenza, senza capacità di elaborare programmi e proposte politiche da presentare prima ad un ampio target di riferimento e successivamente alla più completa platea dei cittadini elettori. La recente sconfitta è stata sicuramente più “politica” che elettorale, anche se il calo dei voti è proseguito rispetto al trend delle trascorse elezioni 2013-2018 e i recenti sondaggi continuano a raccontarci di una continua disaffezione nei confronti del Partito democratico e della sua dirigenza. La presa d’atto della crisi politico-identitaria del Partito democratico è ormali generale e fa intravedere il rischio di implosione totale sotto la spinta della politica di aggressione del Terzo Polo liberal-democratico di Calenda e Renzi e, sull’altro versante, del Movimento 5 Stelle, ormai indirizzato verso altre posizioni più radicali e più prossime a quelle forze che la cultura della esperienza PCI/PDS/DS non ha mai tollerato alla sua sinistra.

 

Si profila così, tra la previsione di un congresso il cui svolgimento, piuttosto articolato e complesso, è previsto in un periodo che fatalmente si incrocia con le procedure elettorali di alcune regioni, tra le quali le due più importanti e significative del Paese, Lombardia e Lazio, nelle quali si  potrebbe  registrare  una sconfitta, non impossibile per non dire non improbabile, che porterebbe alla definitiva liquidazione del Partito democratico almeno nella sua veste attuale. Ed è questa una possibilità non imprevista o trascurata se è vero, ed è vero, che da molti giorni e da diversi soggetti non appartenenti al partito, vengono manifestate diverse diagnosi, prognosi e terapie per la condizione patologica del Partito democratico e per i suoi eventuali aggravamenti.

 

La grande intuizione di Romano Prodi prima e di Walter Veltroni poi sembra avviarsi comunque al suo fallimento politico non potendosi immaginare una fine diversa per il progetto di fusione delle due maggiori culture riformiste del secolo scorso. Una fusione definita “fredda” da molti osservatori, interessati o meno al suo successo, nella quale non si è riusciti a mantenere dentro un contesto processi mentali differenti e conseguenti atteggiamenti e stili di vita politica dei due soci di riferimento. E nemmeno ad impedire che, da parte di alcune componenti, si mettessero in moto, o non smettessero di funzionare, meccanismi la cui funzione consisteva soltanto nella difesa di equilibri esistenti e nella produzione di altri che, in ogni caso, avessero gli stessi obbiettivi e gli stessi protagonisti. Il partito “a struttura oligarchica e consociativa”, come lo ha definito il politologo professor Mauro Calise in un recente convegno organizzato in un circolo del Partito democratico di Roma. Uno dei pochi circoli rimasto aperto ed attivo.