IL PD DEVE CAMBIARE. INEVITABILE, SE NON CAMBIA, UN NUOVO ASSETTO DELL’AREA RIFORMISTA.

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Ci sono dati allarmanti. Nelle province del Lazio, esclusa  perciò Roma, il Partito democratico è appena attorno al 15 per cento, anche con l’apporto del Partito socialista, di Articolo 1 e di Demos. Qui, come altrove, serve fare tabula rasa degli errori commessi per arroganza e incapacità.  Se ciò non dovesse accadere

 

Dopo ogni sconfitta viene il tempo della riflessione sulle cause che sono all’origine di essa. Se la Destra si è imposta, non è di per sé l’abilità della Meloni ad aver compiuto un’impresa che, pur largamente prevista nei sondaggi, scuote la pubblica opinione dentro e fuori i confini nazionali. A sorprendere è l’impeto della nuova investitura, con una leadership che ridà vigore a un’alleanza data per morta senza Berlusconi. Qualcosa di più profondo ha innescato lo sfaldamento dall’area moderata a vantaggio di quella più intransigente e radicale, schierata da anni all’opposizione. L’Italia va a destra e ci va scegliendo la posizione più a destra. 

Ora, chi esce malconcio dall’esito elettorale ha il dovere di guardare in faccia la realtà, senza infingimenti e mezze misure, traendo le necessarie conclusioni. Questo è un discorso che interessa in primo luogo il Partito democratico. È vero, Letta ha rimesso fin da subito il suo mandato – resta segretario…per gli affari correnti – e ha lanciato un congresso che si annuncia di rifondazione. 

Ma cosa significa per il Partito democratico questa impegnativa operazione congressuale? Ci sono segnali di crescente ambiguità nel modo d’intendere la rifondazione. Si vuole, in poche parole, spingere il partito sulla strada dell’accordo con i Cinque Stelle, anche a costo di scontrarsi con la loro pervicace indisponibilità. Più che rifondare, si finisce così per rinnegare la propria originalità di partito, essendo questa collegata all’autonomia del riformismo da ogni forma di populismo, anche se declinato a sinistra.

Zingaretti più di altri si distingue in questo gioco di ambiguità. Scevro da preoccupazioni – a quanto sembra – per la débâcle elettorale nel Lazio, con un giro di valzer ripropone esattamente la linea della convergenza strategica con i Cinque Stelle. Va fatta chiarezza. Si può ignorare che nelle province, esclusa perciò Roma, il Partito democratico è appena attorno al 15 per cento, anche con l’apporto del Partito socialista, di Articolo 1 e di Demos? È un indice di allarme, che pure lascia indifferenti i vertici locali. Qui, come altrove, serve fare tabula rasa degli errori commessi per arroganza e incapacità. Serve ricostruire un asse riformista – Pd e Terzo Polo – come condizione fondamentale e prioritaria per l’ulteriore allargamento di una coalizione capace di vincere la sfida del prossimo anno per l’elezione del nuovo Presidente della Regione.

Siamo alla stretta decisiva. Di solito l’incertezza è foriera di delusioni che in seguito appaiono incomprensibili. Ora, solo provvedendo a licenziare al centro e in periferia la classe dirigente responsabile della brutta pagina elettorale, il Pd può mirare alla rinascita di un centro-sinistra a base popolare e per questo, ma non solo per questo, rivestito di credibilità. Se ciò non dovesse accadere, lo spirito di autentico riformismo cercherà, forse prima di quanto si possa immaginare, nuove modalità d’incarnazione di una politica alternativa alla Destra.