IL PD NON NASCE NELL’ORIZZONTE DELLA SOCIALDEMOCRAZIA: SCOPPOLA A CHIANCIANO, NEL 2006, FU CHIARO.

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Si è svolta a Roma, venerdì 18 novembre, una riunione promossa dal Centro Studi Aldo Moro e da Il Domani d’Italia sul tema “A 15 dalla nascita del Pd: il futuro dei Popolari?”. Riportiamo di seguito ampi stralci dell’intervento introduttivo di Rita Padovano, segretaria generale dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

 

Il dibattito che da tempo attraversa, in modo carsico, il PD e il suo futuro raggiunge in questo autunno il suo zenit. A 15 anni dalla sua fondazione questo Partito, che alla nascita si è caricato di molte attese e speranze, si trova ora ad affrontare la sfida più importante da superare, che non è la sua esistenza, ma il “come” essere, visto che nelle elezioni del 25 settembre u.s. si è posizionato primo partito dell’opposizione, e, a una lettura attenta, il centro dx non è la maggioranza del Paese. Questo però è un altro capitolo, in cui è possibile trovare altre varie questioni che ci riguardano e che sono state, in parte, già analizzate in un precedente incontro.

Oggi siamo qui per esaminare dunque non la sua esistenza bensì la modalità della sua presenza e se, è ancora, o, è stato, in questi anni in grado di interpretare i cambiamenti socio-economici che sono intervenuti, avvalendosi dell’apporto delle due grandi culture – quella cattolico democratica e quella comunista – protagoniste della politica del secolo scorso, che nel 2006 decisero di fondersi e dare vita a un nuovo soggetto politico, il Pd appunto. L’essere qui vuol dire ripercorre questo tempo, analizzarne le fasi in cui tale progetto si è evoluto e dare una risposta a quella domanda esigente, ci porta qui oggi a discutere “A 15 anni dalla nascita del Pd: il futuro dei Popolari?”.

È forse questo il tempo in cui è necessario avviare una riflessione che ne disegni un nuovo spazio politico? Siamo forse di fronte ad uno snodo che richiede, anche con urgenza, la necessita di aggiornare forma e linguaggio di quelle presenze che hanno caratterizzato, in modo unico ed originale, la politica nel nostro Paese? Martinazzoli, l’ultimo segretario della DC, amava ripetere che “la politica non procede mai per linee rette” e, noi aggiungiamo che essa deve avere la forma del tempo che viviamo e un cuore antico. E allora oggi si prova a recuperare i fili del tempo che viviamo cercando di analizzare se quelle discrasie, che hanno impedito al progetto del Pd, in cui i Popolari – partito mai sciolto formalmente – hanno gettato l’ancora, di realizzarsi e con quale forma senza escludere nessuna ipotesi. Almeno come riflessione accademica vista la partecipazione di autorevoli esponenti oggi qui.

È arrivato il momento di porsi domande esigenti al nostro interno e lo facciamo ripartendo da dove tutto è iniziato, a Chianciano nel 2006, seguendo il percorso che Pietro Scoppola fece, la cui relazione resta un caposaldo. A Chianciano seguì a distanza di poche settimane l’incontro a Orvieto che riprese queste riflessioni. Breve, ma dense, quelle pagine in cui si sollecitavano gli aderenti tutti, ma, i popolari e la sua classe dirigente di allora in modo preminente, a tenere fermi alcuni punti: non fare del futuro partito “un’edizione aggiornata” di quel modello di socialdemocrazia europea che non può essere replicato da noi semplicemente perché nel nostro Paese esistono tipicità uniche e di grande peso, come la presenza dell’esperienza cattolico democratica, che è stata forte e significativa, accanto all’incidenza ponderosa avuta dall’eredità comunista a scapito, proprio, della socialdemocrazia che qui si è manifestata in modo debole e poco pregnante.

E poi, fattore anch’esso di grande rilevanza, la presenza della Chiesa cattolica in Italia che deve spingerci ad evitare di consegnarla a quella destra che ricordava il tempo grigio e buio della prima metà del Novecento. Un’impresa faticosa, non priva di dolori, avviata da De Gasperi e proseguita con Moro, il cui obiettivo era ed è quello di allargare i confini della laicità della politica per realizzare una convivenza pacifica. Volendo usare le parole di Scoppola, per “tenere la Chiesa agganciata alla democrazia”. Un’idea cara a Tocquiveville.

Per realizzare ciò Scoppola suggerisce il percorso: creare una forma partito in grado di interpretare la società che cambia partendo dai nuovi interessi, materiali e immateriali, da essa germinati, in cui i partiti sono strumenti e non fine dell’operato politico. Ricominciare dai partiti è un lavoro necessario perché il vuoto, lasciato dal fallimento delle ideologie e dalla caduta del mito di una democrazia autorigenerante, non sia occupato dalle oligarchie, dalle élite illuminate. E su questo punto richiama Norberto Bobbio che già negli anni ‘80 ci ammoniva che la crisi della democrazia e la caduta del muro di Berlino non annullavano il problema dei limiti dei sistemi democratici e della selezione della sua classe dirigente. Profetico questo passaggio. E, come non pensare all’insidia oggi di fronte a noi, figlia dell’illusione nata proprio dalla caduta del Muro di Berlino, che cioè la democrazia, invece di proporsi al mondo come unica strada civile sopravvissuta dopo la vittoria sulle dittature deve in realtà fare i conti con un’alternativa echeggiante il suo stesso nome: la democrazia autoritaria.

E così, inevitabilmente, finisce sotto esame il modello di democrazia realizzato in Occidente, viziato dal dominio della “società dei due terzi” – un tema proposto dal Peter Glotz (intellettuale della Spd) sempre negli anni ‘80 – che priva il resto dell’umanità della speranza di potercela fare. La speranza è, per tutti, per noi in modo speciale, lo spazio vitale necessario alle nuove generazioni. È un bene inalienabile da salvaguardare. Lavorare alla sua realizzazione impegnava, in modo particolare, il nascente Pd, a darvi consistenza perché nessuno dovesse mai perderla, la speranza! Per realizzare questo si avvertiva urgente la necessità di pensare un “nuovo modello di sviluppo”, perché quello esistente, sostiene Scoppola, trae origine dal secolo scorso e sconta troppa rigidità.

Pensiamo a quanto questo disegno appaia oggi ancora più urgente di fronte all’ esplosione della questione climatica, energetica, alla difficoltà di reperire materie prime. A questi argomenti Scoppola ne aggiunge un altro, tutto nostro, del nostro Paese: quello della denatalità. Viviamo nel Paese che tutti vogliono visitare ma è, anche, quello da cui i giovani fuggono via. I giovani, se leggiamo i programmi elettorali dei partiti, soprattutto gli ultimi, noteremo che essi sono assenti. L’offerta politica di questi mesi si è concentrata su chi sarebbe andato a votare dimenticando tutto il resto.

Le ultime pagine della relazione, Scoppola le dedica al welfare del futuro. Prim’ancora che su un modello, egli ne fissa l’orizzonte su un’idea di buone relazioni tra i cittadini. E usa, al riguardo, l’aggettivo amichevole, ricomprendendo qui il pensiero di Mounier, per affermare la forza di un criterio direttivo per la società nel suo complesso: il criterio dell’amicizia quale “collante politico” della società. Poche pagine, duque, in cui consegna ai protagonisti la scrittura dei capitoli del tempo che verrà.

Ambizioso negli obiettivi, Scoppola pensa pertanto a un partito la cui forma richiama molto quella degasperiana, aperto alla società e non rigido nella sua organizzazione. In questo quadro ritiene indispensabile la presenza di un Centro studi da affiancare all’attività politica in senso stretto. Insomma, tante suggestioni e tanti stimoli: la relazione di Scoppola resta a tutt’oggi una pietra di posizionamento politico anche per l’odierno incontro che, credo, non sia episodico nelle intenzioni di quanti lo hanno voluto e realizzato.