Il pluralismo dei cattolici in politica non ha prodotto buoni frutti

Negli ultimi decenni i governi di centro-sinistra e di centro-destra sono “scivolati” sulla questione morale e sulla pessima gestione della politica economica. Così il M5S ha avuto gioco facile. Finché non si capirà questa semplice verità, invano edificheranno i costruttori.

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Su Avvenire del 1° marzo Luca Diotallevi ci ha ricordato che il Concilio Vaticano II considerò naturale che “in materia politica vi sia un grado incomprimibile di legittimo pluralismo tra credenti”. Con questo egli sembra dire che non dobbiamo sorprenderci, se dopo la fine della DC si è arrivati alla diaspora dei cattolici impegnati in politica, facendo perdere al loro prezioso patrimonio culturale la forza che si poteva esprimere bene solo in presenza di una coerente e convinta unità di intenti, cioè con un forte “idem sentire”, con una chiara e doverosa identità di pensiero. Prima fra tutte la forza dei comportamenti morali posti alla base dei loro ideali di giustizia e di libertà.

Fu la mancanza di una coerente e convinta unità di intenti (apertura dell’ala destra del PPI al fascismo) che causò la prima sconfitta di don Sturzo nel 1923. E fu la stessa mancanza (apertura della DC alla sinistra e allo statalismo) che poi causò la seconda sconfitta del pensiero sturziano, espulso perché ritenuto “scaduto”, non più valido per la politica italiana. Non è quindi vero – come scrive Padre Francesco Occhetta sull’ultimo numero di La Civiltà Cattolica

– che “in questi 100 anni il pensiero di Sturzo è stato una sorta di stella polare per i cattolici impegnati in politica”. Se lo fosse stato, oggi l’Italia sarebbe ben diversa! Purtroppo quelle due aperture (la prima a destra e la seconda a sinistra) sono costate molto agli italiani, credenti e non credenti. Ed è incredibile che oggi vi siano ancora nostalgie e desideri di ritorno al passato, ossia a quelle culture di destra e di sinistra che nella storia del nostro Paese si sono sempre dimostrate fallimentari.

La vera cultura vincente sarebbe stata quella del popolarismo, che affondava le sue radici nella difesa dell’integrità della famiglia, nella libertà di scelta educativa, nel primato delle autonomie locali per evitare i danni dello Stato accentratore, corrotto e corruttore, nella stretta alleanza tra capitale e lavoro per evitare devastanti conflitti sociali, e nel promuovere riforme economiche, fiscali e della burocrazia che avrebbero dovuto incoraggiare e non ostacolare l’iniziativa privata. Era una cultura “unificante” contraria alla nascita di correnti divisive nel partito, come purtroppo è poi avvenuto all’interno del PPI e della DC.

Negli ultimi decenni i governi di centro-sinistra e di centro-destra sono “scivolati” sulla questione morale e sulla pessima gestione della politica economica. Così il M5S ha avuto gioco facile. Finché non si capirà questa semplice verità, invano edificheranno i costruttori.

(Fonte Servire l’Italia)