IL PORTO DI GENOVA PRA’: UN CASO MONDIALE DI STRAVOLGIMENTO AMBIENTALE. 

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Questo contributo che si compone di due parti: una sommaria descrizione dello stravolgimento ambientale causato dalla costruzione del Porto di Genova Pra’, alla periferia cittadina ad ovest del centro di Genova. Ormai una realtà con cui si convive da decenni. Uno stupro del territorio perpetrato in nome del progresso. E poi un breve racconto su come – fino a poco più di una trentina di anni fa – quel contesto territoriale conservava ancora le caratteristiche del mare, della costa e del primo entroterra della Liguria: l’azzurro e il verde, i profumi mediterranei, la spiaggia, i pescatori, il turismo balneare. Si tratta di un racconto breve, per Ferragosto… “Io ero nato a casa dei miei – dice l’autore -, proprio davanti all’attuale edificio sede della Direzione portuale PSA-Genova Pra’, a maggioranza azionaria di Singapore, dove un tempo c’era il mare aperto.

Il Governo di Singapore fa le cose sul serio in quanto a politica espansiva nella gestione dei sistemi portuali italiani. La fusione di PSA Genova Pra’ (con sede e direzione generale a Singapore) e SECH con sede a Genova ha creato in quel di Genova un colosso in grado di contendere il mercato del trasporto via mare e delle strategie portuali a MSC e alla cinese COSCO. Mentre PSA è già un colosso mondiale  al suo confronto SECH è realtà piccola e locale: l’operazione è consistita quindi nell’inglobare SECH in PSA. 

Tradotto in soldoni ciò significa che il gigante PSA ha la quota azionaria di maggioranza per la governance dei due terminal containers del Porto di Genova, il SECH (terminal contenitori di Genova spa che gestisce la Calata Sanità) e il PSA di Pra’, ormai diventato il più importante terminal import-export italiano.

Si aggiunga l’alleanza cinese con la Maersk (il primo gruppo armatoriale per il trasporto dei container al mondo) nel porto di Savona mentre nel mirino finisce anche La Spezia dove c’è il terminal di Contship con MSC. E mi scuso per eventuali imprecisioni. Chi vive in quei contesti territoriali avverte un senso di declino ambientale inarrestabile: basta osservare lo sfascio ecologico che ha cambiato i connotati all’estremo ponente cittadino di Genova, di fronte al quale è andato edificandosi e ampliandosi una sorta di ecomostro che mette a dura prova la vita e la resistenza psicofisica di chi abita davanti al porto di Genova Pra’. 

Chi è nato in riva a quel mare ha visto a poco a poco deteriorarsi l’ambiente in cui ha vissuto fino ai primi anni ‘90. Nel 1992 l’iniziale terminal si è progressivamente ampliato ed è stato inglobato nel PSA nel 1998: il porto di Genova – Pra’ è diventato una struttura portuale che ha cambiato i connotati ambientali, degradato il contesto, condizionato la sostenibilità e l’armonia dell’insieme. Se uno fosse stato lontano da quel posto negli ultimi 30 anni e ora tornasse dovrebbe chiedere: “Dove siamo qui?”. “Questo” porto è diventato l’icona mondiale dello stravolgimento ambientale: ora davanti alle case il mare non si vede più, solo uno sterminato ammasso di container, con relativi rumori assordanti, polveri, inquinamento della terra e del mare. Si consideri inoltre tuttora vigente ciò che venne deciso nel marzo 2019 dal primo Governo Conte per iniziativa del Ministro dello Sviluppo Economico, nello specifico il “Memorandum” d’intesa” con la Cina che – al punto 29 – prevedeva che “China communications construction company” avrebbe dovuto stipulare un accordo con le Autorità Portuali di Sistema del Mar Ligure Occidentale (Genova, Pra’, Savona e Vado Ligure) e del Mare Adriatico Orientale (Trieste e Monfalcone) per rendere questi porti “i terminali in Europa della via della seta. 

Da tempo sostengo che sarebbe interessante fare il punto della situazione geopolitica e geoeconomica. Di carne al fuoco ce n’è molta e andrebbe spiegato alla gente quale futuro si ipotizza, tra fusioni, espansioni, destinazioni territoriali irreversibili. Un fermo immagine sul PSA di Genova – Pra’  può solo far supporre cosa ancora potrà accadere per quella fascia di litorale ridotta ormai a una enorme piattaforma di carico-scarico di container provenienti da tutte le parti del mondo. Non è fantascienza ipotizzare una futura conurbazione con il Porto di Savona-Vado.

Eppure fino agli anni 80, tutto era diverso. Genova Pra’ era – con Voltri – l’ultima delegazione genovese del ponente cittadino, abitata prevalentemente da pendolari, pescatori, agricoltori, con importanti realtà cantieristiche, un tempo frequentata da bagnanti provenienti dalla Lombardia e dal Piemonte. Il contesto ambientale realizzava una sostenibilità gestibile senza gli stravolgimenti urbanistici e paesaggistici che hanno fatto irruzione con il porto.

Anche chi non conosce la realtà attuale – ma è sufficiente passarci in autostrada o percorrere quel tratto di Aurelia che attraversa la delegazione, anche se diretti altrove, per avere un colpo d’occhio eloquente sulla visuale del territorio, a cominciare dalla scomparsa del mare, occupato dal porto commerciale.

Per chi ne ha voglia e tempo, basta leggere il breve racconto che segue, per rendersi conto delle trasformazioni intervenute. Lo propongo a chi non ha conosciuto quel tratto di mare, di costa e di primo entroterra del ponente cittadino genovese quando era diverso e anche a chi per oblio o adeguamento alla nuova realtà esistenziale, non lo ricorda più o si è rassegnato.                                                                                      

Vedere il mondo in un granello di sabbia

E un paradiso in un fiore selvaggio,

Tenere nel palmo della mano l’infinito

E l’eternità in un’ora

 

(William Blake – Londra 1757/1827)

                                                                      

 

VERDEAZZURRO 

La prima parte della mia vita è trascorsa in una stretta fascia di palazzi, asfalto e cemento compresa tra l’azzurro del mare e il verde del primo entroterra.

 

Era una realtà di cui si percepiva la sostenibilità dell’insieme, ogni contesto rispettava gli altri e tra loro coesistevano senza bisticciare.

 

Alla spiaggia ci si andava – con le mille raccomandazioni dei genitori e le altrettante precauzioni che un bambino sapeva usare da sé o imparava dagli altri, specie dagli amici più grandi – come se fosse la cosa più spontanea di questo mondo.

 

Il rapporto con le cose che facevano parte di quella realtà era organico: la sabbia, l’acqua, i sassi, il bagnasciuga, si poteva toccare tutto, si conoscevano gli odori, le proprietà e i pericoli delle cose.

 

C’era il terrore delle meduse, ad esempio: il mare ne era pieno e questo costituiva un ostacolo da superare, una confidenza da prendere, una minuscola sfida con la paura, ogni volta da affrontare e da vincere.

 

Ricordo di un giorno che – piccolissimo – ero entrato in acqua per imparare a nuotare ma, fatti i primi passi, avevo istintivamente accovacciato le gambe ed ero diventato una specie di palla: ora galleggiante, ora a pelo di superficie, ora soverchiata dal frangersi delle onde innocue, quasi a riva, per me gigantesche.

 

Tutto per la paura delle meduse, che vinceva quella – ben più giustificabile e razionale – del mare.

 

Ci pensò un’anziana bagnante a tirarmi letteralmente su per i capelli e a trascinarmi a riva, altrimenti oggi non sarei qui a scrivere questi ricordi.

 

Le grosse navi giravano molto al largo ma le chiazze di petrolio arrivavano lo stesso a terra, spesso si tornava a casa tutti impiastricciati e con le mamme erano guai.

 

Ed erano segnali di un triste presagio: non si diceva ancora ‘inquinamento’ ma quel catrame parlava da sè.

 

I pescatori lasciavano le reti al sole, accanto alle barche, ad asciugare e quando le calavano con gesti larghi e misurati era uno spettacolo da vedere: tutti i bagnanti si ritraevano da quel tratto di mare e di costa, come per cedere il posto alla fatica e al lavoro.

 

A volte il pescato era generoso, altre scarso ma la curiosità di sbirciare cosa fosse rimasto impigliato nelle maglie della rete raccoglieva sempre gente intorno al gozzo o alla lancia appena tirati a terra.

 

I pescatori lasciavano fare ma i loro occhi ci dominavano con una sapienza antica e severa, poco incline alla confidenza e allo scherzo, i loro sguardi erano capaci di intimorire.

 

Non diverso, in quanto a naturalezza ed emozioni era il rapporto con il verde del primo entroterra.

 

Si salivano le ‘croeze’ (vie strette di acciottolato o di mattoni) fino a quando il sentiero si perdeva nei campi, tra le fasce, le piante o le vigne.

 

La campagna dava la sensazione di sentirsi soli, lontani dai rumori delle azioni umane che giungevano come attutiti, impercettibili  ma se scrutavi bene intorno notavi tracce o presenze laboriose e silenti.

 

Era bello immergersi nel verde profumato della campagna, stendersi tra i ciuffi d’erba con il fiatone della salita e socchiudere gli occhi al chiarore abbagliante della luce e del sole.

 

Lassù, dall’alto tutto era rimpicciolito e diverso, si faticava a volte a scorgere il profilo amico delle nostre case lontane.

 

Si vagava per interi pomeriggi rincorrendo le ’sgrigue’ (le lucertole) o cercando di conquistare qualche lunga canna: veniva poi bene legarci il filo con il ‘ciungin’ (il piombino) e l’amo e tentare o simulare l’avventura della pesca, il giorno dopo.

 

Si raccoglievano i pinoli e i primi funghi al limitare delle boscaglie, si avvertiva un profumo intenso, tipico della macchia mediterranea, un pot pourri naturale di menta, salvia, rosmarino, ginestra, camomilla selvatica, lavanda, violetta.

 

Allora si fiutavano soprattutto gli odori, oggi prevalgono gli afrori, i miasmi, le puzze del degrado urbano e credo che tra le due sensazioni ci corra una bella differenza.

 

Gli odori erano sparsi nella natura, nelle cose, facevano parte di una percezione indistinta che si gradiva, si cercava, si apprezzava, si respirava.

 

In genere l’olfatto è oggi messo a dura prova dal disgusto di ciò che si rifiuta, si scarica, si riversa nell’ambiente.

 

Mi sembra che ci fosse un rispetto diverso che oggi stento a riconoscere.

 

Diversamente, in tutto il ponente cittadino, la fascia a ridosso dei primi nuclei abitativi, quella che un tempo noi ragazzi conoscevamo come le nostre tasche e giravamo liberamente, godendo di quel bendidio di verde appena fuori casa, è stata cementificata e stravolta dalla mano dell’uomo.

 

Anche dalla parte opposta, la spiaggia e il primo tratto di mare hanno subìto lo stesso destino.

 

Si poteva evitare? Forse no: si è deciso altrove. 

 

Si poteva far di meglio? Onestamente penso di sì.

 

Ora quelle chiazze di verde e di azzurro restano nei ricordi della mente, nelle foto sbiadite e nei quadri dei pittori locali, che ne rievocano i fasti e i trascorsi: l’impatto adesso è totalmente diverso, prevalgono i grigi dell’anonima periferia – visibili – e i toni dimessi della rassegnazione – immaginabili negli occhi della gente, l’habitat è cambiato e pure l’uomo si è adattato a questa nuova realtà.

E’ come se fosse un’umanità diversa, tutti quelli che c’erano allora se ne accorgono e lo dicono, anche se non sanno spiegarsi convintamente il perché.

 

A forza di impossessarci del mondo, di consumarlo, lo stiamo distruggendo: è questa la percezione che si avverte – diffusamente – ma non si riesce a dominare, modificare, a invertire.

 

Il mare si è come allontanato, sconfitto dal porto e dalle navi, subisce tutto, brontola o ruggisce da lontano, offeso per essere considerato solo una via di transito, un passaggio: avrebbe bisogno dei suoi spazi vitali, deve respirare – il mare – a pieni polmoni, allargarsi e stringersi nel suo letto, liberamente.

 

Quando lo fa, quando si ribella e rivuole i suoi confini distesi, allunga le mani e le onde a cavalloni giungono fino a terra, lambiscono i manufatti dell’uomo, le barriere che sono state erette per tenerlo lontano.

 

Ma non è cattivo, questo mare: è stato imprigionato in modo maldestro e vuole dimostrare tutta la sua forza.

 

Credeva che l’uomo gli fosse amico e se ne sente tradito.

 

Il verde si acquieta più facilmente, si ritira impaurito per l’avanzare del cemento, si sente soffocare e piange in silenzio.

 

Solo chi ha ancora il cuore di un bambino lo può sentire: basta accostare l’orecchio per udire i suoi lamenti, per ascoltare la sua sofferenza.

 

Si è tirato dietro quello che poteva salvare: piante, animali, fiori, insetti ma è come un vecchio tramortito che ha perso la sua memoria.

 

Chi lo accarezza con amore gli restituisce l’affetto di un tempo, anche se in modo effimero, passeggero.

 

Per trovare un verde più allegro, spensierato, accogliente bisogna andare un po’ più lontano, dove la mano dell’uomo non ha ancora sferrato il suo attacco insensato e micidiale per distruggere quello che millenni di storia avevano conservato intatto e violentare la natura con il possesso del cemento e del ferro, che lo allontanano irreversibilmente dalle sue origini e da un sostenibile destino.

 

Guardandomi attorno percepisco il veloce deterioramento delle cose, la sconfitta della natura, il senso dell’usura e del consumo della vita stessa: quello che viene estirpato, soffocato, ammutolito è inesorabilmente condannato a tacere per sempre, piangendo soltanto nella memoria di chi ha avuto l’ormai inutile privilegio di conoscerne una diversa, più autentica identità.