Il pragmatismo etico di Mario Draghi

Speriamo che riesca ad imporre il suo stile sobrio, pacato, laborioso, silenzioso, coraggioso e umile.

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Il Presidente incaricato Mario Draghi nella tessitura dell’ordito e della trama del nuovo Governo sta realizzando i requisiti che Lui stesso aveva indicato come bussola orientativa del decisore politico: conoscenza, coraggio e umiltà. Ci sono parole che restano flatus vocis, altre che non cadono nel vuoto e poi c’è una nemesi storica nel loro pronunciamento. Accadeva lo stesso giorno in cui la Presidente Marta Cartabia ricordava De Gasperi nella lectio magistralis a Pieve Tesino, mentre l’ex Presidente BCE lo citava, ricevendo la laurea ad honorem alla Cattolica di Milano.

Quanti rallentamenti aveva avuto l’idea dei Padri Fondatori dell’Europa? Mentre la politica più recente non è stata ancora in grado di elaborare un piano di Recovery sui fondi europei, di decidere sul MES, qualcuno ha ricordato che eravamo partiti dalla CECA e grazie a Mario Draghi sono state salvate l’Europa e l’Italia, con la strategia di gestione della politica monetaria, valga per tutti il quantitative easing.

Lo ha fatto in silenzio, senza megafoni, senza post, twitter, invettive, giochi di parole, rifuggendo i salotti buoni degli imbonitori venuti dal nulla e degli influencer capaci di esprimere troppe opinioni e poche idee.

Abituati a rottamatori, apriscatole e rompiscatole, rassegnati a vivere una fase di declino culturale, storico, persino sui riferimenti fondativi dei concetti di Unione Europea e pure di Stato e di Nazione, abbiamo perso la memoria degli eventi, convissuto con istituzioni incerte, rette da persone inadeguate, dove competenza e senso di responsabilità erano optional ai manuali di istruzioni d’uso del potere autoreferenziale: la nostra rappresentazione simbolica prevalente dell’idea di politica è stata in questi anni ben riassunta nella celebre definizione di Rino Formica: la taccio per pudore, qualcuno la cerchi su Wikipedia.

Politica spettacolo, politica personalizzata, politica lontana dal popolo, politica delle parole, delle promesse e delle apparenze, inconcludente e persino meschina: la classe dirigente del Paese è stata ed è in larga parte tuttora quella generata da una scuola lassista e concessiva, le parole sacrificio, impegno , studio, abnegazione, rettitudine, dignità sparite dal lessico comune in un gioco di specchi tra il paese legale che è stato un pessimo maestro del paese reale. Siamo rimasti impantanati per anni nel bingo delle formule, delle partite a scacchi, delle alleanze messe in crisi in giorno dopo la loro stipula: anche la prima repubblica aveva i suoi difetti e le sue colpe ma aveva espresso personalità di valore, gente che insegnava all’Università, leggeva e scriveva libri, le strategie uscivano dai dibattiti congressuali: a poco a poco hanno prevalso le tattiche e gli orizzonti brevi, in pochi si sono accorti di un gioco pericoloso che trasformava la democrazia in una oligarchia senza valori e senza etica. Trasformismo, situazionismo, burocrazia come arma di distruzione di massa hanno svergognato la politica e annichilito il Paese. L’odio ha sempre prevalso sulla moderazione, le frammentazioni sullo spirito unitario: siamo arrivati ad un punto in cui ci sentiamo italiani senza sapere che cos’ l’Italia oggi e poco europei visto che nel caravanserraglio della geoeconomia prevalente abbiamo perso identità, alleanze, origini e civiltà.

Eppure fa specie vedere in quanti adesso si mettono in coda per salire sulla barca: sono “ex” di tutto, anche di se stessi, chi voleva l’impeachment di Mattarella ora si genuflette, chi era alleato del nemico ora gli è tornato amico, chi si sentiva sottostimato spera adesso di riprendere in comproprietà il timone perduto.

Il guazzabuglio si era fatto inestricabile, meno male che nel nostro DNA latino è rimasto il genoma della genialità: ci si è messa anche la pandemia a complicare le cose, aggiungendo mascherine taroccate, banchi a rotelle, vaccini dimezzati e monopattini per il tempo libero.
Siamo sempre preoccupati di non godere abbastanza, la scuola – dicevo- ha abituato questa generazione di quarantenni al potere a rivendicare diritti, subire torti, ambire a posti di comando senza aver mai lavorato.

Ora che arriva super-Mario speriamo che a lungo andare non si lasci irretire dagli invadenti voltagabbana e dai postulanti di poltrone: qualcuno arriccia il naso e si lagna di primazie perdute. Perché i capi partito vogliono scendere in campo? Perché hanno capito che da Lui hanno molto da imparare (senza ammetterlo), specie se prevarranno i criteri di competenza e affidabilità, se il manuale Cencelli sarà gettato al macero.

Speriamo che riesca ad imporre il suo stile sobrio, pacato, laborioso, silenzioso, coraggioso e umile.

La conoscenza al primo posto e temo dovrà dare molte ripetizioni: che nessuno gli metta il bastone tra le ruote, per favore, meglio che scenda qualche gradino nella propria autostima.

Di indegna gazzarra ce ne è stata fin troppa e il Paese è disorientato e intontito, ora è il momento di mettersi al lavoro. In bocca al lupo Presidente!