Il primo reset da fare? Quello su certi programmi televisivi.

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Nessuno vuole che la TV faccia opera di pedagogia sociale e nessuno deve scandalizzarsi più del necessario . Ma la televisione è qualcosa di ben diverso, si tratta a suo modo pur sempre di un servizio pubblico. Buttarla in caciara non è il massimo in tema di libertà della comunicazione e neppure dell’informazione.

Quando si considera il tema del condizionamento esercitato sui nostri stili di vita dalle nuove tecnologie ci si indirizza verso il mondo sommerso del web, verso internet, i social, le chat dove i grandi network esercitano un potere di penetrazione massiva e nell’habitus mentale di ogni individuo talmente imprevedibile negli esiti fino a perderne, nella peggiore ipotesi, il controllo. L’accesso facilitato e la globalizzazione no-limit creano una molteplicità di piste fruibili, mentre sovente è difficile individuare le tracce dei passaggi e arduo compiere il percorso a ritroso.

Queste forme di condizionamento occulto e di attrazione virale, quasi di sostituzione del mondo virtuale rispetto a quello reale, al punto che si crea una sorta di dipendenza e di immedesimazione, hanno target variegati per offerte informative, intrattenimenti, modelli comportamentali senza base etica: attingono da queste fonti le loro ispirazioni i fenomeni del cyberbullismo, delle emulazioni pericolose, della pedopornografia, del revenge porn, solo per citare esempi sempre più frequenti spesso debordanti in veri e propri reati, mentre attraverso questi mezzi sofisticati cadono le vittime e i carnefici degli adescamenti, delle sostituzioni di identità, delle truffe e dei raggiri.

Se pensiamo che i frequentatori più assidui e i fruitori più vulnerabili di questi social distorsivi sono gli adolescenti (con una fascia sempre più estesa e debordante per età, verso il basso e verso l’alto) possiamo facilmente immaginare quanto sia arduo per le famiglie e la scuola arginare queste derive che stanno creando un universo simbolico alternativo sul piano dell’informazione, della formazione e dell’educazione. Da quando la fruizione di programmi, giochi, siti ecc. “on-demand” ha preso il sopravvento ci siamo disabituati a considerare gli influssi e gli esempi che passano attraverso i normali canali televisivi.

La TV è anzi collocata stabilmente al centro delle nostre più o meno rassicuranti abitudini domestiche, fa parte ormai della famiglia come oggetto di uso comune e condiviso. Eppure basta accendere e fare zapping sui vari canali per rendersi conto del fatto che essa conserva una molteplicità di offerte e una forza di penetrazione pervasiva e per certi aspetti dominante.

Innanzitutto sul piano di una implicita credibilità: si tratta di uno strumento legittimato da provider e fornitori di servizi palesi e ufficiali, non occultati nei meandri reconditi della fruizione nascosta e individuale. La Tv, in altre parole, la guardano tutti e ciò determina una sorta di posizione dominante nell’offerta informativa, di spettacoli, film, documentari, talk show ecc., si rivolge agli anziani, ai genitori, ai ragazzi, ai bambini (fatta salva l’attivazione del parental control, in italiano “filtro famiglia”), al punto che pare quasi retorico parlarne, in fondo ci fa incontrare il mondo stando seduti sul divano, occupa lo spazio dello svago e del tempo libero, è persino compagna fedele e sempre presente, non si nega mai pur di riempire le ore tristi e vuote di tante diffuse solitudini.

Non sempre tuttavia l’offerta dei programmi – inframezzati dagli annunci pubblicitari utili per il fatturato – riesce a soddisfare le aspettative degli utenti che cercano creatività, intrattenimento, informazioni attendibili, trattazione documentata di temi di attualità, approfondimenti culturali.

Specialmente in questo periodo di crisi pandemica ci si sarebbe aspettati un palinsesto non dico calibrato in  funzione di una compensazione terapeutica – rispetto ad un contesto esistenziale sempre problematico ove non drammatico (ordini, contrordini, veti, divieti, limitazioni, scadenze, zone , colori, viaggi, trasferimenti, lavoro, chiusure, mascherine, tamponi, contagi, ricoveri, intubati, deceduti e chi più ne ha più ne metta) -ma almeno un diversivo che portasse la mente altrove per un paio di ore, la sera. O servizi mirati ad una corretta e non opinabile ma competente e responsabile informazione scientifica. Invece la fascia oraria più densa e trafficata di programmi si è rivelata la più ansiogena: è vero che si può anche spegnere l’apparecchio – visto che cambiare canale procura la sensazione di una sorta di labirinto senza via d’uscita, un monopolio tematico asfissiante – ma carichi di patemi e preoccupazioni non sempre si dispone dell’alternativa – che so – di una lettura rilassante o di un passatempo scacciapensieri.

In questi due anni la TV è stata lo specchio delle vicende drammatiche della pandemia, sovente confondendo però la comunicazione con l’informazione. I talk show serali sono state corride per affabulatori seriali, tra negazionismi e allarmismi, prevalentemente rappresentati da persone prive della minima competenza scientifica, per alterchi, offese, accuse incrociate ma anche della buona creanza visto che dialogo pacato ce n’è stato poco, in compenso si sono sprecate le interruzioni dei discorsi altrui, i toni urlati e incomprensibili, le invettive, le offese: una indegna gazzarra che si è riverberata tra la gente comune. Nulla di cui avessimo realmente bisogno per capire e orientarsi, mentre la stessa presenza di immunologi e virologi esprimeva divergenze di valutazione che provocavano sconcerto e confusione.

 

Molti sono arrivati, a furia di parlare, a smentire se stessi e l’arroganza ha superato persino le poche, buone ragioni da esporre, le opinioni hanno sostituito le idee mentre la citazione di dati e documenti è stata pilotata e addomesticata dalla contrapposizione politica o dalle pregiudiziali negazioniste. Nessuno vuole che la TV faccia opera di pedagogia sociale, nessuno deve scandalizzarsi più del necessario, sappiamo bene che nei bar, per la strada, sui luoghi di lavoro o nel condominio non si parla d’altro. Ma la televisione è qualcosa di ben diverso, si tratta a suo modo pur sempre di un servizio pubblico. Buttarla in caciara non è il massimo in tema di libertà della comunicazione e neppure dell’informazione, che sono – come scritto due cose diverse. Lo spettacolo andato in scena è stato in larga misura indecoroso. Qualcuno ha parlato di “reset”: sarebbe opportuno incominciare ricalibrando in stile e contenuti certi talk show.