IL PROBLEMA NON È LETTA

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Il dibattito nel centrosinistra dopo la sconfitta elettorale deve affrontare questioni di fondo e ineludibili. Occorre ripartire dai contenuti, per definire con coraggio e allo stesso tempo con realismo una visione di società e una proposta politica. Tutto ciò richiede uno stile di mitezza e di tolleranza per un effettivo pluralismo.

Il dibattito che si è aperto dopo la sconfitta elettorale nel centrosinistra, rischia di essere sterile, di ridursi a una discussione intorno alla prossima segreteria del Partito Democratico, riguardante le persone più che il progetto politico. Per evitare questo rischio occorre affrontare le questioni di fondo da troppo tempo irrisolte nel campo riformatore. Questioni attinenti al profilo politico, culturale e programmatico e questioni di carattere organizzativo.

 

Non sarà facile perché i gruppi dirigenti sono quel che sono e anche l’elettorato progressista è quel che è. C’è chi, come Rosy Bindi, propone lo scioglimento del Pd ma questo ha un senso solo se si riesce a mettere vino nuovo in otri nuove. Se invece nelle otri nuove si rimette il vino vecchio dell’attuale mentalità di chi guida il centrosinistra, ci si ritroverebbe con una cosa molto simile a quella che si è sciolta.

 

La gran parte dei gruppi dirigenti del Pd si divide per cordate o correnti di potere. A parte qualche distinzione sulle questioni etiche, si deve registrare un preoccupante appiattimento della visione di società su quella dell’élite economica e finanziaria dominante e della catena dei media che quest’ultima controlla e usa per formare/indottrinare i cittadini al pensiero unico. Non vi è un reale confronto sull’economia, sullo stato sociale, sulla politica estera, sulla definizione di una agenda elaborata da un punto di vista popolare. La visione del Pd sembra piuttosto essere mutuata dall’alto: ciò che i giornali e certe trasmissioni televisive sdoganano, viene acquisito come linea del Pd, dei temi sgraditi nei piani alti dell’establishment il Pd tende a non più occuparsene.

 

Ma anche la base elettorale del centrosinistra è mutata. Di norma votano a sinistra gli strati sociali più agiati e non più, come una volta, la plebe, il popolo, il proletariato o come dir si voglia, le classi sociali subalterne. Con la parziale eccezione del Movimento Cinque Stelle, l’elettorato delle forze di centrosinistra è costituito dalla borghesia medio alta. Più si va verso sinistra e più si vede salire lo status sociale degli elettori.

 

E tuttavia, i risultati del voto dello scorso 25 settembre ci dicono anche che i consensi riportati dalle liste ascrivibili al centrosinistra, che si sono presentate separate, hanno superato i consensi ottenuti da un centrodestra unito. Ci sono poi 16 milioni di persone che non hanno votato. Al netto dell’astensionismo fisiologico, almeno una buona metà di questi elettori questa volta non ha votato per scelta, e quindi sono elettori con cui va cercato un dialogo.

 

Dunque, si deve ripartire dai contenuti, per definire con coraggio e allo stesso tempo con realismo una visione di società e una proposta politica. Un compito che appare facilitato dal fallimento dei capisaldi dell’impostazione mercatista e neoliberista, cui stiamo assistendo e su cui è stata edificata purtroppo l’Unione Europea, i cui trattati istitutivi appaiono purtroppo sempre più come la negazione, anziché l’auspicato compimento del percorso intrapreso dalla Comunità Europea, dalla Cee e dal Mec, a partire dalla visione dei padri fondatori. In una fase in cui si va verso la rinazionalizzazione di banche e monopoli naturali come le grandi infrastrutture dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti e dei servizi pubblici, al centrosinistra è richiesto qualcosa in più della rassegnazione, magari, lungi dai furori ideologici, sempre nefasti, con prudenza e pragmatismo, appena un po’ di convinzione nel sostenere e rivendicare tali processi.

 

Sulla pace occorre iniziare a dire qualcosa, riponendo gli elmetti che la nostra collocazione internazionale ci chiede. Prima o poi la guerra in Europa finirà, anche se non sappiamo come e a che prezzo. Si deve cominciare a parlare del dopoguerra, in particolare il centrosinistra deve chiarire se è, come Giorgia Meloni e i falchi dell’Amministrazione americana, per un arroccamento a difesa, con qualsiasi mezzo, di un approccio unipolare ai problemi intenzionali o se ha il coraggio e la lungimiranza di aderire a una visione multipolare che implica il riconoscimento che al mondo, oltre all’Occidente, ci sono anche gli altri, l’85% dell’umanità, che deve essere coinvolta, con le sue organizzazioni, come i Brics, la Sco, l’Unione Africana e altre, con pari dignità nella gestione delle sfide globali. Si tratta di verificare in che misura il campo riformatore è disposto a riconoscere che l’egemonia occidentale sul mondo è tramontata, e non più proponibile senza la guerra, in un mondo che comunque si va facendo multipolare.

 

Sui temi dell’energia e dell’ambiente bisogna definire una proposta positiva e non angusta e regressiva. Non si può realizzare la transizione ecologica a scapito del lavoro, delle classi popolari, che implichi un drastico impoverimento e riduzione del tenore di vita della classe media. Tutte le rivoluzioni tecnologiche ed energetiche si sono sempre imposte perché si dimostravano incredibilmente vantaggiose per l’umanità rispetto a quelle precedenti. Così deve essere anche per le nuove fonti di energia, quelle rinnovabili fornite dalla natura e quelle nuove fornite dalle nuove acquisizioni della scienza e della tecnica, con l’obiettivo, fattibile molto più di quanto si pensi come attestano i modelli scientifici, della free energy, energia illimitata, pulita e a costi irrisori, con la tecnologia italiana strettamente coordinata alla guida politica americana, come già succede in ambito aerospaziale.

 

Inoltre, l’attenzione va posta non solo sul progetto politico ma anche sulla formazione, dei quadri, dei responsabili sul territorio, degli attivisti. Un tema che è rimasto sguarnito e che nei fatti è stato delegato ai media tradizionali e ad internet, in seguito alla crisi, al ritiro dai territori e dagli ambienti sociali popolari, dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa di ogni genere. Poiché tutte le agenzie formative sono in crisi, occorre partire dal riconoscimento della realtà dei fatti: gli elettori sono fortemente condizionati, “pre-formattati”, da una pressione, una propaganda mediatica poderosa e martellante che incide in profondità, fino nell’inconscio, sul loro modo di pensare e di formulare giudizi. Per nessuna organizzazione sociale ormai è semplice formare le persone così ridotte. Ma se non si inizia col riconoscere che il problema esiste, i gruppi dirigenti, posto che abbiano una visione non coincidente con quella dei poteri dominanti, troveranno sempre grandi difficoltà nel comunicarla e nel convincere i loro elettori.

 

Infine, ma non per ultimo, va affrontato il tema della selezione dei gruppi dirigenti nei partiti a partire dalla questione cruciale delle modalità di definizione delle candidature al parlamento. La nostra democrazia non può permettersi un altro parlamento di nominati. Occorre affrontare il duplice nodo  della reintroduzione delle preferenze oppure delle primarie, regolate per legge, per tutti i seggi parlamentari in palio e va abolita la possibilità delle candidature plurime, contemporaneamente in più collegi.

 

Tutto ciò richiede uno stile di mitezza e di tolleranza per un effettivo pluralismo. Le opinioni diverse, che esprimono punti di vista diversi, vanno di nuovo accettate, come fecero per quasi mezzo secolo la Dc e il Pci, che a tratti apparivano addirittura antitetici, ma mai è mancato il rispetto per le posizioni diverse come ora invece avviene senza ritegno sui media e a cascata nella vita interna dei partiti e delle organizzazioni sociali. Senza l’accettazione delle diversità, anche quelle di opinione, non può esservi vera democrazia. Ed è anche la condizione per una ripresa possibile e auspicabile nell’autonomia di visione e di giudizio, dello schieramento riformatore.