Il proporzionale? È sulla bocca di tutti, ma non è la panacea di tutti i mali. Senza politica non c’è rimedio alla crisi.

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L’ampia riflessione dell’autore giunge a una conclusione molto semplice, e cioè che converrebbe adottare in politica la formula della Chiesa, quella del Sinodo, per confrontarsi e possibilmente capirsi, per ridare vigore e serietà all’impegno pubblico del laicato cristiano, per attivare una speranza collettiva.

 

Nino Labate

 

Siamo arrivati alla saturazione. Ormai sulla legge elettorale proporzionale ne parlano e scrivono in molti: politologi, editorialisti, commentatori, opinionisti, non escludendo gli stessi  politici in servizio permanente effettivo. Dai consensi trasversali che ottiene, sembrerebbe cosa fatta. Mancano solo previsioni serie sul tempo che occorre per approvarla, soprattutto se deve tener conto della riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Per l’elettore che vive chiuso in casa e che non va più a votare, il disinteresse in tempo di Covid è tuttavia al  punto massimo. Diciamola meglio: a lui di questa riforma non gliene importa niente. Ha altri problemi per la testa.

 

Rappresentatività o Governabilità? 

Diversi studiosi stanno da tempo avvertendo che il sistema proporzionale rinforza la rappresentatività e promuove la libertà di scelta del cittadino; ma che, nello stesso tempo, ostacola la governabilità rendendola debole e incerta. E viceversa: il sistema maggioritario promuove una solida governabilità e ostacola una rappresentatività plurale. Se lo dicono loro c’è da credere. Noi siamo liberi di pensarla come vogliamo, sapendo però che dividersi tra buoni e cattivi, tra il preferire la rappresentatività o preferire un governo solido e stabile, non porta da nessuna parte. In una sana democrazia le due cose sono entrambe necessarie. Bisogna solo ricordare che dietro le quinte del proporzionale, dimenticando in fretta “l’uno vale uno”, si nascondono in silenzio due effetti pronti ad emergere.

 

Uno più serio dell’altro. Da una parte un presidenzialismo (o semipresidenzialismo) da molti auspicabile, in grado di bilanciare un Parlamento  indebolito per le tante differenti e conflittuali presenze. Dall’altra la formazione di un Centro politico-partitico che sia in grado di equilibrare l’attuale  devastante bipolarismo italico, polarizzato su una destra e una sinistra radicali e ai giorni nostri pericolose. Così spesso  si legge!

 

Il presidenzialismo o il semipresidenzialismo come antidoto al pluralismo del proporzionale

Anche se non è per niente certo e non è verificato in altre democrazie, possiamo anche supporre che il presidenzialismo o semipresidenzialismo, con l’accentramento di (nuovi?) poteri nelle mani di un presidente eletto direttamente dal popolo consista nel bilanciare un governo debole e instabile, a cui conduce appunto un sistema elettorale proporzionale frammentato, svuotando in questo modo quella centralità del Parlamento tanto cara all’europeista Mattarella. Ciò è stato da lui fortemente evocato nel suo secondo discorso d’insediamento, assieme alla “dignità” come “pietra angolare” dell’agire politico, della giustizia e dell’eguaglianza.

 

Diciamo la verità, la scelta presidenziale non puo essere una vera  contropartita al proporzionale. È solo una scelta soft  di quel  decisionismo autoritario  tanto caro alla destra, con la sua perenne ricerca di uno “Stato forte” e di un “Capo forte”. Ci sono dei dubbi, dunque. E anche se il presidenzialismo è operante in diversi paesi di collaudata democrazia, per il ruolo secondario che assegna al Parlamento non è per niente un ottimo esempio di democrazia rispettosa del pluralismo e foriera di partecipazione.

 

Da una visuale meno razionale e più lontana dalle leggi della scienza politica e dalla politica comparata, ma più vicina al buon senso e alle informazioni del cittadino comune, in questa alternativa c’è tuttavia un punto che rimane sempre nell’ombra, nascosto com’è tra il tira e molla delle giustificazioni e dei desideri. Ed è quello che se da un lato un sistema proporzionale pieno, con tutto il suo  sbarramento più o meno alto, favorisce una totale libertà di associarsi e facilita sulla linea di partenza la formazione di più soggetti politici, il rovescio della medaglia consiste proprio nel facilitare questo malinteso pluralismo politico-partitico, frantumando l’offerta in partiti, partitini, liste, movimenti, ecc. con annessi leader, creando alla fine solo confusioni e disorientamenti nell’elettorato.

 

Una buona democrazia partecipata ha bisogno di partiti seri e robusti. Anche se pochi. Parliamo di partiti a difesa dei diritti umani e sociali, e non di quelli a difesa dei diritti civili, individuali e corporativi. Sta di fatto che il proporzionale rischia di indebolire ulteriormente la democrazia, sino a polverizzarla in decine di rivoli insignificanti a misura di leader. Così vale, nello stesso tempo, la ricerca di quel bene comune continuamente evocato, che ci dovrebbe trovare “…tutti sulla stessa barcasulla quale per i “…cambiamenti d’epoca” che viviamo dovremmo remare il piu possibile “…tutti insieme”, per dirla con l’utopia  di Bergoglio.

 

Prendiamone atto senza girarci attorno. Il partito politico robusto,  con la sua specifica  identità culturale, con le sue idee e i suoi valori, con i suoi giornali quotidiani, con le sue sezioni territoriali,  incontri e convegni,  con le sue scuole di formazione, non c’è più. Appartiene al Novecento. Oggi si vota senza appartenenza. A seconda degli umori. E il partito si è personalizzato, essendo nelle mani di un leader. Solitario persuasore non più occulto, il leader è palese e ben visibile grazie ai social, alla Tv, ai giornali, alle sue conferenze stampa, alle sue passeggiate nei mercati, nelle piazze e sulle spiagge. Un leader in rapporto diretto con l’elettorato e senza partito alle spalle, come d’altronde  aveva previsto Bernard Manin con la sua “Democrazia del pubblico”.

 

E oltre a essersi personalizato, si è moltiplicato a dismisura contro ogni più ragionevole previsione. Pur di fronte al Rosatellum, tra gruppi misti e parlamentari sono oggi presenti nel nostro Parlamento ben 38 diverse identità di soggetti politici, con altrettanti leader autonomi, tra loro nemici e slegati l’uno dall’altro: 7 partiti maggiori e 31 tra partiti minori e gruppi parlamentari, componenti politiche  del gruppo misto od altro.

 

C’è dunque una distorta e spesso interessata interpretazione sui rischi del pluralismo e della  democrazia politica pluralista, sottintesi da una legge proporzionale. È stato il parco Benigno Zaccagnini che nel lontano 1976 con un articolo su “La Stampa” aveva avvertito che il “pluralismo…non ignora i pericoli della disgregazione e delle tentazioni centrifughe…”, dando per scontate le “...condizioni permanenti di conflittualità” che crea il pluralismo  dei partiti. Per un politico di razza innamorato  e sino in fondo convinto difensore del pluralismo sociale e culturale, e della democrazia pluralista, ci sarebbe poco da aggiungere.

 

Riemerge il centro politico

Non è finita. Perché ad arricchire lo scenario del proporzionale, riemerge  con forza una  vecchia categoria politica che pensavamo consegnata ai libri di storia. Buona e utile per il secondo dopoguerra italiano. Quando si fronteggiavano una sinistra comunista con lo sguardo rivolto a Mosca, e una destra postfascista con lo sguardo rivolto al passato e  tesa a conservare la tradizione.

Mi riferisco al cosiddetto centro politico e partitico che in molti aggrappandosi, chissà perché, a  Mattarella e Draghi, ritengono possa oggi rinascere e fare la sua parte rimanendo nel mezzo delle spinte eversive della cosiddetta destra e della cosiddetta sinistra italiane. Se è ancora  giustificato individuare una destra e una sinistra radicalmente opposti, senza tener conto che oggi  significano cose completamente  diverse dal passato, allora è anche giustificato individuare e sperare in un centro politico in grado di mediare posizioni cosi estreme e alternative.

 

Il dubbio aumenta quando le trasformazioni epocali già alle nostre spalle e in corso d’opera, gestite da un capitalismo finanziario libero da qualunque vincolo statale,  richiederebbero una piu convinta e solidale unità di risposte, con un avvicinamento di posizioni discordanti. Diciamo allora che questo centro è stato nel passato interpretato bene da una Dc con lo sguardo rivolto al futuro, che aveva a disposizione un ceto medio e una borghesia consegnatagli dal primo Novecento. E poteva contare su un moderatismo sociale e culturale diffuso, frutto di retaggi familiari educativi e religiosi fortemente presenti in quegli anni di speranzosa  ricostruzione. Un ceto moderato corretto e equilibrato sin nelle classi popolari, a prescindere dalle fasce di reddito, ma oggi con i nuovi poveri, le movide, il bullismo, i figli con le valigie pronte, la disoccupazione, i licenziamenti da delocalizzazioni, completamente scomparso.

 

E si ripropone un centro cattolico…moderato

Una ultima considerazione legata al proporzionale mi sia consentita. Anche perché è sollecitata da ripetute proposte, per la verità smorzate e affievolite negli ultimi mesi a causa forse della forte concorrenza di auspicabili e inediti centri laici. Alludo al partito di centro cattolico. Che è spesso accompagnato dall’aggettivo moderato anche quando viene identificato con la storica eredità cattolico democratica e popolare, che a ben vedere  di moderatismo politico, in termini di idee e proposte, aveva ben poco. L’unico moderatismo presente in questa storica cultura politica della sinistra democristiana, era quello del comportamento tranquillo, sobrio e pacato dei suoi rappresentanti. Mattarella docet! Le tentazioni della legge proporzionale coinvolgono dunque anche questa nobile tradizione politica.

 

La quale sentendo ormai da tempo il canto del cigno, si affida e punta tutte le sue carte di ricomposizione, proprio sulla legge proporzionale. E con tanta imprudente fretta su quel 40/50% di non votanti, e su una non defiita classe media, salita nel frattempo sul “discensore”. Ecco, ho sempre seguito con interesse questa iniziativa, ma anche  con tanti dubbi. Mi ha costantemente accompagnato e sorpreso, infatti, la totale assenza di analisi sul contesto sociologico e culturale – direi storico – destinato ad accogliere e sviluppare una tale  proposta.

 

E stato don Luigi Sturzo a consigliare alla politica e ai politici,  prima di avviare  qualunque iniziativa,  di indirizzare lo sguardo verso la base sociale e verso la società reale. L’impressione è sempre stata quella, invece, che le idee e le proposte circolassero solo all’interno di una elite di persone spesso impegnate in un associazionismo territoriale di qualità, ma frammentato e isolato. Senza neanche la voglia di mettersi insieme e incontrarsi almeno un paio di volte l’anno in un Forum, un Convegno, un Dibattito, una Conferenza, una Fondazione. Oggi con le chiese chiuse, i sacerdoti introvabili e la crisi dei Seminari, e poi con i matrimoni religiosi in forte calo, la denatalità in salita e la famiglia tradizionale dileguata, parlare di  secolarizzazione è come parlare di un fenomeno scontato.

Non solo, ma la forte crisi dello storico associazionismo cattolico che preparava i giovani cristiani all’impegno sociale e politico  – Fuci, Ac, Scout, – mi porta a pensare che la sottovalutazione del prepolitico e della formazione,  non porti molto lontano. Accontentando solo coloro che pensano che un progetto come questo si possa realizzare solo con anziani, e lontani da una base sociale e culturale. Insomma, lontani da una domanda elettorale. Partito o non partito cattolico, centro o non centro cattolico, bisognerebbe seguire l’esempio della Chiesa immaginando una sorta di ‘Sinodo’ laico-politico: incontrarsi, camminare insieme, dialogare insieme, per leggere insieme i segni dei nuovi tempi.