Il reddito di cittadinanza non è la soluzione

Si tratta, pertanto, di un sistema che baratta reddito in cambio di esclusione sociale

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Secondo l’Istat, in Italia nel 2017, 1 milione e 778 mila famiglie vivono in una condizione di povertà assoluta, denunciando una situazione dove trovare soluzioni alla disoccupazione strutturale diviene sempre più complicato. A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati.

Vi è quindi un rapporto molto stretto tra povertà e lavoro.
Un rapporto che la “rivoluzione keynesiana” risolveva attraverso la necessità dell’intervento pubblico statale nell’economia, con misure di politica di bilancio e monetaria, per garantire la piena occupazione nel sistema capitalista.

Ma questa non è la sola proposta di risoluzione della problematica dicotomia lavoro – povertà.

Un’altra scuola di pensiero si basa su quello che oggi definiamo reddito di cittadinanza.

Una proposta che non prevede una collocazione nel mondo del lavoro per uscire dalla condizione di povertà e che, soprattutto, non prevede, per quei milioni di disoccupati, nessun tipo di orientamento, inserimento e formazione rispetto alle esigenze del mercato.

Insomma, una proposta di soccorso che rimanda il problema a data da destinarsi, così come sancito anche dai primi pensatori che ne hanno sviluppato l’idea.

Pubblicata per la prima volta in un libello del 1795 “La Giustizia Agraria di Thomas Paine”, nel quale l’autore proponeva, al fine di risolvere il problema della povertà dilagante in Francia, la creazione di una tassa di accesso alla proprietà fondiaria con la quale costituire un fondo da ripartire equamente tra tutti i cittadini.

Questa teoria si è evoluta negli anni e ha potuto contare sull’apporto di Milton Friedman e Juliet Rhys-Williams, che hanno proposto un sistema basato su un’imposta negativa e sulla proposta avanzata da James Meade con il suo dividendo sociale.

Tutte proposte, così come chiarito in quella di James Meade, che prevedono un beneficio pubblico indipendente dal contributo lavorativo personale ed uguale per tutti i cittadini con reddito basso, così come nell’accezione proposta dal nuovo Governo.

Insomma un sussidio stabilmente concesso, a meno che non si trovi un nuovo lavoro; si tratta, pertanto, di un sistema che baratta reddito in cambio di esclusione sociale, proprio perché è il lavoro il motore che regola i ritmi e i luoghi dell’esistenza dell’uomo, regola il suo tempo, le sue possibilità, la sua realizzazione, la sua dignità.

Uno Stato di diritto dovrebbe, quantomeno, comportarsi come un buon padre di famiglia e non tentare di risolvere annosi problemi nazionali a colpi di consenso.

Una soluzione strutturale del problema richiede anche iniziative che facilitino l’incontro tra il capitale umano in uscita dal sistema dell’istruzione e le effettive necessità del sistema economico.

E’ inutile, quindi, eliminare il numero chiuso a medicina, se poi gli ospedali non possono accogliere tutti i laureati.

È necessario pensare ad un piano che preveda una grande alleanza tra pubblico e privato, che inserisca tra le priorità dell’agenda del Paese la realizzazione di riforme strutturali a supporto della transizione dalla scuola al lavoro e non pensare a misure assistenzialiste che non portano a nulla.