Nel mondo della rappresentanza «riformista» del lavoro – sostiene in conclusione l’autore rifacendosi ad Albert Hirschman – ci sono sempre antiche eredità corporative e particolaristiche da superare e nuove esigenze da soddisfare, nuove aspirazioni cui corrispondere con misura e buon senso per incidere significativamente, senza farsi travolgere dai cicli della storia, sul proprio tempo storico e oltre la quotidianità.

Aldo Carera

Albert Hirschman affermava che «in ogni condizione c’è una riforma possibile». Secondo l’illustre economista di Harvard ogni processo di sviluppo suppone strette relazioni cicliche tra la razionalità dei comportamenti individuali e le passioni suscitate dall’agire sociale. Nel loro alternarsi, successi e fallimenti mettono alla prova l’elasticità e l’apertura mentale, l’attitudine a concentrarsi sulla possibile soluzione di problemi, piuttosto che a far prevalere gli schieramenti e le tradizioni di appartenenza. Così inteso, il concetto di riformismo conferma la sua originaria venatura polisemica anche nella pur ristretta accezione sindacale (dunque in chiave Cisl), fatte salve le sostanziali differenze delle sue manifestazioni nel caso delle rappresentanze del lavoro, delle aggregazioni politiche o di ogni altra più generica espressione no profit.

In realtà il termine, utilizzato per la prima volta in un dibattito sul tema, ancor oggi implica il nesso tra ordinamento giuridico, azione politica e trasformazioni sociali. Nel dibattito politico il riformismo può dunque apparire come un’in- distinta configurazione che include il paternalismo statalista alla Bismarck, qualche sua formulazione liberale, piuttosto che le istanze di trasformazione dall’interno del capitalismo secondo la più diffusa accezione socialista.

Per quanto brillante e seducente, quest’ultima, come tutte le formulazioni teoriche, è esposta alla caducità indotta dal- le turbolenze dei processi di trasformazione propri della società contemporanea. Interferenze che investono ogni forma stabilmente organizzata di convivenza umana e modificano gli elementi che l’hanno fatta nascere, crescere, evolvere o invecchiare. All’eventuale obsolescenza della componente ideologica fortunatamente non è detto corrisponda il tramonto delle visioni, delle idee e dei valori riformistici alimentati alla fonte inesauribile della natura dell’uomo.

La prassi riformista suppone che i valori siano iscritti nella coscienza individuale e vengano prima della libera organizzazione della società. Per differenziarsi dalle derive estreme del neoliberismo e dai massimalismi ideologici, il riformismo dispone di un accostamento comunitario alla contemporaneità, fondato su una comprensione personalistica delle diverse manifestazioni dei rapporti tra libertà e democrazia, individuo e società, legalità e solidarietà, istituzioni e sussidiarietà. La pluralità delle sue possibili declinazioni, all’interno di una medesima organizzazione, consente di avvalersi dello scambio culturale e di esperienze che ne ampliano gli orizzonti identitari.

Aldo Carera, Presidente della Fondazione Giulio Pastore e docente presso il Dipartimento di Storia dell’economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

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