Il “romanzo popolare” della corsa al Colle e note sparse sui possibili sviluppi della vita democratica del Paese.

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Nei prossimi dodici mesi, molto della politica nazionale (ed internazionale dell’Italia) continuerà a ruotare intorno alla figura e al ruolo istituzionale di Draghi. Egli però ha perso molto della sua terzietà. Ecco perché è auspicabile che Mattarella continui ancora a lungo ad essere il vero punto di riferimento del Paese.

A quarantotto ore dalla rielezione di Mattarella, già molto è stato scritto sulla stampa nazionale ed internazionale e discusso in occasione dei numerosi talk-show, che si sono susseguiti sulle varie reti televisive, pubbliche e private. Altro presumibilmente verrà fuori nei prossimi giorni (affievolito dai gorgheggi sanremesi). Sicuramente, come spesso succede, alcuni particolari resteranno sconosciuti per volontà dei diretti interessati.

Ciò detto, un comune cittadino, che abbia seguito con attenzione il susseguirsi degli eventi, potrebbe provare a ricostruire la vicenda, colmandone con un po’ di logica e immaginazione le apparenti lacune e disegnare possibili futuri scenari.

Si parte da un assunto: Draghi era sicuro della propria elezione. Lo dimostrerebbe il modo dimesso, con cui aveva gestito gli ultimi due mesi di governo (rinvio “sine die” dell’esame di importanti dossier), e arrogante (brusca interruzione del dialogo con i sindacati e imposizione di una finanziaria presentata “in articulo mortis” senza dare praticamente modo al Parlamento di discuterla). Lo rivela, soprattutto, il comportamento tenuto nella conferenza stampa prenatalizia, durante la quale l’ex-banchiere avanzava la propria candidatura (a dispetto di una prassi consolidata, che non lo prevede), ricorrendo anche ad immagini paternalistiche irrituali (“il nonno degli italiani”), che di fatto ribadiva pochi giorni dopo con il divieto imposto preventivamente ai giornalisti di porre a lui (ormai, candidato di fatto) quesiti sulla materia (sic!).  

La principale argomentazione era che l’attività del governo fosse giunta a termine e chiunque avrebbe ora potuto assumere il suo incarico: un’ovvia ed inaccettabile esemplificazione della situazione politica, economica e sanitaria del Paese in un momento in cui il numero di contagi e decessi è in costante aumento; i numerosi adempimenti richiesti dalla Commissione Europea sono ancora tutti soltanto sulla carta e recenti decisioni del governo (in particolare, sulla indiscriminata riapertura della scuola) sono state criticate un po’ da tutti (politici, governatori, sindacalisti, giornalisti, altri funzionari pubblici, scienziati, medici ecc.). 

In altri termini, il Premier si dichiarava disponibile ad insediarsi al Quirinale e a lasciare il Paese in condizioni simili a quelle in cui lo aveva trovato dieci mesi prima, riportando peraltro sul tavolo il grosso problema della formazione di un governo di unità nazionale, di cui fin dall’inizio egli era stato indicato come unico insostituibile collante! 

Ma non è tutto. In prospettiva, si profilava anche la possibilità (lasciata trapelare da un politico di caratura, notoriamente a lui vicino da vecchia data) che egli designasse un proprio fiduciario alla guida del governo per orientarne dal Quirinale la politica, trasformando di fatto il sistema parlamentare vigente in presidenziale!          

Probabilmente la sua smisurata (seppur legittima) ambizione era stata alimentata anche dalle intermittenti voci, nazionali ed internazionali, che si rincorrevano già da molto prima che fosse chiamato alla Presidenza del Consiglio, e (non da escludere) da qualche non troppo velata promessa fattagli proprio in quella occasione. In altri termini, il notevole curriculum professionale, la personale trattazione di prioritari dossier economici europei, la familiarità con la quale tratta (ricambiato) capi di stato e di governo, il consenso ricevuto dai circoli finanziari internazionali da lui a vario titolo frequentati “ab immemorabili” debbono aver esaltato il suo Ego, trasformandolo in Super Ego. Non a caso, molti lo definiscono… Super Mario. 

Il suo atteggiamento, a volte ondivago a volte reticente, ma sempre comunque “ex cathedra” non deve, in ultima analisi, aver migliorato la sua immagine agli occhi delle principali forze politiche, rafforzando il dubbio se valesse la pena essere “espropriati” dalla poltrona quirinalizia da un seppur titolato “estraneo” alla politica nazionale in grado di commissariarli per un settennio. Stessa impressione deve aver suscitato nelle centinaia di parlamentari timorosi, in particolare, che un suo trasferimento sul Colle avrebbe potuto costituire un passo decisivo per il temuto anticipato ritorno alle urne (con relativa perdita di privilegi ed appannaggi economici).

Questi precedenti hanno sicuramente molto condizionato il teatrino delle consultazioni apertosi con l’inizio delle votazioni, che ha visto la maggioranza delle forze politiche e parlamentari schierarsi contro un improvvisato “partito di Draghi”, costituito da pochi ma strenui fedelissimi, dell’ultima ora e di varia estrazione, animati da altrettante svariate aspirazioni. 

Questo confronto – come ha subito acutamente osservato un autorevole senatore – ha reso molto più difficile la designazione del Presidente della Repubblica, nel senso che nessuna delle due parti contrapposte era disposta ad accettare una sconfitta. Paradossalmente, la candidatura di Draghi, personaggio definito stabilizzatore della politica italiana, si è rivelato nella circostanza un “fattore destabilizzante”.

Eppure, candidati all’altezza non sono mancati. Tali possono definirsi politici di lungo corso come Amato, appena eletto Presidente della Corte Costituzionale, e Casini, parlamentare da quaranta anni e profondo conoscitore della politica nazionale e dei poteri istituzionali. Anche autorevoli candidate femminili (sempre tanto auspicate dalla politica e dall’opinione pubblica) erano in pista: Belloni, Cartabia e Severino. Tutte unanimemente giudicate idonee a ricoprire con pieno merito quella carica. I primi, evidentemente, potevano rivelarsi interlocutori troppo scomodi per un premier desideroso di prevalere sempre sugli altri. Le seconde ritenute (probabilmente anche dallo stesso Super Mario) non all’altezza del compito e sicuramente molto meno di lui.

Si ha la netta sensazione che qualcosa e/o qualcuno deve essere pesantemente intervenuto per scartare tutti e tutte loro nelle ultime frenetiche ore che hanno preceduto la decisione finale.

Contemporaneamente (e stranamente), i circoli finanziari internazionali che, fino a quel momento, avevano operato per sostenere dietro le quinte a mezzo stampa l’aperta ambizione quirinalizia del loro favorito, vista l’impossibilità di ottenerla, hanno improvvisamente sostenuto la sua permanenza a Palazzo Chigi (da loro, in realtà, sempre auspicata).  

I numerosissimi parlamentari timorosi che lo sterile gioco di veti e contro veti in corso rischiasse di portare il paese a nuove elezioni hanno poi favorito la rielezione di Mattarella, cominciando, prima timidamente e poi con maggiore decisione, a votarlo in aula. Con questa decisione, essi hanno richiamato i loro capi alla realtà ossia che né il supertecnico Draghi né un possibile antagonista avrebbe potuto essere eletto. Il messaggio è stato colto al volo dai contendenti ormai stremati e alla disperata ricerca di un paracadute in grado di attutire un indesiderato brusco atterraggio, ossia il ritorno alla cruda realtà rappresentata dall’impossibilità di prevalere.

A questo punto, la conferma di Mattarella poteva considerarsi un sostanziale pareggio nella dura contesa accettabile da tutti. Insomma, i desiderata dei menzionati “peones” hanno partorito una soluzione che, “rebus sic stantibus”, costituiva l’unico sbocco possibile di una situazione fattasi in pochi giorni ingovernabile. In fondo, potrebbe prosaicamente dirsi che la volontà di molti di conservare per altri dodici mesi privilegi e prebende ha fortunatamente coinciso con la conservazione di una formula in grado di mantenere in vita l’originario tandem Mattarella-Draghi, cui continua ad essere affidato il compito di assicurare (almeno nelle intenzioni) stabilità politica al Paese.

Il giorno dopo, tutti i politici che, per un motivo o per l’altro, avevano in maniera unanime auspicato un fisiologico avvicendamento al Quirinale, hanno fatto buon viso a cattiva sorte, accettando con giubilo il rinnovo di Mattarella, ma probabilmente già coltivando in petto un forte desiderio di rivincita. Non a caso, tutti loro, in maniera più o meno esplicita, hanno sollecitato i necessari chiarimenti politici all’interno del proprio partito e fra alleati. 

In realtà, da questa prova tutti i leader politici, chi più chi meno, escono sconfitti, avendo dimostrato sul campo una incapacità cronica a gestire i rapporti fra loro stessi nonché, per l’occasione, il necessario ricambio al Colle. Lega e Cinque Stelle per eccessivo movimentismo. Pd per troppa immobilità. Per cui, mentre i primi hanno sfornato a getto continuo liste di nomi senza dare l’impressione di seguire una precisa strategia, ma di agire sempre sull’onda dell’improvvisazione, i secondi si sono arroccati in un esasperante attendismo che non poteva in alcun modo dare un contributo fattivo alla soluzione dell’equazione quirinalizia. Quanto alle minoranze, esse hanno tenuto una condotta ondivaga nel tentativo di indovinare la soluzione finale per farsi trovare allineati e coperti quando fosse maturata e addirittura dare l’impressione di averla favorita.

In queste condizioni, il futuro non si presenta facile.

Nei prossimi dodici mesi, molto della politica nazionale (ed internazionale dell’Italia) continuerà a ruotare intorno alla figura e al ruolo istituzionale di Draghi soprattutto perché la terzietà e l’apoliticità del Premier potrebbero in prosieguo di tempo vacillare quando sarà chiamato ad adottare provvedimenti di natura economica (e non solo) nel bel mezzo di una campagna elettorale che si preannuncia rovente. Del resto, l’improvviso altalenante misterioso diniego alla elezione di alcuni solidi candidati al Quirinale, come pure la discreta ma accertata assidua opera sotto traccia dell’ex-banchiere per prevalere durante i negoziati, nonché la filiazione politica dei suoi sostenitori quirinalizi hanno già messo in luce qualche suo orientamento, destinato ad alimentare sempre più, con l’avvicinarsi delle elezioni, un avvelenato clima di sospetti. Tutto questo potrebbe indebolire la sua figura nella consapevolezza che il ruolo di arbitro a lui affidato è destinato a perdere di autorevolezza nel momento stesso che i partiti politici lo percepiscano come giocatore occulto.

Ecco perché è auspicabile che Mattarella – cui è riconosciuta saggezza politica, indiscussa integrità morale e capacità impareggiabile di interpretare il proprio ruolo istituzionale – continui ancora a lungo ad essere il vero punto di riferimento cui ancorare la speranza del Paese di superare la difficile congiuntura ed affrontare con ottimismo le difficili prove che ci attendono.  

 

Giorgio Radicati, Scrittore e saggista, già Ambasciatore.