Il ruolo della diplomazia popolare. L’Italia può dispiegare iniziative che nascano dal basso, mirando ad aprire spazi di pace.

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La diplomazia popolare è un’azione esercitata da soggetti non governativi in dialogo con altri soggetti non governativi per influenzare i governi, con lo scopo di ridurre o terminare i conflitti. Il mondo non si spiega solo con gli Stati

 

Giorgio La Pira andò in Russia, in Vietnam, in Usa, in Cile come sindaco di Firenze. Firenze è ancora gemellata con Kiev. Più un fatto profetico che politico, si dirà. Vero. Ma noi rivendichiamo il fatto che la politica abbia bisogno di profezia, anche nei tempi apparentemente tranquilli, senza conflitti. Quando i tempi e i problemi diventano di colpo urgenti – e le persone muoiono uccise e gli Stati sono invasi – i gesti da compiere si scelgono con sapienza, con la sapienza della realtà, con concretezza, secondo l’etica della responsabilità, a difesa della vita delle persone e del diritto. Alcuni gesti saranno dunque obbligati, altri bisognerà inventarli, aprendo più strade possibili per conseguire lo stesso obiettivo, ossia la pace. Le strade più piccole potrebbero improvvisamente assumere un valore politico più grande. Tra queste strade vie è anche quella della diplomazia popolare.

La diplomazia popolare è una pratica, è un’azione esercitata da soggetti non governativi in dialogo con altri soggetti non governativi per influenzare i governi, con lo scopo di ridurre o terminare i conflitti. Il mondo non si spiega solo con gli Stati. Gli Stati devono comunque fare i conti con i cittadini più o meno organizzati. L’Italia è costituita da migliaia di corpi intermedi – a partire dai Comuni e dalle associazioni – che intrattengono relazioni nazionali, internazionali e transcontinentali. Lo stesso vale per molti altri Paesi. Alcune relazioni tra i soggetti non governativi sono intermittenti, altre temporanee, altre ancora strutturate: ma ci sono, esistono, dialogano, creano interessi comuni, valori condivisi. Ci sono gemellaggi, collaborazioni universitarie – peraltro la parola università dice di una vocazione chiara perfino eccedente il mondo – reti associative formali e informali, luoghi dove le Ong siedono presso organismi internazionali dando vita a “conferenze parallele”, contatti e interessi condivisi. Ci sono le imprese, che saranno anche un altro “paio di maniche” ma pur sempre di grande rilievo internazionale, globale. Ci sono le chiese e le religioni, dove il dialogo più sincero è anche intessuto di preghiera. Insomma, una matassa di fili che si intersecano, si incontrano, si mischiano, si snodano e che – se la corrente che passa è quella della pace – possono fornire una straordinaria (nel vero senso della parola, cioè fuori dall’ordinario) energia politica. Giovanni Bianchi, grande presidente delle Acli, ci ha sempre creduto. D’altra parte noi non viviamo in un mondo ordinato dove basta il dialogo tra gli Stati, viviamo in un mondo dinamico e imprevedibile dove il potere è poliarchico, complesso, nascosto, distribuito su migliaia di soggetti di diversa specie.

La diplomazia popolare usa il cosiddetto soft power sociale, culturale, economico per influire sulle scelte di politica internazionale: può dunque ben affiancare il lavoro della diplomazia ufficiale mobilitando molti altri interlocutori. Non è un errore pensare ad un vero e proprio affiancamento. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ci suggerisce che sono le persone e i popoli i soggetti originari del diritto, ancor prima degli Stati. Gli Stati devono solo riconoscere i soggetti così come riconoscono i diritti. Ma non tocca agli Stati a far nascere i diritti: agli Stati tocca solo il riconoscerli. Per questo una diplomazia popolare ha legittimità. Potremmo dire che ha una legittimità non inferiore alla diplomazia ufficiale. Se avrà anche efficacia, lo vedremo. E allora, perché non servirsene? Amnesty International o la Comunità di Sant’Egidio, per esempio, hanno dimostrato che sono buone strade. Perché non attivare le migliaia di reti che innervano il corpo internazionale? In fondo la radice del potere è la relazione: saranno anche relazioni di potere, ma pur sempre di relazioni si tratta, e quindi soggette ad essere influenzate.

Nessuna neutralità, nessuna equidistanza, come dice Liliana Segre, siamo dalla parte della democrazia e vogliamo che la parte diventi il tutto. Noi non possiamo accettare un mondo senza libertà e giustizia, senza quei valori che il presidente Mattarella ha espressamente richiamato al congresso dell’Anpi. La posta in gioco è la democrazia e i diritti in uno scenario internazionale che con fatica si costruisce incessantemente dal 1945 in avanti e che dobbiamo difendere, custodire e ampliare per evitare che i conflitti siano regolati schiacciando un grilletto o un bottone, invadendo degli Stati sovrani, lanciando droni sulle scuole, aumentando costantemente il bilancio delle spese militari (a proposito, a quando l’esercito europeo? Non è questa la buona occasione?). La pace si costruisce con la democrazia. La democrazia è un bene da difendere. Putin sta minacciando un bene prezioso.

Karl von Clausewitz sosteneva che la guerra fosse la continuazione della politica con altri mezzi. Non credo proprio. La guerra c’è, è una realtà e una volontà: non confondiamola sempre con le insufficienze della politica. Però è vero il pensiero per cui la politica può bloccare o rallentare la spirale negativa della guerra, perché non si sa mai cosa può accadere in una guerra, può percorrere la pace. Oltre a quanto si sta facendo, si possono tentare più strade.

 

Roberto Rossini, sociologo, è stato Presidente delle ACLI.