Il tempo non è galantuomo con Zingaretti

Dove voglia andare Zingaretti, non è affatto chiaro.

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Guardare dentro il Pd significa scrutare i segni di ricostruzione di una politica alternativa al governo giallo-verde. Il neo-Segretario, ieri formalmente insediato davanti all’Assemblea nazionale, ha voluto lanciare un messaggio di rottura verso la gestione degli ultimi anni. “Serve un nuovo partito – ha detto -, il nuovo Pd. Forse dovrà cambiare tutto”. Con questo impegno inizia una fase nuova, ma tuttora imprecisata.

Dove voglia andare Zingaretti, non è affatto chiaro. Da un lato, chiuso il capitolo del renzismo, enuncia la preferenza per un governo collegiale del partito; dall’altro, forte di una investitura garantita massicciamente dal voto nelle primarie, non può sottrarsi all’esercizio di una leadership non esente da “decisionismo leaderistico”. L’entusiasmo  registrato in sala, con il migliaio e passa di neo-eletti al parlamentino dem, manifesta il valore di un chiaro affidamento. Zingaretti, in un certo senso, ha carta bianca.

Sì, ma per fare cosa? A parte l’enfasi sul partito aperto e la condanna dell’operato di governo, le linee di programma di una nuova opposizione restano ancora imprecisate. Si possono cogliere solo alcuni scampoli del percorso immaginato dal neo-Segretario. Certamente, una volta dichiarata l’indisponibilità a promuovere alle Camere un possibile ribaltone, agognando semmai la strada del ricorso anticipato alle urne, l’immagine del Pd è destinata fatalmente a colorarsi di annunci funzionali allo scontro elettorale. Non a caso, la relazione di ieri ha sorvolato sulla strategia da adottare in merito al risanamento delle finanza pubblica – anzi ha proposto di spendere 10 miliardi per scuola e sanità senza individuare coperture adeguate – e al rilancio produttivo del Paese. Per adesso le parole d’ordine suonano tranquillizzanti, come se l’Italia potesse uscire dalla crisi con la somministrazione di farmaci anti-stress e con l’agitazione di temi funzionali alla raccolta del consenso elettorale.

Quel che emerge, in ogni caso, è il diverso approccio in materia di alleanze. La stagione del partito a vocazione maggioritaria è archiviata senza rimpianto. Zingaretti intende rivolgersi al civismo, alle componenti liberali, anche alle forze conservatrici, purché sane; intende cioè forgiare nel dialogo allargato una coalizione capace di tornare a competere, e possibilmente a vincere. Non si esce, tuttavia, dal labirinto degli auspici e delle buone speranze. Manca, in altri termini, un’analisi vera della rottura intervenuta il 4 marzo dello scorso anno. Sembra che la stella polare sia la ricostruzione della sinistra, con qualche orpello ai lati, giusto per  aggraziare l’arredo socialdemocratico offerto dal Pd.

Sì può desumere che la realtà s’incarichi, più in fretta di quanto sia oggi prevedibile, di mettere alla stanga il gruppo dirigente raccolto attorno a Zingaretti, obbligandolo a definire una proposta più concreta e incisiva. L’imminenza delle elezioni europee, in concomitanza con quelle amministrative, rende più stringente questa  facile predizione. Illudersi che la luna di miele duri a lungo potrebbe costare molto caro al segretario appena eletto. Il tempo, con lui, non è galantuomo.