IL TERZO POLO NON È UN PARTITO REPUBBLICANO DI MASSA.

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Se il partito dovesse rispondere alla scommessa che ha lanciato nella cittadella politica italiana riproponendo solo laspetto liberale, liberista e repubblicano sarebbe francamente una cocente delusione.

 

Giorgio Merlo

 

È indubbio che tra le – poche – novità del risultato elettorale del 25 settembre non possiamo non annoverare il dato politico del cosiddetto “terzo polo” di Renzi e di Calenda. Certo, non si è raggiunto quel traguardo che alcuni hanno auspicato prima del responso delle urne, cioè un risultato a doppia cifra. Ma è indubbio che quasi l’8% dei consensi a livello nazionale – con punte alte in Piemonte, Lombardia e Veneto che rasentano o superano il 10% a cui, va pur detto, si registra una profonda delusione in molte regioni del Sud – rappresenta un dato significativo e di tutto rispetto. Soprattutto per come è stato pianificato il progetto politico, quasi in “zona Cesarini”, come si suol dire, e mettendo insieme due partiti che sino a qualche giorno prima erano avversari se non addirittura conflittuali.

 

Ora, per restare sempre sul futuro e sulla prospettiva politica di questo partito non possiamo non evidenziare due elementi, seppur in attesa che decolli la “fase costituente”. Innanzitutto si tratta di un partito – di centro e che dovrebbe declinare una politica di centro, come quasi tutti auspicano e perseguono – che non può trasformarsi in una sorta di “partito repubblicano di massa” come ricordava recentemente sulle colonne di Repubblica Stefano Folli. Se il partito dovesse rispondere alla scommessa che ha lanciato nella cittadella politica italiana riproponendo solo l’aspetto liberale, liberista e repubblicano sarebbe francamente una cocente delusione. Un aspetto importante, sicuramente, ma fortemente limitativo rispetto ad un profilo che necessita di altri apporti politici e culturali. A cominciare, come dice talvolta lo stesso Calenda, dalla cultura popolare. È del tutto evidente che l’apporto popolare – e aggiungo io cattolico popolare e cattolico sociale – non può essere pianificato e gestito da chi è perfettamente esterno ed estraneo a quella cultura e a quella tradizione ideale. Su questo versante si misurerà anche l’apertura – reale e non solo virtuale – del futuro partito di centro.

 

In secondo luogo il partito, oltre ad essere un luogo democratico e collegiale, non potrà che essere fortemente e significativamente “plurale”. E cioè, un soggetto riformista e con una spiccata cultura di governo ma che sia autenticamente plurale, cioè caratterizzato dall’apporto di più culture riformiste e costituzionali. Non a caso, qualcuno parla – e giustamente – di una sorta di “Margherita 2.0”. Almeno, e come ovvio, sotto il profilo del metodo prima ancora che del merito. Ovvero, un soggetto riformista, di governo, democratico e culturalmente plurale al suo interno.

 

Se così sarà, il rischio che il “terzo polo” si trasformi in un “partito repubblicano di massa” sarebbe del tutto scongiurato. Se così non fosse questa importante e significativa scommessa politica ne uscirebbe fortemente ridimensionata se non addirittura sminuita. Tutto dipende – esclusivamente – dalle scelte politiche concrete che si faranno nei prossimi mesi.