Il testimone della città dei morti. Un ricordo dello scrittore italo-sloveno Boris Pahor (L’Osservatore Romano)

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  1. È stato più volte candidato al Nobel per la Letteratura. Tra le sue molte patrie, la più amata è stata probabilmente la patria immateriale della scrittura. Riportiamo per gentile concessione l’articolo apparso nella edizione del 30 maggio 2022 dell’Osservatore Romano.

Silvia Guidi

Antifragile. Pensando alla lunga, lunghissima vita (per poco non ha raggiunto i 110 anni) dello scrittore Boris Pahor viene in mente una categoria messa a fuoco dal filosofo Nassim Nicholas Taleb, talmente celebre da essere stata soprannominata il darwinismo del ventunesimo secolo: l’antifragilità. Ovvero quella forza che trae la sua energia, paradossalmente, da ogni singola ferita subita. Quella tenacia che sgorga proprio da quello che sembrerebbe, apparentemente sottrarre energia, ma innesca risorse inaspettate e imprevedibili; una misteriosa sorgente interiore che invita, anzi, quasi costringe a ripartire dopo ogni colpo basso della sorte. E di colpi bassi, di ferite profonde, di traumi insanabili ne ha ricevuti tanti, Pahor, nella sua postazione di frontiera e di confine, in senso geografico e metafisico, perseguitato dal fascismo perché troppo sloveno, attaccato dai seguaci di Tito perché non fedele alla linea dettata dal partito, costretto, giovane soldato, a combattere in Libia una guerra insensata, deportato dai nazisti in cinque campi di concentramento diversi (da Natzweiler a Dachau, da Dora a Harzungen, fino ad approdare a Bergen Belsen) vittima e testimone di tutti i peggiori totalitarismi del Novecento.

E del peggio di cui un essere umano può essere capace, dietro al paravento di una confortevole ideologia formalizzata dal potere di turno, al riparo di una comunità compatta in cui diluire (o meglio, illudersi di diluire) la propria responsabilità personale e disfarsi, di fatto, del proprio libero arbitrio.

Pahor è morto lunedì 30 maggio, sulle alture della sua Trieste, città di mare e capitale della mitteleuropa, snodo di molte, complicate frontiere, visibili e invisibili, storiche e culturali insieme.

A Trieste Boris Pahor era nato nel 1913, quando la città era ancora parte dell’impero austroungarico, attraversando il contagio dell’influenza spagnola (che lo colpì insieme a tutta la sua famiglia) e l’ inutile strage della prima guerra mondiale. Ancora bambino, fu dolorosamente colpito dal rogo della Casa della cultura slovena, nel luglio del 1920, primo impatto con il mistero del male, preludio ad altri roghi, e altri sistemi di persecuzione, di proporzioni ancora più grandi. Quell’incendio, scoppiato sotto casa, per motivi incomprensibili, gli fece capire che «non basta dire di no, bisogna “fare” di no» come sottolinea la scrittrice americana Flannery O’ Connor, con la consueta incisiva, geniale brevitas. Tre volte no, non a caso, è il titolo di una delle opere più originali di Boris Pahor: no al fascismo, no al nazismo, no al comunismo, un chiaro, deciso “no” a tutto quello che mira a livellare e omologare la preziosa e irripetibile identità di ogni singolo essere umano.

Il soggiorno nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, nel 1944, ha ispirato Necropoli uno dei suoi libri più famosi, approdato in Italia solo nell’ultimo scorcio del secolo breve, trent’anni dopo la sua uscita in Francia, grazie all’interessamento del filosofo Evgen Bavcar.

Negli anni Cinquanta insegnò letteratura slovena e letteratura italiana. Più volte candidato al Nobel per la Letteratura, fino al 1991 ha diretto la rivista «Zaliv» (che significa “golfo”) punto di riferimento per la dissidenza slovena e l’opposizione al regime di Tito in Jugoslavia.

Tra le sue molte patrie, la più amata è stata probabilmente la patria immateriale della scrittura; tra le violenze subite, una delle peggiori è proprio quella di essere privati della propria lingua madre, da bambini.