Il tormento del talento: il nuovo libro di Carlo Zannetti

In un’intervista David Bowie dichiarò che spesso girava il mondo da solo, perché diceva che nessuno lo riconosceva. Aveva un cappello con frontino, un giubbino verde e gli occhiali da sole.

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Da Ella Fitzgerald a Sting, fino ad arrivare a Sinèad O’ Connor, Cher, Adele e David Bowie. Sono solo 36 i ritratti di grandi artisti della musica contenuti nel libro “Il tormento del talento II Pop Star Tribute” (Sovera Edizioni, Roma), scritto dal musicista e scrittore Carlo Zannetti.

Una raccolta di racconti nei quali l’autore ci svela ritratti inediti dei grandi della musica che hanno incrociato la sua vita, da quando appena dodicenne iniziò a sparare alla solitudine imbracciando la sua chitarra acustica con la foto di David Bowie appesa alla parete della sua stanzetta a Bologna.

Ed è proprio dedicato al Duca Bianco l’estratto del capitolo che segue, tratto dal libro “Il tormento del talento 2” di Zannetti:

David Bowie, il Duca Bianco: la fragilità tra gli incubi ed i suoi delfini

“Era un giorno di novembre della fine degli anni ’80. Io, allora, mi trovavo ad essere uno dei tanti giovani che camminava per le strade di Londra alla ricerca di una nuova vita e di una pace interiore mai raggiunta in Italia. La vita mi insegnò solo più tardi, che laserenità non é geografica e che l’insoddisfazione, quando c’è, è una sorta di “bagaglio a mano” che sei costretto a portare in ogni luogo con te. E’ proprio così, dovunque tu sia, il primo incontro prestabilito è sempre quello con te stesso.

Ricordo che ero nei pressi di Oxford Street, quando vidi delle ragazze che correvano verso di me. Sembravano pazze. Io in quel momento sostavo in piedi vicino ad un semaforo e, per raccontarla tutta, essendo a quei tempi molto magro probabilmente assomigliavo al palo di ferro che lo sorreggeva. In contemporanea sopraggiungeva una rumorosa Ferrari nera che precedeva di poco quel gruppo di giovani urlanti e che, dopo qualche metro, si fermò proprio di fronte a me. I suoi occhi incrociarono i miei per un secondo, era lui, era David Bowie. Era davvero bellissimo, quasi sembrava un manichino.

Per sua fortuna il semaforo divenne subito verde, perché stava rischiando di essere raggiunto e quindi di trovarsi qualche ospite non gradito all’interno della sua lussuosa automobile.

Dopo pochi anni, una volta tornato in Italia, andai a suonare in un locale di Venezia per lo più frequentato da ragazzotti in gran parte gondolieri, facchini o trasportatori di laguna, i quali tra una birra e l’altra, spesso si contendevano la possibilità di fare colpo su qualche malcapitata turista straniera. Le proposte erano sempre le stesse e sempre descritte attraverso un inglese maccheronico: gite notturne in motoscafo, oppure in gondola, per vedere le meraviglie della città…

Uno di questi baldi giovani, forse il più tranquillo, mi propose alla fine del mio concertino prettamente targato rock, di seguirlo a casa sua perché doveva per forza raccontarmi una storia pazzesca e farmi vedere un dipinto. Era un gondoliere molto gentile che aveva apprezzato il mio modo di cantare e suonare. Lo seguii e poco dopo mi trovai di fronte ad una parete piena di disegni che raffiguravano persone, animali e cose strane. In un angolo c’era una firma: “David”.

In breve, mi spiegò che David Bowie aveva fatto quel grande disegno, che lui era stato a casa sua, dopo che si erano incontrati casualmente una notte in giro per Venezia. Rimasi esterrefatto quando mi disse che si era seduto proprio dov’ero seduto io. A riprova della veridicità di quanto detto mi fece vedere una foto. Era tutto vero! Ho sempre creduto che qualcosa di noi rimanga nelle cose che tocchiamo e nei luoghi nei quali ci soffermiamo. In quel momento, per la seconda volta, mi ritrovavo molto vicino a David.

In un’intervista David Bowie dichiarò che spesso girava il mondo da solo, perché diceva che nessuno lo riconosceva. Aveva un cappello con frontino, un giubbino verde e gli occhiali da sole.