IL VUOTO È IL NEMICO DELL’OCCIDENTE

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di P. Giulio Albanesi

A proposito di fede e politica…
Non pochi “devoti”accusano il mondo missionario di fare politica contestando il Decreto Sicurezza bis; una posizione non consona, secondo loro, ai dettami della vera fede. Costoro dimenticano che la fede non può prescindere dall’impegno per la Res publica dei popoli!  Papa Francesco, nel documento programmatico del suo pontificato, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, aveva affermato che “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune”(205). Un concetto peraltro ribadito nel recente messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019, che trova la sua fonte d’ispirazione nel magistero di san Paolo VI, il quale espresse la convinzione, il 16 novembre del 1970, durante il suo intervento alle celebrazioni per il 25mo anniversario di fondazione della Fao che “la politica è la forma più alta della carità”. Lo poteva dire perché aveva conosciuto personalmente personaggi della politica italiana del calibro di De Gasperi, Dossetti, La Pira, Aldo Moro, Lazzati e tanti altri che davvero avevano compreso la politica come servizio alla Res publica del Paese. Da allora, dobbiamo prenderne atto, lo scenario nazionale ed internazionale è molto cambiato. E se da una parte è vero che sarebbe illusorio e negligente rimpiangere il passato, dall’altra dobbiamo prendere atto che la nostra è una società globalizzata bisognosa di redenzione.

L’individualismo esasperato regna sovrano, mentre il rigurgito dei nazionalismi e dei populismi contamina le coscienze. Col risultato che l’egoismo nei confronti delle persone emarginate e dei sofferenti diventa paradossalmente un vanto per generare consenso. Ciò che conta per molti, alla prova dei fatti, è spesso l’affermazione del proprio “io” sugli altri, contro ogni forma di alterità. Nei cosiddetti contesti aggregativi dove le relazioni sociali dovrebbero essere all’ordine del giorno, imperversano la confusione, il disordine, le negligenze, l’improvvisazione, le cose mal fatte, le situazioni ambigue e instabili. Occorre, evidentemente, un discernimento profondo, una spiritualità più intensa, un sapere più alto, una capacità di riflettere più vigoroso, un’intelligenza morale che ponga un freno al selvaggio e prorompente interesse di parte. La Chiesa, per vocazione, è chiamata ad essere “sale”, “lievito” promuovendo una rivoluzione culturale che riaffermi il primato della persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio, nel contesto della “Casa Comune” come leggiamo nell’Enciclica Laudato Si’. Papa Bergoglio percepisce la globalizzazione nella logica geometrica del poliedro e non come fosse una sorta di sfera omologante (Cfr. EG 236). L’universalità per lui è convivialità delle differenze. È stato paradigmatico, da questo punto di vista, il suo pellegrinaggio sulla tomba di Don Tonino Bello, del quale ha di fatto consacrato il magistero. È la sublimazione della differenza come grazia, pace e virtù. Non è la Pax Romana del bastone e della spada ma quella della coesistenza armonica della diversità.

Papa Francesco ha benedetto questa impostazione teologico-pastorale, che ripropone culturalmente: i suoi discorsi sono all’insegna dell’integrazione, dell’unità nell’alterità. Valori costitutivi della stessa identità europea. “L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale”, ha affermato in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, nel maggio del 2016. “Il volto dell’Europa – ha sottolineato papa Francesco – non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure”. Come molti osservano nella Vecchia Europa, a seguito soprattutto della crisi dei mercati finanziari e delle purghe imposte da molti governi all’insegna dell’austerity, sono venute meno le sicurezze di tutte le generazioni del dopoguerra, innescando un arretramento della condizione sociale di molti.

Le persone, la nostra gente, anche coloro che si dicono cristiani, hanno paura, sentono di camminare sulle sabbie mobili, riversando la propria rabbia su chi viene indicato come una minaccia prossima: l’immigrato e, in genere, ogni forma di alterità. Nasce da questi stati d’animo, la difficoltà psicologica, ma soprattutto spirituale, di credere nel futuro, di aprirsi ad esso, di cominciare a costruirne uno. Una condizione alla quale ha dato un contributo decisivo il constatare da parte della gente comune, come stessero scomparendo dall’orizzonte del pensiero politico, culturale e religioso dell’Occidente e dalla sua azione concreta, dimensioni, ideali e modalità concrete che non solo ne avevano caratterizzato la secolare esistenza, ma ne avevano altresì assicurato un successo così rilevante. Quel vuoto che, proprio in Europa, da tempo, forze ambiguamente eterogenee hanno riempito con le loro improbabili ricette dalla forte presa emotiva. Sovviene allora, quasi istintivamente, una citazione della scrittrice statunitense Margaret Maron (che peraltro ha vissuto anche in Italia): “Ogni volta che iniziamo a pensare di essere il centro dell’universo, l’universo si gira e dice con un’aria leggermente distratta: “Mi dispiace. Può ripetermi di nuovo il suo nome?”.