In ricordo di Giovanni Galloni

Pubblichiamo l’intervento che il nostro direttore svolgerà oggi pomeriggio a Palazzo Montecitorio (Sala della Lupa) in apertura della commemorazione a più voci di Giovanni Galloni, leader storico della sinistra Dc, recentemente scomparso.

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Pubblichiamo l’intervento che il nostro direttore svolgerà oggi pomeriggio a Palazzo Montecitorio (Sala della Lupa) in apertura della commemorazione a più voci di Giovanni Galloni, leader storico della sinistra Dc, recentemente scomparso.

Credo che l’iniziativa di oggi non possa esaurirsi nella formula angusta del ricordo. In realtà, se ci adagiassimo nella rappresentazione del momento rievocativo, commetteremmo un errore e faremmo un torto alla persona – al dirigente politico e all’amico – che per il suo rigore e la sua intelligenza faceva la differenza. Per alcuni di noi, ragazzi o poco più agli esordi nel mondo della politica, aveva l’aura del maestro.

Giovanni Galloni non è mai stato un uomo del ricordo, anche se l’impegno pubblico lo ha sempre visto attento a ricercare le linee più interne e profonde dei processi politici, con la preoccupazione di non disperdere il patrimonio della tradizione cristiano democratica. Era convinto, infatti, che il futuro avesse bisogno del passato, nel senso che il cattolicesimo politico dimostrava come fosse disposto a ritrovare ciclicamente le sue ragioni e le sue speranze nella fedeltà a un parametro fondamentale: quello del cambiamento nella continuità, dove a prevalere non poteva che essere il cambiamento inteso come abito della “virtù democratica” del credente.

È stato un interprete di raffinata consapevolezza culturale, nell’ottica di questa spinta evolutiva e progressista, del ruolo storico affidato in Italia al partito di ispirazione cristiana. Nella Dc ha combinato ruoli di opposizione e di governo, a seconda delle fasi politiche, ancorando le sua battaglie a una concezione di partito che si esprimeva nella conferma del connotato di forza popolare, democratica e antifascista. Tra i giovani legati a Dossetti poteva vantare una formazione intrecciata alla conoscenza del popolarismo, ponendosi idealmente a cavallo tra gli eredi di Sturzo e la prima sinistra cristiana.

Nella “Base”, corrente post-dossettiana e post-degasperiana, dette dall’inizio alla fine il suo contributo decisivo. In questo ambito, a differenza di Marcora e De Mita, attratti dal dinamismo di Fanfani, tenne a sviluppare un collegamento stretto e fecondo con Moro, fin dal congresso di Firenze del 1959. Spese molte energie, nei difficili anni ‘60, per animare la politica del primo centro-sinistra. A Roma e nel Lazio fu il naturale leader della minoranza, coagulando attorno alla sua figura le posizioni critiche verso il potere andreottiano. D’altronde, appena giunto con la famiglia a Roma, rinunciando alla prospettiva di un radicamento su Milano, dove pure gli si aprivano le strade della guida del partito, divenne il primo segretario di sezione, a Monte Sacro Alto, appartenente alla sinistra democristiana.

Era orgoglioso di ripetere che in occasione di un congresso romano fu a un soffio dalla conquista della segreteria. La città non gli fu indifferente o estranea, pur essendo il suo profilo largamente identificato con le battaglie di politica nazionale. Non per nulla, nel 1982, dopo essersi dimesso dalla Camera dei Deputati, fu candidato al consiglio comunale come capolista della Dc, sfiorando la conquista della carica di Sindaco. Poteva raggiungere l’obiettivo, bloccando la conferma di Petroselli (Pci), qualora avesse accolto uno scambio di potere con il Psi di Craxi.

Non era un uomo di potere, perché assumeva l’azione democratica come sviluppo di un pensiero politico incentrato sui valori di libertà e giustizia sociale. Tuttavia sapeva individuare, all’interno delle procedure e dei vincoli del potere, in un tempo in cui la Dc era “costretta” a identificarsi nella funzione di governo, quali fossero i motivi che ne legittimavano l’esercizio. Avrebbe detto Moro, nel consiglio nazionale del novembre 1968, prendendo nettamente le distanze dalla maggioranza per passare clamorosamente all’opposizione: “Ci deve pur essere, più in fondo, una ragione, un fondamento ideale, una finalità umana per i quali ci si costituisce in potere e il potere si esercita”. A questo impianto moroteo, per il quale politica e morale non sono dissociati, come d’altra parte aveva insegnato Maritain con la sua filosofia dell’anti-machiavellismo, Galloni si mantenne sempre fedele nel corso della sua lunga testimonianza di democratico cristiano.

Capace di assoggettare la complessità delle diverse situazioni politiche, mostrando intuito oltre che potenza argomentativa, giunse a ricoprire le più importanti cariche di partito. Due volte  vice-segretario nazionale, nel 1964 e nel 1975, avrebbe potuto accedere alla guida di Piazza del Gesù se Moro non fosse stato rapito e ucciso dalle Brigate Rosse. In seguito, comunque, fu Ministro della Pubblica Istruzione e Vice-Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Si distinse, in questi ruoli, per l’autorevolezza e il prestigio che sempre qualificano l’uomo di Stato,

Sulla stampa circolava la definizione di “testa più lucida della Dc”, volendo mettere insieme, con ironia garbata, la sua non camuffata calvizie e il suo riconosciuto profilo di “cervello politico”. Tuttavia Galloni non era un intellettuale prestato alla politica, come si usa o si usava abitualmente dire, ma un uomo politico dotato di grande cultura – docente di diritto agrario, autore di saggi densi e problematici, anche oltre i confini della politica in senso stretto, fine commentatore di vicende d’attualità come direttore o animatore di testate giornalistiche – che dispiegava le sue qualità al servizio di una causa democratica e di una visione cristiana del bene comune, nel solco eminentemente della “rivoluzione” operata dal Concilio Vaticano II. Seguire il suo percorso di saggista e (lato sensu) di giornalista – si pensi all’impegno profuso a capo di “Iniziativa democratica”, “La Base”, “Agenzia Radar”, “Il Domani d’Italia”, “Itinerari”, “Il Popolo”, “Nuova Fase” (benché successiva allo scioglimento della Dc) – significa poter ricostruire attraverso i suoi scritti la storia del partito, almeno dal 1951 al 1994, andando poi a sfociare (appunto con “Nuova Fase” e poi “Enne Effe”) nella riflessione sul futuro del cattolicesimo democratico oltre i confini e al di là degli schemi del partito d’ispirazione cristiana.

Questo è un punto decisivo, capace di spiegare l’inclinazione dell’uomo, ben prima manifestata in altre contingenze della vita democratica, come nella transizione dal centrismo al centro-sinistra e nel cruciale approccio alla politica di solidarietà nazionale, a rendersi partecipe delle sfide dei tempi. Galloni non esiterà a focalizzare, ad esempio, le tormentate implicazioni che la fine del lungo ciclo della Guerra Fredda portava in evidenza. Il salto comportava, sulla scia della lezione morotea, l’apertura ai tempi nuovi. In tale prospettiva, il saggio sul pensiero di Rosmini, pubblicato nel 1998, rispondeva propriamente alla esigenza di rifondazione della politica democratica alla luce di un pensiero autonomo dei cattolici “senza partito”, ovvero senza più partito, intendendo per esso l’aggregato ideale e materiale di Sturzo De Gasperi e Moro, all’interno di una peculiare dimensione, oltrepassata dalla nuova ecclesiologia conciliare, del rapporto Chiesa-mondo e quindi del binomio fede-politica.

Tornando a Rosmini, vale a dire al cattolicesimo liberale e risorgimentale, Galloni non si accodava alla facile ricerca della purezza in ambiti di testimonianza minoritaria. Non era questa la suggestione presente nel suo ragionare sul futuro del cattolicesimo politico. Semmai, con il richiamo a Rosmini, Galloni estendeva e rilanciava la lezione di Rodano – cattolico e comunista – dopo che questi aveva giustapposto all’assolutismo ideologico di matrice marxista l’impianto sanamente laico, rispettoso dei limiti di natura, caratterizzante la conquista sturziana del partito aconfessionale. Attraverso la revisione del concetto di rivoluzione operata da Rodano, il Rosmini di Galloni permette il ridisegno di una politica liberata da ogni tentazione integralista, così da garantire che la critica del perfettismo, cui rimanda la filosofia rosminiana, abbia carattere di attualità in quanto espressione di feconda e matura laicità.

Questa fatica del pensiero, per andare oltre il partito d’ispirazione cristiana e non perdersi tuttavia nei meandri della diaspora, è la fatica che attribuisce al ricordo di Galloni il dinamismo di una sollecitazione ancora viva. La questione aperta è come identificare in un programma politico (Sturzo), in un sistema di alleanze (De Gasperi), in una permanente attenzione al confronto e alla mediazione (Moro), i fondamenti di un “partito costituzionale” aperto alla sfida dell’innovazione e del cambiamento, nel cui alveo i cattolici possano ancora ritrovarsi e interagire, insieme ad altri, a prescindere addirittura dal loro essere cattolici. Negli ultimi anni, dopo aver vissuto con un certo distacco l’esperienza della Margherita,  quella positiva condizione di unità attorno a un nuovo progetto politico, gli è sembrato di cogliere nel Partito democratico. Forse avrebbe continuato a scavare sulle possibili o evidenti criticità, se non altro per il principio di non appagamento che ogni coscienza cristiana sente il dovere di coltivare con passione.

In fin dei conti Galloni, per tutto questo, ci sprona a guardare ancora avanti.