In un covo di covid

Ci sono cicli epidemiologici planetari che riguardano tutti e questa può essere una attenuante prevalente.

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Siamo come avviluppati in una storia senza fine, di cui conserviamo la pallida memoria dell’inizio mentre non disponiamo di alcuna certezza circa la parola fine: eppure da quando il mondo è stato inondato dalla pandemia abbiamo letto e ascoltato altalenanti analisi e incerte profezie.

Sembra che la voglia di esprimersi, a torto o a ragione, che fa parte della natura umana ma in questa vicenda ha assunto toni parossistici, abbia superato di gran lunga la ragionevolezza della riflessione e il senso della misura nel rispetto delle regole. Molto tempo è trascorso addebitando colpe e scrivendo monografie infinite sul controllo di tutte le potenziali azioni umane: abbiamo vissuto la stagione delle chiusure, poi quella delle aperture, esprimendo l’incertezza antropologica di una umanità disorientata e impreparata. Perdendo il senso del normale, del logico, del lecito e del peggio.

Ne abbiamo sentito di tutti i colori e non solo dal metaforico “uomo della strada”, epifenomeno di una specie umana oscillante tra negazionismo e ‘cupio dissolvi’: dal “poco più di una influenza”, al bere candeggina come antidoto, all’immunità di gregge, all’invito ai vicini di casa (che poi è la rappresentazione simbolica del tutti contro tutti) a compiere gesti di delazione nel nuovo gioco di quartiere, la caccia all’untore. Eppure conciliare lavoro (quando c’è) e figli a casa, ci ha messi a dura prova, fino al tollerabile.

Alla fine siamo diventati più cattivi e diffidenti, dopo aver pagato lo scotto della fiducia e del ‘ce la faremo’.

Qualcuno dice che siamo stati bravi come popolo e ben guidati: rabbrividisco al pensiero di certi dissennati comportamenti sociali, delle movide libere, dei forzati dello spritz delle notti folli, delle spiagge affollate, dei bonus vacanze e della diffusione dei monopattini come antidoto agli assembramenti ma ho ben presenti le “grida” governative di DPCM reiterati e sovrapposti fino alla contraddizione in termini, vere monografie autoreferenziali sulla preponderanza asfissiante della burocrazia più miniaturizzata e inapplicabile.

Spostandoci in auto a volte per ragioni di umanissima necessità abbiamo temuto tutti il controllo della pattuglia stradale e delle multe elevate per comportamenti che di fronte al più truce militare nessuno avrebbe saputo spiegare, neppure con ragioni invece limpidamente evidenti in tempo di pace sociale.

Qualcuno ha misurato la portata emotiva e psicologica del Covid 19: si parla di un 63% di persone affette da disturbi mentali, che si aggiungono ai contagiati, agli asintomatici, ai morti e ai feriti lasciati sul campo.

Abbiamo tenuto le scuole chiuse da febbraio a fine giugno e in quel periodo tutti, a cominciare dal Ministro P.I elogiavano la didattica a distanza: ora che le scuole sono state riaperte lo stesso Ministro aborrisce la DAD e la rinnega. Forse avendo scoperto che il 30% delle famiglie del Sud non hanno un PC in casa, molti hanno recuperato le ragioni pedagogiche delle lezioni in presenza. Ma in quei mesi di chiusura qualcuno ha pensato ad ordinare i banchi, a mettere a posto i locali fatiscenti , gli edifici non a norma, a ordinare presìdi sanitari a marchio UE, a regolamentare l’assunzione di personale docente, a prevedere tempi e modi della riapertura?  Pudicamente nessuno ha citato il ritorno dell’educazione civica eppure un minimo di pedagogia sociale e di invito al civismo – anche applicato a e stesso- avrebbero giovato alla scuola e al Paese.

Disponiamo della migliore sanità, dei medici e degli infermieri più preparati, professionisti che si sono immolati sull’altare dell’insipienza altrui, di immunologi e virologi di fama mondiale ma le pastoie burocratiche dei tavoli di concertazione e le primazie della politica hanno finito per creare confusione curando i corollari e perdendo di vista i fondamentali. Ora, solo ora, qualcuno si è accorto che molti alunni delle scuole secondarie utilizzano un mezzo pubblico di trasporto per recarsi a scuola: possibile che nessuno, tra Ministri plenipotenziari e burocrati figli dello spoil system ci abbia pensato prima? Ognuno ha pontificato sul da farsi, senza alcuna umiltà e spirito di collaborazione: se c’era una cosa da dimostrare in politica era che quando un Paese è in crisi epidemica ed economica con risvolti drammatici, ci si compatta in nome del bene comune. Il Presidente Mattarella ce lo ricorda ogni giorno.

Quanto al popolo occorre essere onesti, oltre le più retoriche dietrologie: in moltissimi hanno rispettato le regole mentre nello stesso tempo altrettanti le eludevano. Ma il buonismo acchiappavoti ha fatto fare più retromarce che progressi, più digressioni che coraggiose decisioni, eppure gli scienziati non hanno taciuto ma hanno finito per essere soverchiati dal populismo tout-court: al primo accenno di un miglioramento generale dopo una cura da cavallo che ci ha inebetiti e portati tutti a genufletterci al confessionale laico del giudizio civico con penitenze da espiare, siamo passati dalla caienna infame al paese dei balocchi: spiagge aperte, discoteche non stop, movide senza controllo, bonus monopattini e bonus vacanze.

Va sottolineato al riguardo che il populismo di governo è assai più pericoloso di quello di opposizione.

Ci sono cicli epidemiologici planetari che riguardano tutti e questa può essere una attenuante prevalente.

Chi evidenziava una contraddizione nel passare dal ‘tutti a casa’ al ‘liberi tutti’ è stato zittito come bieco menagramo e torbida figura di liberticida. Perciò – dall’assioma che la politica la esprime la gente e ben la rappresenta, si può dire che ci sono stati comportamenti collettivi dissennati e colpevoli. Ma in un Paese che nonostante le evidenze drammatiche di un ritorno mondiale del virus omicida in una delle sue mutevoli cangianze pensa a chi condurrà il prossimo Festival di Sanremo, che organizza grigliate e bisbocce a volto scoperto, che ha dimenticato il significato di parole come prudenza, rinuncia e rispetto degli altri, la ruota della Storia gira più veloce e ci riconduce ad una sorta di ricerca del tempo perduto. Purtroppo l’incompetenza di certa politica e la tracotanza dei suoi rappresentanti che assumono le sembianze di “riformatori del mondo” , come direbbe Thomas Bernhard, non ci illumina di speranza.