Incontro con Giulia Mafai: Quel dettaglio di vita vera

L’incontro con alcuni registi è stato fondamentale per me e penso in particolare a De Sica, Monicelli, Damiani, Scaparro, Proietti, Camilleri

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Articolo già apparso sull’edizione del 14 Settembre dell’Osservatore Romano a firma di Francesca Romana de’ Angelis

Ha il viso tondo e il taglio degli occhi allungato della mamma Antonietta Raphaël, ma il sorriso e lo sguardo lanciato a cercare lontano sono quelli di suo padre Mario Mafai. Mi accoglie sempre con un abbraccio caldo nella casa vicina a Ponte Milvio che fu lo studio di sua madre. Un condominio che nacque come una cooperativa di artisti e dove, a partire dagli appartamenti che affacciano su grandi terrazze, tutto fu pensato perché ovunque arrivasse tanta luce. Qui vissero e lavorarono tra gli altri Mazzacurati, Leoncillo, Guerrini, Scordia e appunto Raphaël. Il tempo che scorre non le ha tolto vitalità né entusiasmo. Ti avvolge quando racconta i personaggi delle sue storie, che rievoca con la leggerezza affettuosa della familiarità, sono nomi che sembrano usciti da un manuale di storia dell’arte o di letteratura italiana. Parlando alterna aneddoti e riflessioni, modula la bella voce e cattura l’ascoltatore con il brillio degli occhi, che si fa più intenso quando le piace quello che ricorda. 

Il primo ricordo della tua vita?

Che bella domanda, come ti è venuta in mente?

Perché penso che per ciascuno di noi la vita cominci da lì, dal primo momento che resta: un volto, un oggetto, un luogo, una situazione. 

È vero, non ci avevo mai pensato. Dunque il mio primo ricordo è un casco di banane. Era la notte dell’Epifania e, come tanti romani, i miei genitori erano andati a Piazza Navona, cuore di questa grande festa popolare. A quel tempo abitavamo nell’albergo che la nonna paterna aveva a Piazza Indipendenza. Nonna Norina era una donna forte pragmatica per niente affettuosa, che non amava mia madre, colpevole tra l’altro di aver incoraggiato suo figlio sulla strada scivolosa della pittura. Noi bambine alloggiavamo in uno scantinato, un grande locale umido che era accanto alle cucine con tre brandine e delle finestre strette e alte che non lasciavano passare la luce. D’un tratto entrarono i miei genitori con quel dono: più che i frutti teneri e dolci, che pure mangiammo golosamente, ricordo quel giallo che all’improvviso illuminò la stanza. Momenti di pura felicità, di pura allegria. 

Come è stato essere figlia di due grandi artisti come Antonietta Raphaël e Mario Mafai?

Bello direi, ma subito dopo aggiungerei anche in qualche modo difficile. Eternamente innamorati ed eternamente litigiosi, ma una grande stima reciproca. Mia madre, lituana, era approdata a Roma dopo aver trascorso l’adolescenza a Londra. Bionda, riccissima era una donna forte, determinata, attiva, anticonformista. Uno spirito libero in un carattere che spesso sgomentava chi le era accanto perché trascorreva rapidamente da uno stato d’animo all’altro: dall’allegria alla tristezza, dal calore alla distanza. Come madre era severa, esigente. Lo stesso rigore che chiedeva a se stessa lo pretendeva da noi. Mio padre invece era l’opposto: timido, riservato, sognatore, ottimista, dolce di modi, per noi figlie più una presenza affettuosa che una figura genitoriale. Quello che più mi colpiva della mia casa era la sensazione di diversità. 

Diversità in che senso?

Il mestiere di mio padre per esempio. Quando mi chiedevano cosa facesse rispondevo “pittore” ma aggiungevo sempre “di quadri”. Perché a Roma pittore è l’imbianchino che dipinge i muri e non le tele. Mia madre poi era diversa da tutte le madri. Vestiva lunghe tuniche orientaleggianti, indossava i sandali con i piedi nudi anche d’inverno, non usava trucco eccetto una pennellata di rosso sulle labbra. E poi eravamo antifascisti e laici anche se la nostra cultura era quella ebraica. Pur non avendo provato la miseria eravamo poveri, ma nonostante questo la nostra casa era sempre piena degli amici dei miei genitori: Cagli, Mirko, Guttuso, Savinio, Maccari, Soffici, Ungaretti, de Libero, Montale, Sinisgalli, Penna solo per citarne alcuni. L’ospitalità era sacra, anche se mia madre non sapeva cucinare neanche un piatto di spaghetti. Quando arrivarono le leggi razziali la diversità non fu più una sensazione, ma divenne una condizione di vita. A quel punto però mia madre aveva già compiuto il miracolo facendoci intendere che diversità equivaleva a nobiltà, perché l’arte era l’espressione di cuori nobili, disinteressati. Da quel momento l’odore di trementina, i tubetti di colore spremuti fino all’ultima goccia di colore, le tele, i gessi, i marmi furono il segno di un’appartenenza che imparammo a portare con orgoglio. 

L’arte e l’esercizio dell’arte scandivano le giornate anche di voi figlie. 

Raphaël aveva lasciato la musica, che era stata la sua prima passione, per la pittura in modo quasi casuale. Un anno aveva donato a Mafai per il suo compleanno un mazzetto di mughetti invitandolo a dipingerli. «Dipingili tu» le rispose lui. Mia madre raccolse la sfida e quel quadro a sorpresa suscitò l’ammirazione di tutti. Più tardi avrebbe lasciato i pennelli e si sarebbe dedicata alla scultura per non entrare in competizione con il marito e salvaguardare il loro sodalizio artistico e sentimentale. Per mio padre il discorso è diverso. Dopo qualche esitazione iniziale — scanzonato com’era non credeva troppo nel suo talento, mentre sapeva fin troppo bene che l’arte era un lusso che non si sarebbe potuto permettere — la pittura coincise con la vita.

Nessuno ha dipinto Roma come Mafai. Poetica e struggente. Penso ai suoi tramonti con quel rosso che sulla tela si spegne dolcemente proprio come nel cielo di Roma. 

È vero. Per raccontare la bellezza di Roma ci vuole gioia e lui ha sempre dipinto con grande gioia. Ricordo che quando era al cavalletto non lo disturbavano i nostri giochi né le nostre parole e spesso cantava con la sua bella voce: Petrolini, vecchie canzoni napoletane o qualche successo del tempo. Mia madre al contrario esigeva il massimo silenzio, una forma di rispetto per il suo lavoro che veniva prima di tutto. Noi figlie questo lo abbiamo sempre saputo e in qualche modo serenamente accettato. 

E veniamo a te. Mentre le tue sorelle Miriam e Simona iniziavano la strada dell’impegno politico e più tardi Miriam quella del giornalismo tu diventasti costumista e scenografa.

Il costume di scena non è solo un abito e neanche l’espressione di un gusto, di una moda o della bellezza, ma è la ricreazione di un personaggio, di un carattere, di un ambiente, di un’epoca. Fu questo ad attrarmi oltre al fatto che tutto allora concorreva ad aiutarci: sarte bravissime e tessuti meravigliosi frutto di un artigianato di straordinaria qualità. A Palazzo Altieri un celebre negozio romano vendeva stoffe meravigliose ordinate nei diversi piani per colori. Guardarle era una gioia degli occhi. Per non parlare delle stoffe di San Leucio tessute su antichi telai che replicavano antichi disegni. Preziose e costose e quindi destinate più ai film americani che ai nostri. Nell’odierna democrazia dell’abbigliamento, il costume ha perso questo valore identificativo e i costumisti di oggi hanno una vita molto più dura della nostra. 

Hai lavorato con i registi che hanno scritto la storia del cinema in Italia. Che ricordo hai di loro?

L’incontro con alcuni registi è stato fondamentale per me e penso in particolare a De Sica, Monicelli, Damiani, Scaparro, Proietti, Camilleri ma ne potrei citare altri. Un costumista è il terzo occhio del regista, deve avere intuito ma soprattutto deve essere grande osservatore e disposto al dialogo. Ti faccio un esempio. Quando, prima delle riprese, presentavo un attore vestito a De Sica, regista sempre molto rispettoso del lavoro dei collaboratori, se tutto lo convinceva taceva, altrimenti iniziava una danza delle mani, come un direttore d’orchestra. Le alzava carezzando l’aria e voleva dire aggiungi — un pizzo, una collana, uno scialle e così via — le abbassava sempre inseguendo una sua musica segreta e significava togli, alleggerisci — gli orecchini, un volant dell’abito, la cravatta, il trucco — le ruotava allargate per dire pettinatura più spettinata, le ruotava strette e significava più onde, più ricci. Non parlava, si limitava silenziosamente a darmi qualche suggerimento o meglio mi accompagnava con grazia là dove voleva, lasciando che a dire fossi io. Sono i mediocri che si intromettono e si impongono; i grandi non temono di concedere ai giovani la libertà.

E il rapporto con gli attori?

Non particolarmente stretto, a parte alcuni che sono diventati amici: Elliot Gould, Jeanne Moreau, Valentina Cortese, Angela Molina, Harvey Keitel, Liza Minnelli, Valeria Moriconi. Su tutti Gigi Proietti. Per il legame di affetto che ci unisce e perché per me lui rappresenta la gioia del palcoscenico. Come Matisse che per me è la gioia dei colori. E poi Alberto Sordi e Marcello Mastroianni due romani che giocavano a fare i romani. Pigri, sornioni, distratti, indolenti. All’apparenza, perché poi erano dei professionisti di grandissimo rigore. Mi ricordavano tanto mio padre. Sembrava che non facesse niente e invece quando indugiava al tepore delle coperte o passeggiava per le strade di Roma o guardava incantato il cielo al tramonto già dipingeva con l’immaginazione.

C’è una bella espressione che usi spesso quando parli del tuo lavoro: «Non ho mai attraversato la strada». 

Sì è un’espressione che amo usare perché mi sembra che renda bene l’idea. Parlo della strada che da un’arte, quella dei costumi e delle scenografie che è stata la mia, conduce a un’altra arte, quella della pittura. Tante volte mi sono sentita rivolgere questa domanda: perché i bozzetti e non i quadri? Ho ereditato forse gusto pittorico, senso della bellezza, amore per i colori, per cui venne quasi naturale da ragazza la scelta del liceo artistico prima e poi della facoltà di architettura, ma non sono mai stata un’artista, almeno non come lo sono stati ad esempio i miei genitori. La mia creatività trovò nido nelle stoffe e nella cartapesta, anche perché ho avuto la fortuna di fare questo lavoro in un paese come l’Italia che ha insegnato a creare i costumi di scena al resto del mondo. Bastano due nomi: Piero Tosi e Danilo Donati. Colti, raffinati, genialmente creativi rivoluzionarono il modo di intendere i costumi. 

In che senso lo hanno rivoluzionato?

C’è un prima di loro, cioè i costumi di stile hollywoodiano, e un dopo di loro, il realismo italiano. Come a dire Sartorio e Degas, cioè da una parte costumi patinati, sontuosi ma finti che finivano con il rendere i personaggi tutti uguali, dall’altra la semplicità e a volte la povertà degli abiti quotidiani, addirittura gli stracci. Ti racconto un episodio. Stavamo girando La Ciociara e Sophia Loren non voleva indossare le “ciocie” quelle tipiche calzature laziali a forma di barchetta e legate da nastri che certo non donano, anzi rendono meno belle le gambe più belle. De Sica le disse: «Ma Sofì il film si chiama La Ciociara perché la protagonista indossa le ciocie» e paziente continuò a parlare finché non la convinse. La mattina dopo, approfittando di una pausa nelle riprese, andai al mercato di Fondi e mi accorsi che tutti indossavano quelle calzature. Di corsa tornai indietro e con la sarta riempimmo un grande lenzuolo con tutte le ciocie che la celebre ditta Pompei aveva preparato per noi. L’idea era quella di regalare un paio di ciocie nuove in cambio di un paio usate. Fu naturalmente un successo. Quelle calzature usate erano un dettaglio, ma un dettaglio che era vita vera. E il cinema, a differenza del teatro, vive di dettagli. Ricordo una battuta di Liza Minnelli. A uno studente del laboratorio di Gigi Proietti che le chiedeva quale era la prima cosa su cui rifletteva di un personaggio dopo aver letto il copione rispose: «A quali scarpe indosserà». Perché tacco 12, scarpe da tennis, infradito non sono solo calzature, ma mondi diversi. E un costume di scena ha bisogno del corpo di un attore per vivere, altrimenti è come una cornice senza quadro. Sophia vestita di stracci era sempre una regina.

Un grande amore per il tuo lavoro. Traspare dalle parole che dici ma anche dal fatto che ti illumini quando ne parli. È stato un amore ricambiato?

Nel complesso direi di no, ed è un no sereno il mio, senza sofferenza, anche perché in larga parte è dipeso da me. Ti spiego. Ho avuto il privilegio di lavorare con grandi registi e grandi attori, per il cinema e per il teatro e ho avuto anche la fortuna di lavorare per la televisione in una stagione che fu magica, perché la televisione era appena nata e per farla crescere e crescere bene furono chiamati a collaborare i migliori talenti del tempo. C’era qualità, c’era cultura, c’era voglia di dialogare con il paese in modo intelligente. Eppure, nonostante tanto lavoro, non sono mai stata protagonista, non sono mai diventata una maestra, piuttosto sono rimasta allieva tutta la vita. Gli apprezzamenti erano una felicità che accoglievo quasi con sorpresa, la chiamata di un regista un piccolo miracolo che si rinnovava. Insomma mi sono sempre sentita un fungo in un bosco di pini alti e forti. È che a vivere, come ho vissuto io, tra artisti grandissimi, a partire dai miei genitori, ogni presunzione cede il posto a tanta umiltà. E invece nel lavoro, soprattutto in quello creativo, la consapevolezza e il coraggio sono doti importanti. Ti spingono a fare di più, a fare meglio. Così, pur amandolo tanto, forse ho finito con il dare al mio lavoro meno di quanto avrei potuto. 

Non credo sia stato così. Ricordo tanti tuoi splendidi costumi e una grande invenzione, quella del Carnevale di Venezia. 

Con Maurizio Scaparro, allora direttore della Sezione Teatro della Biennale, fummo per così dire i genitori del nuovo Carnevale di Venezia. Buttammo in piazza — Maurizio amava raccontarla così la storia — tutti gli ingredienti che nei secoli avevano fatto teatro e carnevale, cioè il trucco, il travestimento, le maschere, la musica, il gesto, le parole e così facendo inventammo qualcosa di nuovo. Teatri sempre aperti, spazi non convenzionali destinati allo spettacolo, campi e calli pieni di attori e pubblico di giorno e di notte. E il mio magnifico Laboratorio di trucco e travestimento nella Chiesa di San Samuele dove potevo dedicarmi a una delle attività che nella vita ho amato di più e cioè insegnare. Perché ho sempre sentito come un dovere mettere al servizio dei giovani quello che sapevo. Come si fa con i figli. Il Carnevale di Venezia fu un tale successo che la maschera bianca divenne il segno di quella festa popolare e colta a un tempo, per poi in qualche modo diventare il segno di Venezia superando addirittura la mitica gondola. 

E l’altra tua passione? Sei stata e sei la custode della memoria dei tuoi genitori.

Una passione vissuta con tanto entusiasmo: allestire le loro mostre, curare i loro scritti, difendere le loro opere dal mercato dei falsi. Ricordarli non è solo mantenerli vivi, ma raccontare un mondo che non c’è più. Un mondo difficile intendiamoci. Le ombre dolorosissime del fascismo, le leggi razziali, la guerra, il lento ritorno alla vita del dopoguerra. E la povertà, quasi per tutti gli artisti. Pochi avevano casa e quindi si scriveva ai tavolini dei caffè o delle trattorie e le gallerie d’arte, le botteghe dei restauratori o dei corniciai, i negozi di tele e di colori sostituivano i salotti che non c’erano e dove gli artisti stavano insieme, mi piace dire, per farsi caldo. Eppure in quegli anni il cuore culturale di Roma, città allora cosmopolita, vivace, fantasiosa, batteva a un ritmo potente. 

Quali sono gli insegnamenti più importanti che ti hanno lasciato i tuoi genitori?

Mia madre l’impegno. «Fai quello che vuoi, ma fallo bene» era una delle sue massime preferite. L’onestà intellettuale mio padre. «Avrei potuto riempire le case degli italiani di fiori secchi, ma non l’ho fatto» diceva, convinto com’era che l’arte fosse un fatto etico prima che estetico. Ha sempre dipinto non per vendere, ma perché aveva qualcosa da dire. Tutti e due poi mi hanno insegnato la passione di fare.

Anche questa passione mi sembra che tu abbia ereditato. 

Direi di si. Ancora non mi sono stancata di fare! Il progetto più recente è la donazione di un’opera di mia madre che a settembre verrà installata nei giardini del Museo della comunità ebraica. È una statua del 1935 che raffigura noi bambine Mafai. Le mie sorelle e io abbiamo avuto la fortuna di aver salva la vita ed è un pensiero questo che a distanza di tanti anni continua sempre a commuovermi. Quella statua vuole essere un invito a non dimenticare le tante bambine e ragazze ebree che non hanno avuto futuro.