Alcide e Francesca: intervista a Paola De Gasperi e Marco Odorizzi.

“Mentre nel silenzio della tua cella ascolti i battiti del tuo cuore, sappi che un altro cuore gemello batte all’unisono e questo pensiero ti conforti nei momenti più tristi” (Francesca ad Alcide, 14 giugno 1927)

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Gentile Signora Paola De Gasperi, questo libro – definito in copertina “una storia familiare”- pur essendo la Sua terza opera sulla vita di Suo Padre, esprime un’originalità precipua  in quanto racconta,  fin dalle origini della loro conoscenza e dell’iniziale frequentazione, la vita sentimentale dei Suoi genitori. Una storia con due protagonisti posti sullo stesso piano in quanto persone legate da un afflato di stima, rispetto e simpatia che diventa affetto e poi amore, per durare l’intera loro esistenza. Lei è la quarta figlia di questa coppia di sposi: quali ricordi conserva dei Suoi genitori? Quanto è importante il carteggio tra suo padre e sua madre (con molte lettere inedite, specie di Lei) per narrare la trama, i caratteri, le affinità dei due protagonisti di una bella storia d’amore?

[Risponde Paola] Il ricordo dei miei genitori, fin da quando ero piccola, era di una coppia assolutamente unita. Papà lodava sempre mamma e , quando la sentiva scherzare con le figlie, diceva: “Beate voi che avete una mamma così allegra”. Ricordo che quando Papà lavorava al mattino alla Biblioteca Vaticana, il pomeriggio dettava i testi che traduceva dal tedesco alla mamma che li batteva a macchina senza mai lamentarsi di essere stanca. A volte prima di sera, lasciando noi bambine alla zia, si prendevano sottobraccio per fare una passeggiata che li portava in un negozio dove compravano al massimo un po’ di formaggio. In quel periodo, malgrado papà non guadagnasse molto, noi non avevamo nessuna idea che ci fosse qualche problema per mantenere una famiglia con quattro figlie e una sorella: in effetti nessuno si lamentava e noi trovavamo perciò normale che nostra madre, con l’aiuto di una sartina, ci cucisse i vestiti e anche quelli delle bambole, che trovavamo come nuove la sera di Natale. La loro storia d’amore era qualcosa che vivevano ogni giorno e che per noi era un esempio di come doveva essere un rapporto famigliare. Non ci avevano mai detto che papà era stato in prigione perché non volevano che crescessimo nell’odio. Solo nel 1953, quando papà pensava di pubblicarle, essi decisero di fare leggere a me e a Lia le lettera dal carcere che ci colpirono molto e ci fecero conoscere fino in fondo il coraggio e la fede dei nostri genitori. Le lettere vennero poi pubblicate due anni dopo la morta di papà,  nel 1955 da nostra madre, ma non contenevano le lettere della mamma, che credevamo eliminate da lei perché non le riteneva all’altezza. Così passarono gli anni e solo poco tempo fa abbiamo ritrovato un pacco che conservava le lettere della mamma, che ci hanno permesso di conoscere meglio la loro storia d’amore.

Dott. Odorizzi, non è consuetudine esordire in una intervista facendo i complimenti agli interlocutori ma questa volta è un dovere che diventa un piacere: per la delicatezza del racconto, la sua ambientazione, la misura che inizialmente ha il garbo di circoscrivere nell’introduzione: “questa non è la Storia ma una storia”…. Eppure, come disse un predicatore francese del 600 , Jacques Benigne Bossuet,  “io appartengo al tempo: ma esso appartiene a Dio prima che a me, è originato da Lui, resta sotto il suo sguardo e fa parte del suo dominio. Ciò che avrò seminato raccoglierò, ciò che faccio nel tempo migra nell’eternità”. Ecco allora che, come Lei ci ricorda, sono sempre gli uomini a fare la Storia:  anche Alcide e Francesca sono stati chiamati a lasciare il proprio segno nella Storia e, a loro modo, nell’eternità. Li avete chiamati per nome (Alcide stesso diceva “non ci sono uomini straordinari”) per evidenziare i tratti umani della loro unione terrena: che cosa può insegnarci questa narrazione, non romanzata ma che a suo modo è un romanzo d’amore,  che mette al centro la vita di una famiglia, dove vicende politiche e faccende domestiche non entrano mai in bisticcio tra loro? 

[Risponde Marco] Credo che questa storia ci insegni essenzialmente una cosa: che si può essere liberi anche vivendo tra mille vincoli e limitazioni esterne. Se vogliamo, la straordinarietà di Alcide e Francesca sta prima di tutto qui: nel loro essere stati testimoni di libertà. Può sembrare paradossale parlando di persone che, come raccontiamo nel libro, sperimentano a più tratti l’emarginazione, la violenza e perfino il carcere. Ma la loro libertà non viene dalle cose, ce l’hanno dentro: per loro le limitazioni del corpo non sono mai limitazioni dello spirito. Come ognuno di noi, anche loro conoscono lo smarrimento, la paura e il pianto… ma poi, nonostante tutto, non smettono mai di cercare e trovare un senso nelle cose. E alla fine accettano la vita per quello che è, consapevoli che non tutto è nelle loro mani. Così, pur adattandosi a tante situazioni e contesti differenti, non si lasciano cambiare dalle pressioni che vengono da fuori e restano se stessi. Anche quando gli viene tolto tutto, non ci appaiono mai sconfitti. Questa dimensione d’umanità rende la loro esperienza allo stesso tempo straordinaria e molto vicina a quella di ognuno di noi: non ci appaiono straordinari per quello che fanno, ma per quello che sono. In altre parole, se di De Gasperi, statista e padre d’Europa, ce n’è solo uno, Alcide potrebbe essere ognuno di noi, a modo suo. Quanto alla coerenza tra vita pubblica e privata, c’è da dire che Alcide e Francesca non li vediamo quasi mai recitare un ruolo e tantomeno improvvisare una parte: le loro vite si muovono sullo sfondo di valori solidi e concreti, che guidano le loro azioni e li aiutano a non perdere mai la strada. Sia come individui che come coppia, sono interpreti di un progetto, maturato con serietà anche attraverso esperienza dure e drammatiche. Ecco perché i rovesci inattesi della vita li colpiscono ma non li abbattono: perché il loro orizzonte è largo e loro sanno guardare lontano.  

Sig.ra Paola, tra Suo padre e Sua madre c’erano 13 anni di differenza e, per Lui,  un’esperienza politica iniziata da giovanissimo che lo aveva portato prima al Parlamento di Vienna come deputato del sud Tirolo, poi alla ‘Dieta regionale di Innsbruck, più tardi a Montecitorio e ai vertici nazionali del partito fino alla Presidente del Consiglio dei Ministri, a rapporti con i capi di Stato di tutto il mondo. Certamente riconosciamo in Lui il più grande statista italiano del 900. Eppure Alcide consapevole che la carriera nelle istituzioni (che era una scelta e un dono, un carisma e una vocazione)  lo avrebbe tenuto spesso lontano da casa e anche delle diverse esperienze umane tra loro,  già nel dicembre del 1921, pochi mesi prima delle nozze,  scriveva a Francesca: «Ti voglio libera compagna, amica di pari iniziativa e indipendenza, e nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e frugare nella tua coscienza». Fu questa l’ispirazione ad una vita domestica intima e normale, desiderata e voluta per tutta la loro vita matrimoniale?

[Risponde Paola] Riguardo alla frase di mio padre a mia madre che lei mi fa notare (p.32) io le ricordo che Alcide aveva creato il loro particolare rapporto in alcuni anni di lettere e incontri che lo avevano reso sicuro della capacità di Francesca di affrontare con lui la vita che stava per aprirsi. Può darsi però che egli avesse sentito in lei qualche timore di essere troppo inferiore a lui per l’età e la differenza di esperienza e perciò le vuole garantire che “la vuole libera compagna, amici di pari iniziativa e indipendenza e nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e frugare nella tua coscienza”. Io che sono nata molti anni dopo le posso garantire che mio padre non ebbe mai un atteggiamento di superiorità verso mamma, ma anzi la lodava sempre come una madre straordinaria. Guardi la lettera di Lucia dell’ultimo giorno di vita di papà (p.138): “Per te deve essere un gran conforto il pensiero di avere condiviso tanta parte della sua vita, di non averlo abbandonato nelle ore più buie, di averlo aiutato a essere quello che era, deciso, coraggioso, senza mai indietreggiare alle responsabilità. Tua è la gioia di avergli creato intorno un’atmosfera di serenità coadiuvata dal suo così cristiano e umano altruismo”.

Dott. Odorizzi, la vita politica di De Gasperi resta sempre sullo sfondo di quella domestica e “i ritmi familiari si adeguano al respiro affannoso del Paese”. Eppure Alcide continua da Roma in via epistolare il carteggio con Francesca. Persino Don Sturzo gli rimprovera di lasciarla tra le montagne del Trentino, di non portarla con sé. E Lui le scrive chiamandola “mia vedovella” ma non manca di esprimerle il desiderio di averla accanto: “Mio eterno amore… ho un grande desiderio: quello di finire presto e riabbracciarti……E’ tanto tempo che non sento il profumo dei tuoi baci, che mi sembrerà una cosa nuova”. Ma sempre con un rispetto profondo: “Ti ringrazio di avermi raccomandato al Signore, sento la sua mano che veglia su di me”. Quanto cementò questo amore la comune fede, il rivolgersi a Dio chiedendo protezione reciproca, il fondamento cristiano di quella unione? Immedesimandosi nei tempi e nell’assenza delle tecnologie attuali, quale peso e quale valore ebbe l’incessante rapporto epistolare per entrambi?

[Risponde Marco] Sicuramente la dimensione della fede è un elemento che colpisce chi legga i carteggi tra Alcide e Francesca. In una certa misura, la pervasiva presenza del sacro è uno degli aspetti che marcano maggiormente la distanza rispetto al nostro tempo, ma sarebbe limitante e sbagliato archiviare il discorso ricordando che i nostri protagonisti sono entrambi nati nel XIX secolo e partecipano dunque di una cultura religiosa in parte diversa da quella di oggi. Il fatto, a mio avviso, è un altro: la fede per loro non si limita mai all’atto devozionale, non è una dimensione vincolata a precisi momenti e che si esplica attraverso determinate liturgie, comunitarie o individuali che siano. La fede è per loro come l’aria che respirano: non c’è alcun diaframma a dividere nelle loro giornate il tempo della vita e il tempo del sacro, perché la vita è essa stessa comunione col sacro. Ecco allora che anche una lettera tra coniugi assume l’intensità di una preghiera e Dio entra nelle loro vite con la forza di una presenza, non solo come un richiamo convenzionale o come un mero tratto d’eleganza formale. La fede inoltre è per entrambi uno spazio dinamico, aperto alla contemplazione, al conforto, alla disperazione, anche alla rabbia a volte. E naturalmente alla speranza e all’accettazione. Questa dimensione profonda sostiene sin dagli esordi il dialogo tra Alcide e Francesca: un dialogo sincero, senza stanze segrete, in cui si mescola il bisogno di raccontare fatti e avvenimenti e quello di interpretarli e di dare sfogo alla propria interiorità. Non c’è da stupirsi che essi trovino un alleato nei tempi lenti della scrittura, che anche quando appare stesa di getto, lascia comunque sempre al pensiero lo spazio per dilatarsi e ripulirsi. Senza dubbio il loro scriversi è dovuto molto spesso all’impossibilità di stare insieme e di avere un rapporto più diretto, ma non credo che possa dirsi solamente un ripiego. Nella vita ci sono alcune cose che vanno dette, altre che vanno semplicemente vissute e altre che hanno bisogno di fissarsi su un supporto concreto, attraverso la scrittura. Nemmeno la rivoluzione digitale ha cambiato del tutto questa cosa, anche se senza dubbio le tecnologie attuali e il ritmo frenetico della nostra quotidianità hanno reso la scrittura epistolare un po’ fuori moda. 

Erano i primi anni della loro vita coniugale che coincisero con un periodo drammatico per il Paese, di cui cito solo alcuni eventi che ormai appartengono alla Storia: la marcia su Roma di Mussolini, le elezioni truffa che ribaltarono gli equilibri parlamentari, l’omicidio Matteotti, l’inizio della lunga persecuzione personale nei confronti di De Gasperi: lui preoccupatissimo e addolorato – mentre Don Sturzo aveva preso la via dell’esilio a Londra – non mancava di cercare conforto nelle lettere che Francesca gli scriveva, e nei suoi rientri a casa. In quegli anni nacquero le prime figlie, Maria Romana e Lucia: la famiglia restava al centro del suo cuore mentre si occupava  dei destini del Paese, fronteggiando apertamente il fascismo. Possiamo pensare ad una Francesca lontana ma non triste, allietata dalla presenza delle bambine e rinsaldata ad Alcide in un rapporto affettivo che cresceva in intensità. Solo una grande donna, una Penelope legata per sempre al suo amato, poteva resistere ad aspettarne i ritorni? Quando la situazione politica precipitò, lo fu per entrambi. L’arresto da parte dei fascisti nella casa di Borgo Valsugana, la traduzione di lui a Vicenza, il ritorno a Roma, dove Francesca lo raggiunse, mentre le piccole Maria Romana e Lucia erano rimaste a casa di parenti in Trentino, fino all’arresto sul treno alla stazione di Firenze: lei finì alle Mantellate, per lui si aprirono le porte di Regina Coeli. E dal carcere inizia un nuovo carteggio con Francesca, di cui finora mancavano, e sono un inedito, le lettere di lei a lui. Quali sentimenti, quale intensità emotiva, quali angosce vissero l’uomo in carcere e la moglie dapprima alle Mantellate e poi lontana?

[Risponde Paola] L’intensità emotiva che accompagna la vicenda emerge in maniera emblematica dal carteggio tra Alcide e Francesca, con una ricchezza di sfumature che solo le loro stesse parole possono restituire in maniera compiuta. Le “lettere dalla prigione” di Alcide sono note da tempo: sono state pubblicate ormai molti anni fa e l’ultima riedizione si deve all’editrice Mariotti nel 2003. Una novità invece è il ritrovamento delle lettere di Francesca, avvenuto in questi ultimi anni, perché ci consente di capire il loro reciproco sentimento d’amore. Francesca decise di scrivere tutti i giorni una lettera in modo da confortare e incoraggiare il marito in ogni modo. Così poté anche superare le difficoltà che il controllo della censura metteva, ritardando l’arrivo delle lettere e scompaginando l’ordine cronologico del carteggio.

[Risponde Marco] A Francesca non mancò certo la pazienza, ma questo essenzialmente perché non le mancò la fiducia. Alcide dovette sopportare l’umiliazione di essere punito per colpe non commesse, non per qualcosa che aveva fatto, ma per qualcosa che pensava e rappresentava. Ma sopportò tutto questo, sia facendo appello alle radici più profonde della sua ispirazione civile e religiosa, sia ricordando, ogni giorno, che fuori da quella cella c’era chi ne attendeva il ritorno e che aveva bisogno della sua forza, proprio come lui aveva bisogno della forza di Francesca. In una delle lettere più commuoventi che Alcide le indirizza, una vera e propria confessione, egli scrive: “Io t’ho sempre letto negli occhi che, se fossi stato vile, mi avresti disprezzato”. Con queste parole egli non vuole certo dire che  quando si trovò a resistere al fascismo lo fece per non sfigurare con la moglie! Al contrario vuole dire che egli mai si sentì chiamato o peggio ancora costretto dalla moglie a rinunciare alle sue idee e al suo ruolo di rappresentanza popolare per proteggere la loro dimensione familiare. Francesca riconosceva il valore della missione pubblica a cui Alcide era stato chiamato e non gli chiese mai di rinnegare se stesso per portare vantaggio alla loro famiglia. Non è cosa scontata. Alcide ne trasse un coraggio e una determinazione che forse da solo non avrebbe trovato. Le difficoltà, le angosce e le paure non mancarono, ma il tratto che più emerge è che nella prova non li vediamo mai allontanarsi, mai incolparsi l’un l’altro di qualcosa, mai rimproverarsi. Al contrario, li vediamo stringersi e sostenersi, compensando l’una alle fragilità dell’altro e viceversa. 

Francesca si preoccupò, una volta uscita dalle Mantellate, che ad Alcide non mancassero libri, vitto (da una trattoria vicina al carcere) ed effetti personali e iniziò un carteggio epistolare che si incrociava tra loro (alcune lettere arrivarono prima delle risposte a quelle precedenti) ed è questo l’elemento di novità che mancava nei loro scritti, poiché per lungo tempo le lettere di Francesca rimasero nascoste, poi trovate come  per fortuna e costituiscono oggi un inedito sentimentale con un valore anche storiografico che merita studio e attenzione. Personalmente sono rimasto colpito dalla fede (intesa come “affidamento”)  di Francesca, il suo rivolgersi continuamente alla Madonna affinché intercedesse per la buona sorte di Alcide, e poi dalla sua forza, dal suo incoraggiare lui, condividendo i suoi tormenti e infondendogli speranza. “Ti bacio mio caro, nella speranza ardente di abbracciarti costì, domani (Si sarebbero in effetti incontrati il giorno dopo)  Che il Signore ci aiuti a superare tanti dolori e ci conforti Tua per sempre, Francesca”. Quanto influì la religiosità di Francesca (“faccio tutte le mattine la comunione per te”) nel cementare quella unione nelle alterne vicende della vita? Dal carteggio risulta che da quell’incontro in carcere Francesca non faceva passare giorno senza scrivere ad Alcide, specie dopo il ritorno di lei in Trentino…

[Risponde Marco] Come è stato accennato in precedenza, fede e vita nell’esperienza di Francesca sono esperienze indistricabili e pertanto è inevitabile che la sua dimensione spirituale giochi un ruolo nel modo in cui rilegge e interpreta ciò che capita a lei e al marito. Su questo piano si costruisce anche la loro relazione, che affianca ad un innamoramento istintivo una condivisione profonda di orizzonti anche spirituali e dunque un progetto di vita comune ben definito e ispirato dalla fede. Detto questo, è difficile dare delle letture troppo nette, perché l’interiorità di una persona è troppo vasta per poterla raccontare e, in ogni caso, mi mancherebbero gli strumenti ermeneutici per farlo. Mi posso solo limitare a leggere le lettere di Francesca e a restituirne qualche spunto. Ecco, ad esempio, che queste testimonianze tendono a restituire oltre alle similitudini tra Francesca e Alcide anche alcune differenze, che sono evidenti. Tra queste c’è proprio il dato dell’affidarsi, che è presente anche in Alcide, ma è in lui più sofferto: Francesca invece sembra incrollabile nel riporre la sua fiducia nella Provvidenza e nel disegno divino. La forza che trae da questa dimensione è impressionante: è vero che in quegli stessi anni molti antifascisti andavano incontro a sorti anche peggiori di quella di Alcide, ma nondimeno quella in cui si trova Francesca è senza dubbio una di quelle situazioni in cui sarebbe facile perdersi d’animo. Se è vero che Francesca è una donna abituata al sacrificio e a rimboccarsi le maniche, nel all’inizio del 1927 di colpo si ritrova sola, con due figlie piccole da accudire e un marito incarcerato a 500 chilometri di distanza da casa. Non ha un lavoro, deve dividersi continuamente tra Trento e Roma per tenere unita la sua famiglia e ha di fronte un avversario inaffrontabile, il regime fascista, contro giustizia e verità cessano di essere argomenti validi. Le sue speranze iniziali di un giusto processo vengono a più riprese vanificate, finché non pare evidente che non ci sia altra via d’uscita che subire e “portare la croce” in silenzio. Eppure non si scompone, regge il colpo. Non impreca, non si arrende, non cede all’odio. Semplicemente attende, si affida al Signore chiedendo la forza di sopportare il dolore. C’è una lettera molto bella in cui scrive ad Alcide: “Non protestare. Quando l’uomo, maltrattato ingiustamente da altri uomini, riesce a vincere quel senso di vendetta, sia anche di pensiero, e non solo a perdonare ma anche a ringraziare il Signore per le tribolazioni che gliene vengono, allora mi pare che sia raggiunto il massimo sforzo umano” e poi prosegue “io mi voglio unire a te nel tentativo di questo sforzo perché non voglio essere indegna di te e prego Iddio che mi dia il coraggio”. Così facendo, Francesca sta già guardando oltre, preparando la strada al domani con fiducia. 

Francesca esprimeva nel suo scrivere all’amato una fede incrollabile e una bontà d’animo straordinaria: … “io sarò sempre accanto a te, compagna fedele e le nostre bambine saranno la nostra gioia. Il Signore ci ricompenserà così: tanto è grande ora il dolore e tanto maggiore sarà poi la consolazione. Confidiamo e preghiamo… anche per chi ci perseguita e perdoniamo loro cristianamente. Nessun rammarico, nessuna vendetta verso loro; perdonare è più bello e generoso”. Eppure il nemico non fu clemente ed arrivarono giorni tremendi. De Gasperi sperava nell’assoluzione al processo e invece fu condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione e 20 mila lire di multa per il tentato espatrio clandestino. Fermiamoci un momento a riflettere: lui in carcere per presunti reati ideologici, politici, lei a casa tra Trento e Borgo Valsugana. Quanto siamo debitori, oggi, a chi come loro subì l’oppressione della minaccia e le angherie e i soprusi del regime? Questa storia d’amore non andrebbe forse raccontata ai giovani di oggi, ai loro genitori che per egoismo o incomprensioni  soffrono vicende di disgregazioni familiari ? Rileggendo la Storia che si intreccia con questa famiglia possiamo dire che conoscevamo la grandezza e la statura morale di De Gasperi ma che questo racconto ci restituisce una figura altrettanto coraggiosa, fedele, forte, nobile d’animo come fu Francesca?

[Risponde Paola] Lei mi domanda se questa storia d’amore non andrebbe raccontata ai giovani d’oggi. Beh, coglie nel segno le nostre intenzioni: per quale altra ragione pensa che io e il dott. Odorizzi avremmo scelto di pubblicare questo libro? Di certo non solo per celebrarne i protagonisti, che non hanno bisogno di piedistalli. La loro è una storia che vorremmo consegnare al presente e al futuro, unendo la nostra voce a quella dei molti che già lo hanno fatto, perché crediamo possa essere d’ispirazione per molte persone. Le dirò di più: il libro è solo un veicolo per far circolare una storia che volevamo raccontare e, non appena  la pandemia che ancora è diffusa nel nostro paese ci darà tregua, faremo il possibile per far conoscere questa coppia straordinaria anche attraverso incontri e presentazioni. Speriamo che il vaccino e una maggiore responsabilità della popolazione possa farci arrivare a una estate migliore… 

Furono tempi di disperazione…”L’altra sera dopo la triste sentenza… mi pareva di perdere la fede… avevo pregato tanto ed ero stata abbandonata. Non dobbiamo perdere la fiducia, Alcide mio, il Signore è buono e non permetterà l’ingiustizia”…”Scrivimi sempre a lungo, mettici i tuoi pensieri più belli, che non andranno perduti poi un giorno li rileggeremo assieme, perché quel giorno se Dio vuole verrà. Questo avveniva cinque anni dopo il loro matrimonio: ”Ti amo Alcide mio come t’amai il primo istante, sia da vicino che da lontano e ti porto sempre nella mente e nel cuore”. Nel frattempo le condizioni di salute di Alcide peggioravano a causa di disturbi gastroenterici e ad un rene, gli fu ridotta la pena e dal Carcere fu trasferito alla clinica Ciancarelli. L’epistolario continuò più fitto e con fermo-immagini di icone che descrivevano i reciproci ambienti di vita. Il 16 luglio 1928 De Gasperi fu rimesso in libertà. Ci volle ancora del tempo prima che lei lo raggiungesse a Roma e che la famiglia si ricomponesse a Borgo Valsugana. Nel 1930 nacque la terzogenita Cecilia e tre anni dopo venne alla luce Lei, Signora Paola, la piccola di casa. Che cosa ricorda della sua infanzia in famiglia?

[Risponde Paola)  Non potrei aggiungere altre parole a quelle che ho espresso rispondendo alla prima domanda. Le confermo tutte.

La salute di Alcide lo indusse a scrivere una sorta di testamento spirituale che Francesca lesse alle figlie venti anni dopo, nella circostanza della morte dello statista avvenuta il 19 agosto 1954. Giustamente Voi autori evidenziate come in quei venti anni che separano la lettera-testamento e la scomparsa di De Gasperi nulla cambiò nelle loro ispirazioni, nella fede incrollabile, negli affetti familiari e negli orientamenti politici e che “la vita di Alcide come quella di Francesca si sia mossa sempre in un solco di coerenza ideale e valoriale profonda” Il “restare se stessi” che De Gasperi raccomandava ai giovani mi ricorda la descrizione forse più calzante che su di Lui io abbia sentito: quanto Andreotti mi disse “era un tutto uno”. Ma mi fa venire in mente anche l’insegnamento che De Gasperi stesso aveva ricevuto nel 1928 da Mons Celestino Endrici: “Avere carattere vuol dire seguire i dettami della retta coscienza nell’adempiere a qualunque costo il proprio dovere”. Possiamo affermare che questi insegnamenti erano la parte morale del cemento che unì per tutta la vita Alcide e Francesca?

[Rispondono Marco e Paola] Come in parte è stato detto, Alcide e Francesca attraversano un percorso umano intenso, aperto al cambiamento ma ancorato ad un progetto di vita solido e ben determinato nei suoi capisaldi valoriali imprescindibili. Avere dei riferimenti chiari non li rende rigidi, ma al contrario più elastici nel reagire al mutare dei contesti senza scoraggiarsi e senza farsene travolgere. Per così dire, non è il ruolo che essi si trovano a rivestire che dà loro identità e senso. Ecco perché il testamento spirituale che abbiamo citato non fa che dare una sistemazione a una visione che traspare da altre testimonianze e dall’esperienza vissuta. Alcide lo scrisse nel 1935 e lo consegnò al cognato Pietro perché lo desse a Francesca in caso di sua morte. Non sappiamo a dire il vero se fosse l’espressione di un timore eccessivo per un piccolo intervento chirurgico che dovette affrontare allora o se la ragione di questo scritto fosse un’altra: in ogni caso fortunatamente resta come una summa dei suoi sentimenti di fede e di amore verso Dio e verso Francesca. Quello che mi colpisce di quel testo [è Paola a dirlo] è che la fede in Dio e l’amore per Francesca per Alcide sono una cosa sola: “La fede nella paternità di Dio aiuterà Francesca a fare crescere le bambine”; “Cara Francesca io ti sarò sempre vicino in ispirito e ti aiuterò presso il Signore”; “Gesù mia suprema e ultima speranza sarà anche il tuo conforto quotidiano”; “Addio Francesca, supera il dolore del distacco e vivi per le nostre bambine sulle quali veglierò dal cielo”… A me sembra poi molto interessante notare che egli non vuole solo che le sue figlie crescano buone, ma che apprendano per quale ideale di umana bontà e di cristiana democrazia il loro padre combatté e sofferse e imparino ad apprezzare la giustizia, la fratellanza cristiana e la libertà.

Venne la guerra, la caduta del regime, il periodo di clandestinità e poi l’ascesa politica di De Gasperi: padre della Patria e ispiratore con Adenauer, Schumann, Monnet di una Comunità Europea. La famiglia rimase sempre unita, le figlie cresciute e fatte donne (Lucia, si fece Suora) , l’unione sentimentale di Alcide e Francesca più forte che mai. L’epistolario era finito verso l’inizio degli anni 40, Francesca seguì Alcide nei suoi viaggi all’estero, anche negli USA nel 1951 e in Canada. Fu Lei a scrivere alle figlie, mentre si trovava con Lui a Strasburgo: ”Papà ieri ha avuto un successone: la nomina per acclamazione a Presidente della CECA”. Fu uno degli ultimi atti politici del Presidente: l’aggravarsi delle sue condizioni di salute non gli evitarono lo sconforto di veder naufragare l’idea della nascita della CED (Comunità europea di difesa),  esprimendo la sua desolazione in una lettera ad Amintore Fanfani, neo segretario della DC. Venne chiamato alla casa del Padre il 19 agosto 1954. La storiografia della vita di De Gasperi ci ha consegnato una figura straordinaria per coerenza, rettitudine, dignità. E accanto a Lui, specie con questo Vostro libro, ora ci ha fatto conoscere meglio la figura della moglie Francesca Romani, che gli fu sempre accanto in modo esemplare, come donna, moglie madre. Penso che siate orgogliosi di questo lavoro: è un dono per tutti. E’ stato un dono anche per Voi, raccontare qui “una storia” esemplare di vita familiare?

[Risponde Marco] La devo ringraziare innanzitutto per le sue parole generose. Il primo dono per me è arrivato quando la Signora Paola mi ha proposto di associarmi a lei in questo lavoro, perché di fatto mi ha aperto la porta di un vissuto familiare che conoscevo solo in parte e che ha potuto arricchirsi della sua testimonianza diretta. Lo considero un privilegio e una responsabilità che si è espressa nel libro, ma che investe anche la mia attività professionale e si salda all’impegno assunto da anni dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi di farsi spazio di memoria e di stimolo per il presente. 

 

Paola De Gasperi , la figlia minore di Alcide e Francesca Romani. è testimone della figura dei suoi genitori, in incontri e conferenze. Ha scritto “L’accordo De Gasperi-Gruber nell’opera e nel pensiero di mio padre” (2011) e con la sorella Romana ha curato il volume “De Gasperi scrive” (ediz.San Paolo , 2018) 
Marco Odorizzi, Laureato in Storia, dal 2016 è Direttore della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi che gestisce il Museo della casa natale dello Statista. E’ autore di saggi e articoli su riviste.